Come disse Vecchioni
“Musicultura è meglio di Sanremo”

CONFRONTO - La qualità musicale del Festival della canzone italiana anche quest'anno non sembra avere nulla in più del fratello minore maceratese. E di sicuro Macerata batte la città dei fiori per creatività e sincerità
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Lo Sferisterio nell’ultima edizione di Musicultura

 

di Marco Ribechi

Se Sanremo è la Serie A della musica allora Musicultura è la Champions League. Questo il primo pensiero dopo aver assistito alla maratona sonora proposta dal Festival della canzone italiana che sembra continuare a perdere di vista la qualità in virtù di logiche commerciali e di mero intrattenimento. Difficile credere che quella sia la massima espressione della musica italiana. Le due facce della medaglia, business da un lato e attenzione alla qualità dall’altro, appaiono fronteggiarsi sulle sponde liguri e maceratesi. Quella presentata nella prima serata appare come una carrellata di canzoni eseguite in dubbia maniera, spesso bisbigliate o parlate, che ricordano più un karaoke amatoriale piuttosto che il bel canto patrimonio musicale italiano e perla ammirata in tutto il mondo. Sì perché bisogna dirlo che l’immagine dell’Italia in passato è stata esportata anche attraverso la canzone popolare e in molti paesi, in special modo dell’Est Europa, dell’ex Unione Sovietica e del Sudamerica, sono ancora i vocalizzi di Albano o L’Italiano di Toto Cutugno a farla da padrone, spesso usciti proprio da Sanremo. Oggi invece in mondovisione è stata lanciata un’accozzaglia di generi e stili che forse rompono con la tradizione ma che di innovativo hanno veramente poco. Ma poco.

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Achille Lauro

Una menzione va ad Achille Lauro, trapper che non fa trap e che cerca di sconfinare di genere con il suo pezzo Rolls Royce. Questa è la musica giovane che fa venir voglia di chiamare Francesco Salvi con il megafono ad urlare “C’è da spostare una macchina” per un epico duetto tutto da ridere. Il problema è che questo cantante si prende sul serio. Restando in tema musica per adolescenti vale la pena ricordare Mahmood, a cui va il primato di aver usato un’orchestra al completo per battere le mani e il merito del verso postmoderno “Beve champagne sotto Ramadan”. Pur con pezzi che non sono al cento per cento da buttare come ad esempio quello di Ultimo, Irama o Federica Carta e Shade che si salvano per la vitalità, il resto appare come una grande corsa ad accaparrarsi il futuro jingle della prossima pubblicità di compagnie telefoniche. Musica accattivante ma finta, senza anima, senza emozioni, che tenta di impressionare con il vecchio trucchetto di partire bassi e poi far salire tonalità, canto e soprattutto volume. Perché la maggior parte delle canzoni per il primo minuto appaiono come dolorose e bisbigliate confessioni di un italiano ma senza riferimenti letterari. L’industria discografica ha colpito duramente la creatività e anche chi vuole osare un po’ di più lo fa col freno a mano tirato perché tanto sa che il fine ultimo è solamente la radio, la televisione, il mercato. Niente o quasi infatti resterà.

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Simone Cristicchi a Musicultura con Frizzi

Allora tanto di cappello agli Zen Circus che cantano un pezzo a perdifiato senza ritornello, impossibile da replicare sotto la doccia a meno che non si riesca nell’epica impresa di imparare a memoria tutte le parole. Il canto ritorna con Arisa che fa della leggerezza la sua arma preferita. Ma viene anche da dire basta. In un’epoca drammatica come quella attuale cantare il verso già pronto per l’estate “Se non ci penso mi sento bene” lascerebbe di stucco anche i Ramones che nel 1977 con “I don’t care” pensavano di aver segnato il nichilismo del punk una volta per tutte. Imbarazzante è ahimè una Patty Pravo imbalsamata e qualche pezzo senza arte né parte che non vale la pena ricordare. Poi incontriamo cantanti onesti come i Negrita o Paola Turci che però non riescono a segnare il passo con qualcosa di memorabile. Ci sono però anche note (poche) positive.

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Loredana Bertè

I maceratesi infatti possono tirare un sospiro di sollievo perché si sono salvati. Nella lista dei papabili vincitori ci sono due pezzi made in Morrovalle usciti dalla penna di Piero Romitelli e Emilio Munda (leggi l’articolo). Il primo è del Marylin Manson di The Dope Show, alias Loredana Bertè, che canta un pezzo rock alla Vasco Rossi di sicuro successo. Il brano rispecchia il personaggio e viceversa, schietta. Il secondo invece è quello del Volo che, seppur vincolato dai gusti soggettivi, è votato a un trionfo fuori dall’Italia. Ma Macerata gioisce anche per uno dei suoi ambasciatori, Simone Cristicchi, che con un brano che richiede un ascolto attento (e per questo probabilmente escluso dalla vittoria finale) prova a lanciare un inno alla vita e all’amore. Anche Motta, che nel passato agosto ha calcato con grande emozione il palco dello Sferisterio, fa la sua bella figura. A livello di contenuti e di scrittura però a trionfare in maniera indiscussa è Daniele Silvestri con un pezzo, l’unico, che analizza una problematica attuale e molto sentita, la dipendenza tecnologica e l’isolamento dei bambini e ragazzi in una società virtuale. Un brano toccante che tratta il progresso come una prigione in cui proprio i più indifesi, che non hanno colpe, sono costretti a vivere. Bravo.

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Il palco di Musicultura

Ma ora veniamo a Musicultura. Certo perché da Macerata non si può parlare di canzone italiana senza parteggiare nell’impari confronto tra il festival locale e quello di Sanremo. E lo facciamo con il dente avvelenato della mancata copertura mediatica da parte degli organi nazionali e dello scarso interesse per la città che invece fornisce un importante tassello alla cultura nazionale. Tutti negli ultimi mesi hanno detto la loro sulle problematiche della Civitas Mariae ma stranamente per far emergere quello che c’è di buono fuori dalle cronache locali bisogna fare i salti mortali quadrupli e non bastano. Nessuno o pochi, e tra questi ci sono sicuramente l’intenditore Frizzi e gli amici di Radio Rai, ha puntato veramente sulla kermesse maceratese che invece sotto tutti i punti di vista mette in ombra il fratellastro maggiore ormai dedito ai vizi del consumismo. E con un budget infinitamente inferiore. La varietà musicale, l’innovazione, la sperimentazione degli artisti che arrivano a Macerata ne fanno una vera e propria pietra preziosa che però in pochi apprezzano anche perché non viene loro mostrata. In questi anni i testi di Dante Francani, che vince nel 2014 e poi fa inspiegabilmente harakiri, sono ancora irraggiungibili, ma allo stesso tempo abbiamo avuto Mirkoeilcane, Mimosa, Chiara Dello Iacovo, Daniela Pes, Davide Zilli e pure Nemo, solo per ricordarne alcuni.

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Roberto Vecchioni a Musicultura

La rassegna tenuta in piedi in primis da Cesanelli e Nannipieri è basata sulla qualità, non sulla ruffianeria e si sente. Per questo bisogna credere all’onestà del Comitato Artistico di Garanzia e alla sincerità di Vecchioni, vincitore di Sanremo, che dal palco dello Sferisterio ha chiaramente detto: “Musicultura è meglio di Sanremo”. E non era certo solo galanteria per la città che lo ospitava. Musicultura è addirittura superiore nell’allestimento del palco, nelle luci e negli effetti, cosa inaccettabile vista la differenza di budget. Cosa diventerebbe con un volano economico anche di solo una frazione rispetto a quello sanremese? Cosa potrebbe dare all’Italia? Queste domande vanno poste. Quindi nonostante il massimo rispetto per il lavoro di artisti e presentatori, perché la musica è una sola, viene da dire continuate pure a vedere Sanremo e condividetelo sui social, sempre meglio di altre trasmissioni tv, ma ricordatevi che dal 15 febbraio al 10 marzo ci saranno le Audizioni Live dei 54 artisti che si contenderanno la vittoria di Musicultura. Date una mano anche al festival di Macerata e se invece che essere intrattenuti con fini pubblicitari volete ascoltare qualcosa di onesto e sincero, fateci una capatina.

 

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Motta durante il suo concerto allo Sferisterio

 

“Musicultura è meglio di Sanremo” Parola di Vecchioni, vince Mirkoeilcane (FOTO)



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