Margherita, storia di un’anticonformista
che rischiava d’essere dimenticata

CAMERINO - La marchesa Sparapani Gentili Boccapadule nacque nel 1735. In casa tenne un gabinetto di scienze naturali, animò i salotti più brillanti di Roma, discusse di fisica e letteratura con i più grandi intellettuali. Poi attraversò da sola l'Italia e la seconda parte del suo diario di viaggio venne ritrovata per caso oltre un secolo dopo la sua morte

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Margherita Sparapani Gentili Boccapadule

di Monia Orazi

Una donna anticonformista nata tra le colline di Camerino nel 1735, tenne in casa un gabinetto di scienze naturali, animò i salotti più brillanti di Roma, discusse di fisica e letteratura con i più grandi intellettuali del suo tempo e a cinquantotto anni salì in carrozza per attraversare l’Italia da sola. A riscoprirla, secoli dopo, fu il magistrato camerte con il fiuto per le storie, Vincenzo Luzi, scomparso un anno fa, che nell’estate trascorsa in una vecchia villa di campagna trovò tra le mura il fantasma di Margherita Sparapani Gentili Boccapadule e decise di darle voce in un romanzo. L’8 marzo è la giornata giusta per ricordarla.

Luzi le aveva dedicato uno dei suoi romanzi. La marchesa Sparapani Gentili Boccapadule, nata il 29 ottobre 1735, è protagonista de “Il Casino di Campagna”, pubblicato nel 2017. 

Margherita nasce in una delle famiglie più illustri di Camerino. Gli Sparapani vantano tra i loro avi cardinali e mecenati: i prozii cardinale Antonio Saverio Gentili e marchese Filippo le destinano, morendo senza eredi, una dote di ventimila scudi, beni immobili a Roma e la primogenitura perpetua. Con una clausola: non potrà sposarsi senza approvazione tutelare. In un’epoca in cui la sorte di una nobildonna si decide tra le quattro mura domestiche, il destino di Margherita sembra già scritto.

Il matrimonio arriva nel 1754. Ha diciott’anni quando viene data in sposa a Giuseppe Boccapadule, giovane nobile di buona famiglia. Il ménage si rivela subito disastroso: il marito è un gaudente irremovibile, così indebitato che la sua stessa famiglia chiede l’intervento della Santa Sede. Il Papa risponde con un decreto: Boccapadule non potrà stipulare alcun contratto, un amministratore gestirà il suo patrimonio, dovrà tornare a vivere con i genitori. Il matrimonio, formalmente ancora in piedi, di fatto si dissolve. E Margherita si ritrova libera.

È a Roma che costruisce la propria esistenza. Nel palazzo di via Arcione, dove vive con la madre Costanza, allestisce uno dei salotti più frequentati e ricercati della capitale. Margherita è donna coltissima, appassionata di letteratura, teatro, musica, disegno. Ma la sua vera passione è la storia naturale. Nel suo appartamento tiene un piccolo gabinetto di scienze, una collezione ordinata di minerali, piante, farfalle. Il ritratto eseguito nel 1777 dal pittore francese Laurent Pécheux la mostra nel suo gabinetto, la mano posata su una teca di farfalle.

Nel suo salotto convergono intellettuali, artisti, viaggiatori stranieri. Il diplomatico francese Louis Dutens, nei suoi Mémoires, la descrive come donna «insinuante, spirituelle, enjouée et d’une conversation variée et agréable» capace, cioè, di penetrare le conversazioni con intelligenza sottile. Il legame più duraturo della sua vita è l’amicizia con il conte Alessandro Verri, fratello del più celebre Pietro, che conosce nel 1767. I due condividono letture, corsi di fisica e scienze naturali, spettacoli teatrali privati in cui Margherita è protagonista. Verri le dedica la traduzione in prosa dal greco dell’Iliade. È proprio attorno a questo legame, e alla villa marchigiana di Pievefavera dove i due si rifugiarono durante i fermenti rivoluzionari del 1794, che Vincenzo Luzi costruisce il suo romanzo: un’indagine storica e fantasiosa tra fatti reali e immaginari, con toni umoristici e dissacranti, che porta i protagonisti quasi a identificarsi con la coppia del Settecento.

Il gesto più emblematico nella vita di Margherita arriva nell’ottobre del 1793. Ha cinquantotto anni e decide di partire per un grand tour attraverso tutta l’Italia: in carrozza, con un seguito di segretari e camerieri, sulle strade del tempo. Visita Venezia, le grandi città del Nord, poi si ferma un’estate nelle Marche a Pievefavera, frazione di Caldarola, dove possiede un palazzo che si affaccia sul borgo medievale. Poi il Sud, Napoli, strade che peggiorano di tappa in tappa.

Il diario che scrive è un documento straordinario. Margherita preferisce i monumenti e le opere degli scienziati ai fasti delle corti. Osserva la vita della gente comune. Annota i metodi di governo dei diversi Stati. Quando le strade del Mezzogiorno si rivelano «impraticabili e piene di assassini», non torna indietro. Prosegue. La storia del diario ha un finale quasi cinematografico. Quando Margherita muore a Roma il 13 dicembre 1820, i suoi beni passano alla famiglia del Drago. Il manoscritto resta sepolto in un palazzo per oltre un secolo, finché nel 1960 un commerciante romano di libri usati si presenta all’Archivio di Stato con dieci quintali di fogli sciolti destinati alla distruzione. L’Archivio li acquista per duecentomila lire. Tra quella carta da macero emerge la copia completa della seconda parte del diario di viaggio, con lettere e annotazioni inedite. Un patrimonio che per poco non è scomparso per sempre.

Margherita Sparapani Gentili Boccapadule è sepolta, così disponeva il suo testamento, nella chiesa di San Nicola in Arcione a Roma. La chiesa fu demolita tra il 1907 e il 1908. Non rimane traccia della sua iscrizione funebre.



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