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«Quando portai a Macerata Andy Warhol
e lo Sferisterio gli rifiutò un palco»

ARTE - I ricordi di Pio Monti, celebre gallerista di Pollenza. La Cassa di Risparmio disse no pure ad Alberto Burri. Domani a Recanati in mostra i Dna di personaggi famosi
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Pio Monti con Maurizio Verdenelli

 

di Maurizio Verdenelli (foto di Anna Maria Cecchini)

Milano celebra i 500 anni dalla morte di Leonardo legando a questo poderoso anniversario un artista, Andy Warhol che al pari del genio vinciano ha influenzato il proprio secolo: quello appena agli archivi. Grandi rassegne ed un evento concluso il 15 settembre nella cripta di San Sepolcro, a dare il titolo ad un parallelismo che apparirebbe ardito: “Leonardo & Warhol: the Genius experience”.

Il padre della pop art dedicò infatti inconsapevolmente l’ultimo tratto della sua vita reinterpretando il capolavorio leonardesco dell’Ultima Cena, o meglio “The last supper”, come la chiamò il genio di New York, Warhol mori infatti improvvisamente, nel 1987, ad un mese all’inaugurazione della mostra milanese che tre anni prima gli era stata commissionata dal gallerista Alexandre Iolas. «In quella gloriosa sera dell’84 a Palazzo delle Stelline, insieme con Andy e tutta la Milano “da bere” a cominciare da Giorgio Armani, c’ero anch’io» ricorda Pio Monti, nato a Pollenza («ma non rammento quando…») gallerista e mercante d’arte tra i più importanti dagli anni 70. Amico di Enzo Cucchi, Monachesi, Pannaggi, Man Ray, Gino De Dominicis, Sol Lewitt, Cj Twombly, Joseph Alberts, Schifano, Burri, Buren e Josef Beuys «che apprezzando una mia esecuzione del Chiaro di luna di Debussy volle dedicarmi lo spartito, nella villa della baronessa Durini a Pescara».  «Ed amico di Warhol che regolarmente andavo a trovare a New York. Dall’Italia mi chiedeva talvolta d’inviargli opere di Alberts, che apprezzava. Naturalmente a Milano mi aveva invitato. E quella sera d’estate mentre lui annunciava che il giorno dopo, con i suoi due assistenti, avrebbe dovuto imbarcarsi da Trieste per la Grecia, maturai da perfetto provinciale innamorato della propria citta’ il ‘folle’ progetto di portarlo a Macerata. Così la mattina dopo mi feci trovare davanti al ‘suo’ albergo, ‘Principe di Piemonte’ con la mia Mercedes. Imbarcai letteralmente, valige in mano, gli assistenti e poi Warhol. Poi via, a tutto gas, verso le Marche mentre Andy mi chiedeva dove fossimo diretti».

Andy Warhol

Come rispondeva? «Che riposassero tranquilli, lui tra i suoi collaboratori…Intanto avevo già telefonato a mia moglie perchè si tenesse pronta ad accogliere un tale ospite. E lei, spirito marchigiano, ad invitarmi alla prudenza: Stai accorto, Pio con lui…».

A Macerata?  «Avevo una villa con piscina. Arrivati, accompagnai i tre in due camere. Subito dopo telefonai all’assessore Davide Calise perché mi trovasse un palco per la stessa serata della stagione lirica in Arena. Avevo un super ospite! Ma niente da fare. L’ultimo palco era stato dato ad un assessore di Avellino. Così il padre della pop art restò senza biglietto allo Sferisterio. Ci consolammo con il barbecue e tanta musica nel giardino di casa mia».

La mattina dopo? «Andy ci fece trovare un disegno dedicato a mia figlia: To Francesca with love. C’era il traghetto da Ancona alle 14.30 e bisognava fare presto. Arrivati all’altezza di Recanati, Warhol, notando il cartello, ebbe uno scatto. Mi afferrò un braccio…”Stop, stop, Pio!”. Lui conosceva perfettamente Lorenzo Lotto e sapeva che quattro sue grandi opere si trovavano in città. Voleva a tutti i costi vederle. Ancora mi pento per averlo ostacolato: il traghetto per la Grecia non avrebbe atteso».

Poi? «Al ritorno ero ancora amareggiato per l’infelice esito del mio rapimento maturato dal mio orgoglio di maceratese che avrebbe voluto aver ammirare lo Sferisterio ad un genio contemporaneo, quando mi arrivò una telefonata da Calise. “Pio, per stasera hai il palco per Warhol…”. Con un filo di voce, gli dissi che era ripartito. Intanto cercai di vendere il disegno di Warhol ad Enrico Panzacchi, dg della Cassa di Risparmio e padre della galleria d’arte moderna. Niente da fare. Lui voleva un dipinto. E mi andò male anche con Alberto Burri».

Cioè? «Andavo spesso a Città di Castello dove lui abitava per accompagnarlo nelle Marche: quando passavamo per Muccia, chiedeva di poter comprare una bottiglia di Varnelli. A Macerata allo staff di Panzacchi che ne aveva fatto richiesta, Burri propose una sua bella opera in rosso e nero. “Ma noi chiedevamo un sacco…” ci fu opposto. Il grande pittore, infuriato, se ne andò all’istante senza neppure salutare».

Altri celebri rifiuti? «Un disegno di Twombly per Leopardi. L’allora sindaco di Recanati disse no. Cosi come andò a monte in extremis il progetto per una collettiva nel nome del poeta con opere di grandi marchigiani (tra i quali alcuni molti viventi): Cucchi, Licini, Scipione, Pomodoro, Bartolini e via elencando per i buoni uffici di Olimpia Leopardi. E ricordo pure l’indignazione plateale di Francesco Rutelli, allora radicale, per una mia mostra romana dov’era esposo un disegno di Warhol falce e martello».

Ed ora Recanati… «Cinque anni fa come oggi al tavolino del caffè di piazza Leopardi, notai il cartello “affittasi” proprio di fronte alla statua del Poeta. Una folgorazione: subito sottoscrissi il contratto ed è nata la galleria ‘Iddill’io’. Tuttavia la voglia d’arte di Recanati è pari a quella di Macerata che lasciai negli anni ’70 per Roma. Un esempio? per mesi ho esposto una grande statua di Giacomo, dorata, e a nessuno è venuto in mente di chiedermi una benché minima informazione circa il prezzo».

Intanto domani sabato la galleria Iddill’io propone dopo altri eventi, tra i quali quello di Cucchi per Leopardi (“Passerò da te”), Claud Hesse, l’artista del Dna famosa per i suoi ‘ritratti immortali’: gli unici, veri e definitivi, scrive la critica Nikla Cingolani. «In questa originale esposizione, il Dna portrait c’è il mio, poi quelli di Marina Ripa di Meana, Achille Bonito Oliva, Nunzio Di Stefano, Domenico Bianchi e via elencando».

Il futuro del mercato dell’arte, per concludere? «Per i giovani, pur provvisti di talento, la vedo dura. Ormai si vende tutto, quel poco o tanto, rigorosamente e solo tramite le aste. Sembra un percorso obbligato, ed anche per l’arte concettuale che risorse gloriosamente da un destino di fallimento che appariva segnato, è ora crisi».



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