Kalashnikov ed esplosivo contro i portavalori,
quattro arresti per l’assalto sulla A14:
contestato anche il metodo mafioso
FAR WEST IN AUTOSTRADA - Svolta nelle indagini sul colpo del 27 ottobre nel territorio di Porto Recanati, quando un gruppo armato aprì il fuoco sui blindati che trasportavano 2 milioni e 900mila euro ed erano diretti al caveau di Civitanova. In manette per tentata rapina, tentato omicidio e ricettazione quattro pugliesi tra i 45 e i 58 anni: per gli inquirenti le "batterie" di assaltatori agivano con il via libera e il supporto delle famiglie mafiose. Tre persone erano già state arrestate quel pomeriggio

di Leonardo Giorgi e Alessandro Luzi
Svolta nelle indagini sull’assalto ai furgoni portavalori avvenuto lo scorso ottobre lungo l’A14. Stamattina polizia e carabinieri hanno eseguito quattro ordini di custodia cautelare in carcere nei confronti dei presunti complici della tentata rapina in A14 del 27 ottobre scorso.

Destinatari del provvedimento sono quattro uomini di origini pugliesi, tra i 45 e i 58 anni, già noti alle forze dell’ordine. A vario titolo sono finiti in manette per tentata rapina, tentato omicidio e ricettazione. Contestata anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa e del metodo mafioso. Già tre della banda il 27 ottobre erano finiti in manette: Savino Pugliese, 44 anni, residente a Giulianova, Giuseppe Rubbio, 52, e Savino Costantino, 57, tutti e tre originari di Cerignola.
All’operazione di stamattina hanno preso parte gli investigatori della Squadra mobile della questura di Macerata, della Sezione investigativa di Ancona (Sisco), del Servizio centrale operativo e i militari del Reparto operativo – Nucleo investigativo dei carabinieri di Macerata, in collaborazione con la Squadra mobile di Foggia. L’operazione è stata diretta dalla Procura distrettuale di Ancona con il coordinamento superiore della Procura nazionale antimafia.

Lo scorso 27 ottobre, intorno alle 17,45, sul tratto dell’A14, all’altezza di Porto Recanati, un commando armato composto da almeno dieci persone a bordo di cinque autovetture – risultate poi rubate – ha assaltato due furgoni blindati portavalori della società di vigilanza “Vedetta 2 Mondialpol”, uno dei quali trasportava contante per circa 2 milioni e 900mila euro. I mezzi erano partiti dalla sede operativa di Jesi ed erano diretti al caveau di Civitanova.

I malviventi, tutti con il passamontagna, dopo essersi avvicinati ai furgoni hanno sparso chiodi a tre punte e fatto mettere di traverso un autoarticolato per evitare l’intervento delle forze dell’ordine, quindi hanno esploso diversi colpi d’arma da fuoco con kalashnikov all’indirizzo dei blindati, sia alle gomme che sul parabrezza anteriore. Costretti i mezzi pesanti a fermarsi, i rapinatori hanno tentato di scassinare la cassaforte custodita all’interno di uno dei furgoni posizionando un vero e proprio ordigno sulla fiancata del mezzo e poi utilizzando delle cesoie. Cosa che però non è riuscita. Le guardie giurate hanno risposto al fuoco e Costantino era rimasto ferito. Così si è allontanato dal vivaio Garden garden di Potenza Picena ed è stato soccorso dal vivaista Giuseppe Capozucca per poi essere trasportato in ospedale.

Intanto, a pochi metri da lì, dice l’accusa, Pugliese e Rubbio attendevano Costantino ed altre quattro persone della banda per assicurare loro la fuga. I due si trovavano in un autocarro Iveco 35, rubato e con le targhe falsificate, parcheggiati in una strada sterrata accanto all’autostrada, all’altezza di un’uscita di emergenza. Dentro al camion c’erano numerose cartucce. Poco prima, prosegue l’accusa, i due avrebbero scaricato dal veicolo due moto di grossa cilindrata pronte a partire, con sopra 4 caschi e all’interno tanti chiodi a quattro punte per forare gli pneumatici di eventuali inseguitori. Cosa che non è accaduta perché i due, intorno alle 17,20, sono stati fermati dai carabinieri per poi essere arrestati.
In manette quel giorno erano già finiti Pugliese, Rubbio e Costantino. Per loro a luglio si è svolta l’udienza preliminare davanti al gup Francesca Preziosi del tribunale di Macerata. Per loro le accuse sono di tentato omicidio, tentata rapina, detenzione abusiva di armi, interruzione di pubblico servizio, ricettazione e falsificazione di armi. La prossima udienza preliminare sarà il 9 settembre.

Intanto, dagli arresti dei tre della banda, sono partite le indagini degli uffici investigativi specializzati di polizia e carabinieri, che hanno raccolto vari indizi di colpevolezza a carico degli odierni indagati attraverso l’analisi dei tabulati, la visione delle immagini delle telecamere, gli esiti dei sopralluoghi e le analisi del dna effettuate da Polizia scientifica e Ris, arrivando a ricostruire ruoli e condotte nell’assalto.

Proprio la ricostruzione del modus operandi ha consentito di contestare l’aggravante del metodo mafioso: l’assalto, secondo gli inquirenti, è avvenuto con tecniche paramilitari e manifestando quella forza di intimidazione tipica delle associazioni criminali mafiose. L’azione di fuoco si è svolta in pieno giorno, con l’utilizzo di armi da guerra e di esplosivo, arrivando a esplodere diversi colpi di Ak 47 all’altezza del parabrezza del mezzo – blindato – attentando alla vita delle guardie giurate: da qui la contestazione anche del delitto di tentato omicidio.

Le dichiarazioni rese da alcuni collaboratori, corroborate da accertamenti, hanno permesso di comprendere come queste “batterie” di assaltatori abbiano operato in stretta sinergia agevolando l’operatività delle famiglie mafiose pugliesi. Secondo quanto delineato dagli inquirenti, in una ricostruzione avallata dal Gip, i gruppi criminali specializzati negli assalti ai portavalori o ai caveau degli istituti di vigilanza operano previo nulla osta delle famiglie mafiose pugliesi o addirittura su “invito” delle stesse.

Le organizzazioni mafiose pugliesi metterebbero a disposizione dei gruppi di assaltatori armamenti, anche da guerra, finanziando economicamente l’azione criminale – anticipazione delle spese per le trasferte, noleggio di autovetture, acquisto di cellulari dedicati – e garantendo supporto e copertura logistica in ogni fase della rapina, il tutto a fronte di una percentuale consistente del ricavato. I proventi delle rapine, come raccontato dai diversi collaboratori sentiti, vengono investiti in altre attività illecite, come l’acquisto di partite di stupefacenti, reimpiegati nell’acquisizione di attività commerciali quali ristoranti o attività di giochi e scommesse, oppure utilizzati per il sostentamento delle famiglie dei consociati detenuti.