di Maurizio Verdenelli
«Quando tornavamo da San Severino a Milano, la prima tappa, obbligatoriamente era in via Bigli a casa di ‘zio Eugenio’, il mio celebre padrino di battesimo. Papà voleva e chiedeva così. Noi tutti, naturalmente, eravamo d’accordo. Ricordo il bacetto sulla guancia che se non rasata mi produceva un momento di frigore sulla mia bocca di bambina. Lui era un eccentrico, rispondeva con una serie veloce e ritmata di “sì, sì, sì” oppure anche “no,no,no” all’argomentazione sempre ariosa ed entusiastica di papà, anch’egli un eccentrico anche se di opposto segno.
Teatri Sanseverino e Macerata opera festival celebrano gli Xenia. Ospiti alla festa anche i sindaci Giorgio Gori e Romano Carancini.
I due erano grandi amici e si compenetravano. Eugenio Montale era peraltro gentilissimo. Una cortesia e familiarità vere che mia madre apprezzò appieno quando un pomeriggio, sorprendendola (di più, terrorizzandola) mio padre le disse che ‘Eugenio’ sarebbe venuto a cena da noi. Non succedeva mai, il poeta non si muoveva più quasi da casa sua dopo la morte di ‘Mosca’, l’amatissima moglie Drusilla Tanzi. Allora mamma, quasi disperata per un impegno che riteneva estremo per la qualità dell’ospite e l’amicizia, ricorse alla ricetta tipica del suo Paese: le polpettine alla svedese. Che Montale apprezzò moltissimo, con elogi alla ‘cuoca’. Per il resto, come detto, eravamo sempre ospiti a casa sua. Ricordo il corridoio d’ingresso in penombra con tele sulle pareti che mi sembravano anch’esse scure, niente di eccezionale. Mio padre mi disse: sono tutti pittori amici di zio Eugenio. Si chiamavano Morandi, De Pisis e via elencando».
Le memorie di Giovanna Zampa, lette su due foglietti appena, con qualche problema per la lingua italiana (lei sin dall’età di 11 anni risiede a Stoccolma dov’è dirigente di una delle due biblioteche comunali) hanno fermato il tempo e la storia, ieri sera, nella splendida Villa Teloni a Cesolo di San Severino Marche, sulle alture al confine con Cingoli. Una serata magica nel nome del nostro massimo poeta, Eugenio Montale, premio Nobel 1975, del giornalista d’origine settempedana Giorgio Zampa, di Giuseppe Verdi, del Trovatore e degli Xenia.
Sì, proprio perché da questa raccolta meravigliosa di poesie dedicate alla moglie, a tre anni dalla sua morte, stampate mezzo secolo fa con caratteri a mano da Narciso Bellabarba, della celebre stirpe dei tipografi settempedani, tutto parte. In un percorso, programmato da Donella Bellabarba, figlia e nipote di quella ‘stirpe’ di artigiani/titani (per cui la particella arte non è certo a caso) che avrà il suo sviluppo dal 22 ottobre con un evento al teatro Feronia per articolarsi poi in una serie di appuntamenti legati alle poesie montaliane che in ‘Satura’ troveranno nel 1971 il loro glorioso epilogo nella strada maestra al Nobel.
«Il Nobel» ha ricordato ancora Giovanna che con soddisfazione ha annunciato il suo ritorno a San Severino «in una piccola ma deliziosa casa in centro storico. Da quel dicembre 1975, ad ogni edizione del Premio penso a quell’occasione perduta al seguito di “zio Eugenio”. Papà, che aveva seguito l’amico, mi voleva a tutti i costi, ma c’era stata la rottura del rapporto matrimoniale con mia madre e sorsero problemi che impedirono la mia presenza. Ancora mi rattristo a pensarci». Tuttavia Stoccolma sarà ancora un ‘tappa’ montaliana anche nel nome degli Zampa. Dopo l’estate la mostra dei disegni e degli schizzi del poeta premio Nobel (a corredo degli Xenia) ‘viaggerà’ dopo Milano in Svezia con gli auspici di Giovanna. Alla quale il conduttore della serata Francesco Rapaccioni ha chiesto qualche ricordo ‘fuorisacco’ e la figlia di Giorgio Zampa non si è sottratta. “Mia madre accompagnò una sera mio padre, critico d’arte del ‘Corriere della Sera’, alla Scala. Per l’occasione lei indossò un paio di scarpe nuovissime. Che si rivelarono molto strette: alla fine i suoi piedi erano pieni di «bolli’…’bolle’, si?».
Acconsente con il capo Rapaccioni, incalzandola ancora. E da Giovanna allora un autentico scoop: Giorgio Zampa “negro” di Eugenio Montale! Negro nell’accezione giornalistica, un po’ come Engels con Marx. «Sembra che alcuni pezzi a firma di Montale, anch’egli collaboratore del Corriere fossero stati scritti in realtà da mio padre», ha rivelato la signora con un sorriso. Niente di strano, per la verità. Chi scrive può testimoniare in tempi più recenti di casi analoghi in prima pagina con celebri firme e writers diversi.
Ma torniamo agli Xenia che Donella Bellabarba ha mostrato con la giusta solennità ai molti astanti nello spazio eventi di Villa Teloni. Un libretto senza pretese, ma prezioso e pressoché introvabile, eppure cult della storia della poesia italiana. E non solo. All’amico Giorgio, il poeta aveva chiesto l’indirizzo di una tipografia per una raccolta da “stampare in poche copie, a prezzo basso, da curato di campagna”. E Zampa aveva subito pensato alla sua San Severino e alla storica tipografia Bellarbarba. Le poesie, dedicate a ‘Mosca’, furono quattordici. Brevi, colloquiali, dal tono e dai sapori della quotidianità. Un mirabile canzoniere familiare che avrebbe dato voce, dopo un lungo silenzio, a Montale. Tra queste quella che sarebbe stato uno dei suoi capolavori, certamente quello più intenso, intimo: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale».
Drusilla Tanzi entrava di diritto nella storia della poesia mondiale, al braccio di Eugenio. Fu un grande dono d’amore in memoria della moglie scomparsa. Drusilla Tanzi era morta nell’ottobre del ’63, il tempo dell’elaborazione poetica del lutto e la decisione di stampare a San Severino. Il tempo dell’anima e del dolore tornava a coincidere con quello della grande poesia. Coinvolgente e ‘giusta’ l’interpretazione di Alberta Ricottini che ha commosso la platea al centro della quale tre sindaci: Rosa Piermattei (San Severino), Romano Carancini (Macerata) Giorgio Gori, primo cittadino di Bergamo che ha voluto accompagnare il concittadino Francesco Micheli, direttore artistico dello Sferisterio, anch’egli protagonista a Villa Teloni con ‘Il Trovatore’.
Giorgio Gori al centro con il sindaco Romano Carancini e l’assessore alla Cultura Stefania Monteverde oggi a Macerata
Gori, potentissimo produttore, ha ricordato da parte sua il ‘settempedano’ Vittorio Sgarbi, con un sorriso: «Per dieci anni ha portato qui il beneficio della sua cultura valorizzando i tesori artistici del posto. Invece a me, suo direttore di rete, nello stesso periodo mi ha procurato sette rinvii a giudizio per concorso in diffamazione. Per fortuna siamo stati sempre assolti». Ai tre sindaci è stata data la parola per ultimo: il tema a tre (Montale, Sferisterio, Trovatore) era davvero troppo intrigante per non approfondirlo sin dall’inizio.
«A noi settempedani fa effetto sentire che le parole di Montale siano state pubblicate qui a San Severino – ha detto Rapaccioni – E’ davvero interessante notare quanto melodramma ci sia nella poesia di Montale, tanto che alcuni passaggi di questo libro riprendono delle parti del libretto de Il trovatore». Francesco Micheli è stato, nella prima parte autentico mattatore spiegando, con supplemento di dottrina, la storia di Azucena (un nome presente nella poetica montaliana) Manrico, Leonora ed il Conte di Luna, facendo attenzione a tutto ciò che non succede sul palcoscenico, ma che è motivo scatenante della tragedia.
Ha poi letto la poesia “Timor di me?” di Pier Paolo Pasolini dedicata a Maria Callas, ispirata alla prima scena del quarto atto dell’opera interpretata dalla grande artista in Medea (“un vuoto del cosmo, e da là tu canti”): «Tanti capolavori che noi abbiamo nella nostra cultura sono basati sulla storia de Il trovatore, perché Verdi, benché abbia il sapore della morte in bocca in quel periodo, ha un bisogno, un anelito di vita che lo spinge ad andare avanti ed a guardare al futuro».
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Mosca come Gemma Donati, la moglie di Dante, che si trova a leggere i versi per Beatrice – E le Beatrici arrivano, si incontrano e scontrano come fossero ricordi, evocazioni e raccontano il poeta che le ha raccontate.
Aneddoti buffi, affettuosi, dolorosi, amori amati in modi diversi: ad ascoltarli c’è sempre la stessa donna, che non parla mai, non cede e non concede nulla, lei, che divenne musa di Montale solo dopo la morte, quando lascia solo il vuoto dell’assenza, dell’affetto quotidiano, della tenerezza, dell’abitudine.
Le muse affollano di ricordi quell’attesa, quella soffitta e portano le loro ragioni: c’è la Volpe, la poetessa Maria Luisa Spaziani, che racconta le risate, la complicità, le corse in tandem e i gelati all’amarena o il grande amore, Clizia, che racconta l’ingiustizia di una donna che ha dovuto rinunciare alla felicità per la vigliaccheria di un uomo che non sapeva scegliere, che non riusciva ad abbandonare la compagna.
Furono tante le amanti di Montale, perché «anche i poeti fanno le corna», (Benny)