Marchisciani gabellieri del Papa,
marvisti e basta

LA DOMENICA con Mario Monachesi
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Mario Monachesi

 

di Mario Monachesi

Recitava, a volte ancora recita, un vecchio proverbio: “A pagà’ e a murì’ vė’ sempre a ttembu”. Questo detto, però, ” che java vè’ per tanti, non piàcia a Sisto V, papa marchigianu che ‘ppena elettu a la soja de Pietro, scapordò Roma co’ ‘na serie ‘nfinita de riforme. Una tra le tante, quella de le tasse. Non fidènnose de l’esattori romani, chjamò a riscotele, li marchigiani suoi compaesani. Quisti, pricisi e scrupulusi fino all’ossu, passava casa casa e no’ rghjava via se no ci-avia li sordi su le ma’. Allora pe’ la città eterna cuminciò a jirà un dittu: “Mejo ‘n morto dentro casa, cché ‘n marchisciano fora dàa porta”. I gabellieri del papa, arrivati dalle Marche, erano temutissimi da tutti, sia dal popolino che dalla nobiltà. A chi rinfacciava loro questo detto, forse perché istruiti alla perfezione, pare che rispondessero: “Che Dio ti accontenti”. Insomma, si fecero subito una pessima fama. “Marvisti e basta”.

Si narra che Sisto V, al secolo Felice Peretti nato il 13 dicembre 1521 a Le Grotte (attuale Grottammare) da una famiglia sfollata da Montalto, al conclave del 1585, si presentò curvo, malandato e sostenuto dalle stampelle, affinché si credesse che fosse una persona priva di energia, quindi facilmente malleabile, e soprattutto che la sua elezione sarebbe stata di breve durata. Eletto il 24 aprile, si trasformò immediatamente nel papa con i “muscoli” che la storia ci racconta. Regnò cinque anni, dal 1585 al 1590 e venne definito “er papa tosto” o “de fèro”.  Anche il poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli, ha dedicato una poesia ai suoi modi risoluti, la prima strofa così recita: “Fra tutti quelli c’hanno avuto er posto / de vicarj de Dio, nun z’ė mai visto / un papa rugantino, un papa tosto / un papa matto uguale a papa Sisto”. Debellò la corruzione, il banditismo, risanò quartieri malfamati, cambiò il volto di Roma con le buone o con le cattive. Il suo “lavoro” non sfuggì neanche alle pungenti battute satiriche di Pasquino, con cartelli appesi qua e la per la città. In cinque anni, i marchigiani raggranellarono per le quasi vuote casse pontificie, oltre cinque milioni di scudi d’oro, precedentemente i funzionari romani su tre sordi ne riconsegnavano uno.

Anche da Macerata, quarta città dello Stato Pontificio, Sisto V prelevò i giovani migliori per destinarli a diventare encomiabili esattori e reggitori delle finanze di San Pietro. “Purtroppo ‘sta pessima nomea passò li cunfini de atre regioni. In Abruzzo se dicia: “Miije la morte dentre a le case che nu marchesciane arrėte a la porte”. In Emilia Romagna: “L’ė mei un mort ad chesa che un marchigien sla porta”. Anche in Umbria jirava ‘sta diceria. Marchigià vulia di’ tasse, ‘gni orda che unu de issi vussava, era per chjèdene lu pagamentu. De conseguenza quarsiasi persona in ‘dore (odore) de marchiscianità, da tutti vinia sfugghjtu pegghjo de la pesta (peste). Figuramoce aveccilu derèto la porta.

Su papa Sisto V, a Roma ancora resiste l’ennesimo detto: “Dare i confetti di papà Sisto”. Si racconta che un giorno il papa invitò a pranzo nell’attuale palazzo del Quirinale, all’epoca sua residenza, il fior fiore dei patrizi romani, pronti a tramare contro di lui a causa delle nuove imposte e delle riforme edilizie compiute. Giunto al dessert, costituito da confetti, fece affacciare i suoi ospiti alle finestre. La scena che ne seguì fu atroce: dalle vicine torri penzolavano infatti gli uomini di fiducia, e conniventi, dei patrizi. Da qui, dare i confetti di papa Sisto significa dare improvvisamente una cattiva notizia, una lezione inaspettata a chi se la merita. Per la cronaca, anche Claudio Baglioni nel 1975 dedica una canzone a Sisto V nel suo album “Sabato pomeriggio”. Sembra che anche il cognome “Marchegiani”, oltre al significato di nativo delle Marche, abbia una seconda ipotesi legata al soprannome dispregiativo dato agli esattori che operavano per conto dello Stato della Chiesa. Nella realtà i marchigiani sono un popolo buono, “adè bonacciù”. “Marchigià’ magnapà’ e magna pulenta”. “Li marchigiani non sapria fa’ male a ‘na lucertola”.



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