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Un lungo corteo per Vanni
«Senza il suo principe azzurro
Recanati sarà meno romantica»

L'ADDIO al conte Leopardi nella piazzuola del Sabato del villaggio. Sulla bara 51 rose rosse per ricordare gli anni d'amore vissuti con la figlia Olimpia. Tra i ricordi commossi, anche quello dell'imprenditore Adolfo Guzzini, suo ex compagno di scuola
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di Maurizio Verdenelli (foto Federico De Marco)

Addio, Vanni. Recanati piange la perdita del conte Leopardi. Piange il ‘suo’ Principe Azzurro, il borgo di Montemorello. Al tramonto si commuove la città al passaggio del feretro e del lungo corteo che l’attraversa da una parte all’altra. Dalla chiesa di Santa Maria dove fu battezzato Il Giovane Favoloso, il corteo aperto da Olimpia e dai nipoti raggiunge Porta Romana. All’ombra della cattedrale di San Flaviano, la bara di legno scuro prende la strada per San Leopardo dove Vanni raggiunge la madre Anna. Ancora insieme, ancora per sempre, i due ‘indomiti e dolci’ guerrieri nel nome di Giacomo.

Vanni Leopardi

In quello che resta del giorno, negli ultimi bagliori della luce è il momento, a lungo trattenuto, delle lacrime. Aveva avuto un momento di contrarietà la cugina Joanna Del Pero, quando il parroco don Roberto Zorzola aveva parlato dall’altare ’di gioia’ (cristianamente con il dolore), non aveva trattenuto il pianto la nipote Diana al nome adorato del nonno. Subito abbracciata dal cugino Pierfrancesco, figlio di ‘Mimmo’. Aveva chiuso sciogliendosi nella commozione, Fabio Corvatta, presidente Cnsl. Occhi lucidi, quelli di Adolfo Guzzini, compagno di scuola alle medie e per tutta la vita amico di Vanni. Sull’altare il bianco delle rose e delle orchidee. E il rosso, scarlatto, delle cinquantuno le rose: quelle di Olimpia. Gli anni di lei, tutta un’esistenza vissuta nel calore di un grande amore. «Olimpia e Vanni, un’unica persona. Vedevo in lui la figlia, e la figlia in lui» ha detto Corvatta, senza riuscire ad andare avanti, la voce che s’incrinava. La perdita di Diana, la madre morta 43 anni in un terribile incidente aereo in Turchia, aveva cementato quell’unione. Ancora Corvatta: «Nonostante le varie esperienze (il conte Leopardi fu considerato a lungo tra gli uomini più belli d’Italia, ndr) lui era rimasto sempre legato alla famiglia, a Recanati, alle sue amicizie. Era così facile essergli amico. La sua disponibilità, la sua levità, la nobiltà naturale del tratto, lo sguardo cordiale e pieno d’affetto conquistavano immediatamente. Recanati lo adorava e lui adorava Recanati».

Le 51 rose rosse sulla bara per ricordare i 51 anni d’amore passati con la figlia Olimpia

All’uscita della bara (sovrastata da 51 rose rosse per i ricordare i 51 anni d’amore con la figlia Olimpia) sulla piazzuola del Sabato del Villaggio, affollata di autorità ed amici venuti da tutt’Italia, solo silenzio. Troppo dolore. Sincero. Troppo improvviso il distacco. Così padre Floriano a nome dei cappuccini del convento di Montemorello: «Te ne sei andato all’improvviso: ci hai lasciato nel dolore e nello smarrimento, tu degno discendente di una schiatta illustre». I cari fraticelli, nel cuore del conte. E lui nel loro cuore. Al termine del rito funebre -letti passi del Libro di Giobbe e del Vangelo di Matteo sui valori dell’accoglienza- i dieci concelebranti hanno accarezzato quella bara dalle linee semplici, e il caro amico che conteneva. Nella chiesa tolti i banchi per contenere la folla delle autorità (il prefetto Iolanda Rolli, il questore Antonio Pignataro, il colonnello Michele Roberti, militari della Finanza e dell’Aeronautica, l’ambasciatore Giuseppe Balboni Acqua, il rettore  Unimc Adornato, docenti, leopardisti insigni), i gonfaloni del Rotary Giacomo Leopardi, le bandiere dell’associazione CC, una lunga attesa sin dalle 15 quando la bara è stata trasportata da Palazzo Leopardi. Due carabinieri in alta uniforme si sono disposti allora ai lati sull’altare. La famiglia –assente il fratello ‘Mimmo’ gravato dal dolore e dagli anni- costantemente in piedi all’altezza dei due antichi banchi settecenteschi ‘gentis Leopardae’ all’ombra di una lapide nel ricordo di Monaldo Leopardi, sacerdote.

Una cerimonia stringata come chiedeva Olimpia, ora nuovo ‘capo’ della royal family recanatese. Un abbigliamento low profile: pantaloni verde scuro, maglia e giacca color del lutto. Una grande, severa compostezza: sarebbe piaciuta a nonna Anna. Un abbraccio alla brava pianista che ha accompagnato il rito. «Olimpia vuole che io sia stringato» dice Corvatta, che tuttavia trova il tempo per annunciare che il Cnsl pubblicherà l’intervento, un manoscritto, che Vanni ha letto in occasione dell’inaugurazione dell’Orto sul Colle dell’Infinito per cui tanto si era battuto. Una battaglia ambientalista ricordata in chiesa dal sindaco Antonio Bravi, in fascia tricolore (con lui mezza giunta comunale). «Vanni si è battuto per la valorizzazione di Recanati, di Giacomo e per la salvaguardia della memoria che trovava nella città la sua immensa ispirazione del Poeta. Accogliente, lui con tutti: Istituzioni e cittadini». E Corvatta: «Tante telefonate, tante confidenze tra noi. Grande l’amore per il ‘natio borgo selvaggio’ che con il caro cane Aria attraversava nelle sue lunghe passeggiate notturne». Il rettore Francesco Adornato: «Un pilastro. Ha rappresentato nel nome dell’avo, comunicandone il messaggio pieno di modernità, un poderoso aspetto culturale in Italia e nel mondo». Adolfo Guzzini: «Con Vanni se ne va anche parte della mia giovinezza. Recanati sarà meno romantica, forse addirittura non sarà più la stessa di prima. Ai miei occhi. Con la propria vita Vanni ha collaborato fortemente ad un brand recanatese e marchigiano, impostosi in questi ultimi anni in Europa ed oltre». Mancherà a tutti Vanni, l’ultimo carissimo affascinante Signore di Recanati. Che alla città apriva ogni volta, con calore autentico, le porte di Casa Leopardi. Dopo due secoli, Silvia/Nerina e gli abitanti del ‘Villaggio’ hanno fatto il loro ufficiale ingresso a ‘Palazzo’ -come amava dire il Conte. E in cima alla superba scalinata della ’Dipinta Gabbia’ ad attendere gli ospiti, lui: Il Giovane Favoloso.

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