
Alexander Lonquich dirige la Form dal piano solista
di Marco Ribechi
Estasi musicale a San Severino, Alexander Lonquich superlativo al Feronia. È stata una notte indimenticabile quella andata in scena ieri nel teatro settempedano, con un livello tecnico e musicale che a tratti ha attinto al sublime. Difficile, se non impossibile, descrivere con semplici parole il vortice di colori, note ed emozioni che l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, diretta dall’immenso Alexander Lonquich già acclamato a Macerata (leggi l’articolo), ha offerto ad un pubblico estasiato, letteralmente rapito dalla maestria che è trapelata dal palco. Tutto perfetto a partire dal programma che ha messo a confronto due giganti della storia della musica, Wolfgang Amadeus Mozart e Ludwig van Beethoven. Del compositore viennese è stata presentata la Sinfonia n. 1 in mi bemolle magg., K. 16 e la Sinfonia n. 41 in do magg. K. 551 “Jupiter” mentre del genio tedesco il monumentale Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 in sol magg., Op. 58, considerato per la sua profondità espressiva uno dei più complessi del repertorio pianistico. Un programma di primissimo livello quindi che gli interpreti hanno saputo onorare in maniera impeccabile, eccelsa, testimoniando ancora una volta il valore della Form e dei suoi illustri ospiti.
L’appuntamento di San Severino ha seguito le prove generali aperte che sono andate in scena al teatro La Nuova Fenice di Osimo e sarà seguito da altre quattro repliche tra Foligno, Montegranaro, Pesaro e Jesi. Per gli amanti della musica vale la pena pensare ad una breve trasferta per godere di un evento irripetibile.

Un momento del concerto
Ad aprire la serata le note introduttive del direttore artistico del Feronia Francesco Rapaccioni che proiettano il pubblico all’interno di quello che sarà un viaggio a tratti astrale. Il concerto vero e proprio inizia con la Sinfonia n. 1 in mi bemolle magg. K. 16, composta a Londra tra la fine del 1764 e l’inizio del 1765, quando Mozart era ancora un bambino seppur estremamente geniale. «Imitando il Bach “milanese”, Mozart scrisse una perfetta composizione all’italiana – spiega Cristiano Veroli nelle note di sala – semplice e leggera, nei tre canonici movimenti derivanti dalla sinfonia d’opera napoletana: il primo piuttosto articolato in tempo allegro, il secondo in tempo lento, il terzo ancora in tempo veloce e con carattere di danza. Ma vi aggiunse tanto di suo e della sua età, una grande abbondanza di idee fra loro diverse esposte in uno spazio ristretto». Anche il piglio del direttore Lonquich appare gioviale, a tratti appoggiato con il gomito a quel pianoforte che da lì a poco renderà divino.

L’esecuzione magistrale di Lonquich
E infatti, concluso Mozart, aggiungerà alle vesti del direttore anche quelle di solista mostrando tutta la sua carica espressiva unita a una tecnica sopraffina che non ha nemmeno bisogno del supporto dello spartito, nonostante l’estrema difficoltà di una composizione che per Beethoven ha rappresentato la missione impossibile di superare Mozart assorbendolo interamente e ricreandolo in una nuova dimensione. Realizzato nel 1805 il concerto è emblematico per la sua gamma espressiva sottilissima e soprattutto per l’amabilità, piena di superiore saggezza, che lega il solista e l’orchestra in una sorta di segreta “affinità elettiva”. Le stesse sensazioni che arrivano all’orecchio tramite le note trapelano osservando le movenze di Lonquich, le sue dita che accarezzano i tasti del piano, lo sguardo quasi innamorato dell’orchestra che, oltre a seguirlo con gli strumenti lo ammira con profondo rispetto e affetto.
Dopo il saluto del piano con A Sera di Schumann e una breve pausa rifocillatrice inizia il secondo monumento sonoro con il ritorno a Mozart. Eloquente il commento di Veroli: «Poche opere al mondo riuscirebbero a stare alla pari con la Sinfonia n. 41 in do magg. K. 551 “Jupiter” di Mozart: per la grandiosità della concezione formale, per la portata rivoluzionaria delle idee musicali e soprattutto per l’unicità e l’irripetibilità della visione del mondo in essa espressa; valori che ne fanno uno dei vertici più alti in senso assoluto, quindi non solamente e limitatamente musicale, della nostra civiltà artistica».
Da un capolavoro all’altro quindi, attraverso delle esecuzioni perfette che non lasciano spazio a tentennamenti o indugi. Tutto scorre liscio come in un’estasi e, al risveglio, si ascoltano solamente gli applausi del pubblico e i “Bravi” gridati a squarciagola. Il prossimo appuntamento con la Form al Feronia è in programma per il 13 marzo con Brahms e Boccadoro con il clarinetto solista del Teatro alla Scala di Milano Fabrizio Meloni e la direzione di Carlo Boccadoro per la prima esecuzione assoluto dalle sua Serenata commissionata dalla Form.

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