Arresti per ‘Ndrangheta,
Civitanova piazza principe di spaccio
del clan Ferrazzo

IN MANETTE - Emilio Rossi, finito in carcere ieri, acquistava la droga da una organizzazione di Milano che la importava dal Sud America. Nelle Marche il sodalizio vendeva nella città costiera e a San Benedetto

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carabinieri pescara

L’operazione dei carabinieri

Il sistema per la trasformazione della cocaina da liquida a polvere

Il sistema per la trasformazione della cocaina da liquida a polvere

 

di Laura Boccanera

Acquistava e vendeva auto con una concessionaria di cui era titolare, in realtà era il referente del clan Ferrazzo nelle Marche per lo spaccio sulle piazze di Civitanova e San Benedetto. Questo emerge dalle indagini del nucleo investigativo di Pescara a conclusione dell’indagine “Isola felice” che ha portato all’arresto di 25 persone, tra cui anche Emilio Rossi, 38 anni, residente a Civitanova da 10 anni (non due come emerso ieri). L’uomo era un fedelissimo di Felice Ferrazzo, capo clan della ‘ndrina calabrese trapiantata in Molise e Abruzzo. Rossi si era accreditato tra i referenti di una organizzazione criminale milanese che importava stupefacenti dal Sud America e acquistava per il clan rivendendo e spacciando cocaina sulla piazza di Civitanova e San Benedetto. Per lui, quello di ieri, non è il primo arresto, avrebbe infatti anche precedenti specifici per spaccio e per il possesso di sostanziosi quantitativi di droga. Si fa più chiaro il quadro di relazioni e affari della cosca di Mesoraca che aveva intessuto relazioni sconfinando in quelle regioni che una volta erano considerate isole felici e che sono diventate terra di affari legati a stupefacenti e al riciclaggio del denaro provente dei traffici.

collegamenti ferrazzo mesoracaLe investigazioni, effettuate nel periodo intercorso tra il mese di giugno 2010 e quello di giugno 2015, hanno avuto origine da spunti informativi acquisiti dai carabinieri a seguito di un costante monitoraggio su possibili infiltrazioni mafiose sulla costa pescarese. I successivi sviluppi investigativi e la qualificata attività tecnica conseguitane, hanno permesso di svelare quello che si è progressivamente configurato come un agguerrito gruppo criminale con base operativa in Abruzzo e articolazioni su gran parte del territorio nazionale e all’estero, dotato di una imponente struttura logistica disseminata lungo tutto il litorale abruzzese e molisano e costituito da appartamenti, garage e capannoni, utilizzati come vere e proprie basi per la raffinazione dello stupefacente e per l’occultamento di armi e denaro. Ma è quando emergono i rapporti con i corrieri internazionali che l’indagine giunge a una svolta. Si è scoperto che la cocaina veniva confezionata in forma liquida e occultata all’interno di flaconi di shampoo e cosmetici, trasportata tramite pacchi postali, container, corrieri, pagata in contante o mediante money transfer e lavorata poi dal chimico dell’organizzazione per riportarla allo stato di polvere. Numerosi gli arresti fatti nel 2011, tra cui quello di Felice Ferrazzo dopo il ritrovamento in un garage di Termoli di un arsenale di armi del clan. La disarticolazione degli elementi di spicco dell’organizzazione ha indotto alla collaborazione con l’autorità giudiziaria alcuni “luogotenenti”, e successivamente lo stesso capo clan Eugenio Ferrazzo. Una situazione che ha dato vita ad una ulteriore fase dell’indagine in quanto proprio quest’ultimo ha fornito con le proprie dichiarazioni, una chiave di lettura completa ed esaustiva a riscontro delle acquisizioni probatorie emerse nel corso dell’indagine ed in particolare gli elementi costitutivi della stessa organizzazione di tipo mafioso, i cui albori risalgono al mese di ottobre 2006, quando Eugenio Ferrazzo, concluso un periodo di detenzione all’estero per traffico internazionale di cocaina, si trasferì definitivamente in Abruzzo, sfuggendo alla mattanza ordita dallo zio Mario Donato Ferrazzo, ormai capo indiscusso della ‘ndrina di Mesoraca. In una prima fase Eugenio Ferrazzo stabilì la sua base operativa e logistica nell’abitazione della compagna a Montesilvano e viveva in un programma di protezione per collaboratori di giustizia riuscendo, anche grazie al suo passato da ‘ndranghetista, a cooptare la quasi totalità degli spacciatori della zona, costringendoli ad acquistare e smerciare per suo conto ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti e strutturandoli in articolazioni territoriali ben definite, al cui vertice poneva i propri referenti fidati, definiti “luogotenenti”. L’ultimo definitivo sviluppo investigativo ha consentito non soltanto di definire compiutamente le modalità di spaccio degli stupefacenti e l’assoluta sottomissione di numerosi luogotenenti affidatari di porzioni del territorio costiero abruzzese-molisano, ma anche di riscontrare nuove e più attuali condotte di riciclaggio di denari illeciti in attività economiche, con investimenti diretti a ripulire il denaro ricavato dai traffici di stupefacenti, aspetto dal quale è scaturito il contestuale provvedimento di sequestro preventivo delle attività e dei beni intestati a 8 imprese societarie a vario titolo permeate dal contesto mafioso, 4 immobili ed un’autovettura.



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