L’Abbadia rischia l’esodo dei monaci,
l’appello di Massi:
«Non buttiamo 33 anni di lavoro»

I CISTERCENSI attendono un colloquio con il vescovo per decidere il da farsi. L'assessore di Tolentino, memore del nonno che li riportò nel complesso monastico del parco, chiede aiuto a diocesi e fondazione Giustiniani Bandini: «Sono l'ultimo baluardo, un tassello fondamentale»
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Il chiostro dell’Abbadia di Fiastra, ora chiuso perché inagibile

 

di Federica Nardi

Sarà l’incontro tra i cistercensi e il vescovo di Macerata, forse, a dipanare la matassa di voci che darebbero ormai i monaci con le valige in mano, via dall’Abbadia di Fiastra. L’ordine, da parte sua, non conferma né smentisce anche se le difficoltà ormai sono evidenti. E da tempo. Il complesso abbaziale, gioiello nel più ampio parco naturalistico che si estende al confine tra Urbisaglia e Tolentino, è completamente inagibile tranne la chiesa e qualche locale. Il verdetto, dopo che già la fondazione Giustiniani Bandini aveva dovuto constatare che gli uffici non erano più sicuri dopo il sisma, era stato a marzo dei peggiori: inagibilità E, la più grave. Tutto chiuso quindi: chiostro, museo, monastero. I tempi per la ricostruzione sono lunghi e adesso del vasto repertorio di aule e stanze ai monaci resta ben poco a disposizione. Così, se il vescovo non darà rassicurazioni sui tempi (anche se alla base del trasloco potrebbero esserci anche altri motivi, non legati strettamente alla ricostruzione), la data più probabile per la dipartita dei cistercensi potrebbe essere dietro l’angolo: luglio o poco più. Una possibilità che ha allarmato fedeli, commercianti e anche amministrazioni.

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Alessandro Massi

Alessandro Massi, assessore di Tolentino, si appella a fondazione e diocesi per non far andare via i monaci, che tra l’altro in Italia sono quasi una rarità (si contano una decina di “case” di monaci dell’ordine di San Bernardo in tutto lo Stivale). «Mi appello perché lo stesso impegno messo dalla fondazione nel 1985 per riportare i monaci all’Abbadia di Fiastra sia messo anche adesso. Fu mio nonno (Roberto Massi, presidente per molti anni della fondazione, ndr) a occuparsene – racconta Massi -, per riportarli dove stavano storicamente. Sono l’ultimo baluardo dell’Abbadia, un tassello fondamentale. Se vanno via anche loro, con i commercianti già in difficoltà, il museo chiuso, niente più festival o matrimoni, rischiamo di veder buttati all’aria 33 anni di lavoro. Mi appello alla sensibilità del vescovo perché mantenga il valore spirituale dell’Abbadia e anche al presidente della fondazione, Sposetti, affinché dia un impulso malgrado le difficoltà del terremoto. Oltre al valore del luogo, lì ci lavorano anche tante famiglie».

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