«Nel cuore della terra che trema:
il mio 26 ottobre di 10 anni fa.
La notte che non dimenticherò mai»
2016-2026 - Il fotoreporter Federico De Marco, uno degli inviati di Cronache Maceratesi nell'epicentro, ripercorre le ore che sconvolsero Visso, Ussita e Castelsantangelo dopo la prima scossa delle 19,10. Dal viaggio sotto la pioggia alle strade invase dai massi, dai crolli ai volti impauriti degli sfollati. Il racconto di chi ha vissuto sul campo quei momenti drammatici. LE IMMAGINI (VIDEO)

di Federico De Marco
Esattamente oggi, 10 anni fa, il 26 ottobre del 2016, mi trovo proprio sull’epicentro del sisma, tra Visso e Castelsantangelo. Magnitudo 5,9 e la montagna comincia a tremare, un boato, l’auto sbanda e massi cominciano a rotolare giù dal costone. È un incubo. Case che crollano. I vigili del fuoco, incuranti del pericolo, mettono in salvo le persone. Io lì a scattare foto e raccogliere informazioni comprendendo il pericolo, ma forse non ancora fino in fondo.

La notte del 26 ottobre 2016
Un passo indietro. Qualche ora prima, poco dopo le 19, sono a Civitanova, cammino. C’è un black out delle linee telefoniche. La redazione di Cronache Maceratesi mi avvisa della prima forte scossa, magnitudo 5.4 alle 19,10. Raccolgo le mie cose e parto direzione Visso. Non immagino minimamente che cosa mi aspetta.
Alle 21,18 sto arrivando a Castelsantangelo quando la terra trema nuovamente, sotto la pioggia. In quella strada buia e tutte curve, gradualmente, l’auto diventa incontrollabile, da un lato la montagna dall’altro il fiume. Cominciano a rotolare pietre e massi che riempiono la strada, alcuni la attraversano. Qualche istante dopo incrocio una camionetta della polizia e insieme ci allontaniamo velocemente cercando di evitare i massi.

Raggiungo Visso e la situazione è drammatica, sembra che sia stata bombardata. Comincio a scattare qualche foto. Parte della piazza è crollata, il centro è chiuso. Nello spiazzo qualche anziano viene soccorso e portato nel Centro operativo comunale (Coc). Gli sfollati aumentano di minuto in minuto e nessuno sa davvero come finirà quella notte. È una sofferenza. Tutti i residenti vogliono passare la notte fuori, chi in auto, chi nelle brandine e qualcuno in un pullman. Quello che mi colpisce maggiormente sono i volti e le storie delle persone, tra paura, incredulità e rassegnazione.

Il centro di Visso
I simboli di Visso sono appena scomparsi: la piazza, la chiesa e il bar non ci sono più. Così come quelli di Castelsantangelo, Ussita e dei comuni vicini. Mi colpisce la dignità silenziosa, l’immensa solidarietà improvvisa e concreta di chi vive in questi posti. Io cerco di documentare il possibile sapendo però che, in quella situazione, così tanto dolore e preoccupazione non potranno essere restituiti con un solo scatto, e neppure con un solo servizio.

I trasferimenti e soccorsi diventano difficili perché nel frattempo crolla anche la chiesa di Villa Sant’Antonio e le macerie ostruiscono l’unica via di accesso a Visso. Siamo bloccati. Solo a notte fonda la strada viene liberata, ma i danni sono inimmaginabili.

Quella notte sono tra quelli fortunati perché arrivo, faccio il mio lavoro di giornalista e in qualche modo riparto. Quasi tutte le persone che incontro no, rimangono lì con quello che resta. Racconto quello che vedo e vivo con il rispetto di chi sa di essere solo di passaggio. Ma mi sento partecipe della tragedia, quei posti li conosco bene.
La posizione di un fotoreporter spesso è delicata, specialmente quando si guarda il dolore degli altri. Il confine tra testimoniare e invadere il privato è spesso molto sottile. In diverse occasioni abbasso l’obiettivo e semplicemente ascolto. I volti delle persone, le case crollate in quella terribile notte, mi rimangono impressi per sempre.

Riesco a rientrare a casa solo verso le 6 del mattino, ma il mio pensiero rimane a tutte quelle persone che non possono più farlo.
Per lavoro ho già seguito altre calamità, ma qualcosa del genere non mi è mai capitata. L’ansia e l’angoscia ti entrano dentro, insieme alla reale paura. Dal giorno successivo decido di cercare di dare più voce possibile a questi territori così belli e così martoriati, ma soprattutto alla loro gente.

Ussita
Purtroppo tornando nei giorni successivi, con la luce del sole, il bilancio dei danni si aggrava sempre di più. Non ho mai visto tanta distruzione come nelle frazioni di Gualdo, Nocria, Vallinfante, Frontignano e Cuore di Sorbo. I cimiteri devastati con bare che escono dai fornetti, l’hotel Ambassador di Frontignano ora c’è più, la Domus Laetitiae a terra. Ma anche Camerino, San Severino, Tolentino, Muccia, Pieve Torina, Caldarola e molti altri comuni non son più gli stessi.

Per qualche anno ho tenuto il caschetto in auto per accedere in varie zone rosse. Con il passare del tempo ho fatto amicizia con i residenti, con gli sfollati, con gli agenti della Polizia e i militari dell’esercito ma soprattutto con i vigili del fuoco che svolgono un lavoro straordinario, fatto non solo di professionalità e coraggio, ma anche di grande umanità e accoglienza. Hanno rischiato tantissimo per recuperare oggetti personali nelle abitazioni pericolanti. Insieme a loro, alla polizia, ai carabinieri e alla Protezione civile ho visto luoghi che non torneranno più come erano. Rimangono le foto.

Federico De Marco







Castelsantangelo sul Nera





Vallinfante


Pieve Torina


La visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Camerino



E meno male non ci sono stati morti!!