La “bellezza” perduta
che c’era un secolo fa

L’odierna “bruttezza” dei jeans strappati e dei sederi debordanti. Ma la differenza fra il “bello” e il “brutto” è roba da filosofi e non è facile farla. L’ interessante libro delle “Querce” di Cingoli
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di Giancarlo Liuti

L’altra mattina son passato davanti alla vetrina di un negozio d’abbigliamento nella quale spiccava un paio di jeans accuratamente sforacchiati in vari punti affinché il compratore potesse poi orgogliosamente mostrare al mondo la carne nuda delle proprie ginocchia e dei propri stinchi. Spesso tali interventi d’alta sartoria son fatti a casa, dopo l’acquisto. Mai uscire, comunque, con dei jeans senza buchi. E neanche col “cavallo” dei jeans che non arrivi fin quasi a terra per far capire la presenza, all’interno, di un imponente apparato riproduttivo. Se lo si facesse sarebbe fuori moda.
Ma passeggiando nelle vie del centro ho notato anche dell’altro, cioè innumerevoli donne di mezza età infilate in pantaloni scuri di una stoffa a tal punto dilatabile che il loro sedere, le cui dimensioni sono notevolmente cresciute a causa degli anni, può facilmente dilatarsi anch’esso verso l’esterno e dar luogo a gagliardi ancheggiamenti a destra e a sinistra col rischio, per chi si avvicina, di essere scaraventato contro un muro. Un rischio che aumenta nel caso in cui le suddette camminino su instabili tacchi a spillo. Adottare mutande rigide per di frenare queste invasioni di campo? Mai. Oltre che un affronto umano e antiecologico alla naturale evoluzione delle natiche, una simile precauzione sarebbe fuori moda.
Questa esigenza non ce l’hanno gli uomini, che però ne hanno un’altra e stavolta all’altezza del petto, dove anche d’inverno usano indossare camicie spalancate fino allo sterno e tali da esibire con orgoglio fluentissimi peli a mo’ di selve o boschi montani che poi, all’altezza del collo, fraternizzano con folte barbe di tipo musulmano o, meglio, jihadista, a documentare un’esuberante virilità che possa eccitare le donne di cui sopra. Mai uscire, comunque, con la camicia abbottonata o perfino – ecco il più intollerabile degli scandali! – con la cravatta. Sarebbe fuori moda.
Ho esagerato? Sì, ma non tanto. Ho scherzato? Sì, ma non tanto. Sta di fatto che oggigiorno dilaga un’estetica per così dire della “bruttezza” in opposizione a quella della “bellezza” che prevaleva fino ad alcuni decenni fa. Ma anche l’attuale è pur sempre un’estetica, ossia una concezione del bello. Chi indossa jeans strappati, insomma, li considera belli. E chi, come me, li giudica brutti lo fa perché la sua concezione di bellezza appartiene ad altre epoche e ad altri stili di vita. Un esempio, per intenderci meglio. Sono belli i dolcissimi volti delle donne ritratte nel Cinquecento da Raffaello? Sì e tali continuano ad apparire a molti di noi nel Duemila. E quindi sarebbero brutti i volti delle donne ritratte dal cubista Picasso con un occhio al posto della bocca e un altro al posto di un orecchio? Beh, lasciamo perdere. L’estetica è una parte della filosofia e il discorso sarebbe troppo impegnativo per me.

La copertina del libro "Vita di società" dell'associazione "Le querce" di Cingoli

La copertina del libro “Vita di società” dell’associazione “Le querce” di Cingoli

Meglio allora parlare del libro “Vita di società: feste, incontri, cerimonie tra Ottocento e Novecento” edito da “Ilari” su iniziativa dell’associazione culturale “Le Querce” di Cingoli. Scrive la presidente Rosa Cavalieri Giannobi nella premessa: “Abbiamo cercato di cogliere gli aspetti più significativi di quella società come la moda e il suo collegarsi con l’arte, l’abito come focus culturale, il teatro come luogo d’incontro e divertimento, le cerimonie come momenti importanti della vita”. E ancora: “Abbiamo approfondito alcuni degli scenari più espressivi di un periodo storico così ricco di eventi anche bellici, trasformazioni sociali e rivoluzioni politiche”. E sottolinea l’importanza del comportarsi in pubblico anche negli abiti di cui nel libro parlano gli stessi proprietari che ancora li custodiscono negli “armadi di vecchi palazzi, odoranti di naftalina e pregni di ricordi e di nostalgia”.

Già, le trasformazioni sociali dalla fine dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, con la decadenza, nei centri maggiori e minori, del ceto aristocratico, col progressivo affermarsi di quello d’alta borghesia formato da esponenti delle professioni intellettuali, e infine – si pensi al “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – con l’ingresso nel potere economico, civile e sociale del nuovo ceto costituito dagli operatori del commercio, dell’artigianato e, in generale, dell’impresa produttiva. Su questo libro, pochi giorni fa, s’è tenuta a Macerata, nella biblioteca “Mozzi-Borgetti”, una tavola rotonda alla quale hanno partecipato eminenti figure della nostra cultura cittadina e provinciale. E s’è parlato, ovviamente, anche di moda, di eleganza, di stile, di portamento individuale e, insomma, di una “bellezza” che gli odierni jeans sforacchiati stanno minacciando di relegare – chissà se definitivamente – alla vacuità degli amari rimpianti.

Abiti da cerimonia riportati nel libro

Abiti da cerimonia riportati nel libro

Cosa c’è in questo libro? Esso è diviso in varie sezioni ricchissime di testimonianze quasi tutte di “donne”, come oggi s’usa chiamare l’altra metà del cielo, ma forse, parlando di quel recente passato, bisognerebbe dire, più rispettosamente, “signore”. Si va dal galateo dello stare insieme alla prudenza delle occhiate amorose, ai compassati incontri di società, agli abiti “di rigore”, all’eleganza delle feste, alle stagioni della moda, al fascino dei palazzi antichi. Intervengono solo tre uomini e li cito in quanto eccezioni: Luciano Magnalbò sul “frac”, Pierluigi Pianesi sulla “sobria mantella” e Germano Giorgi sull’abito bianco. Grande spazio, per il resto, alle formalità delle serate danzanti (“Signora, permette che sua figlia mi conceda questo valzer”?), al modo di apparecchiare la tavola, alla “redingote”, alle gonne in “organdis”, alle borsette di raso, alle scarpine tipo Cenerentola. Dove son più, oggi, i negozi delle modiste e le sartine a domicilio? Dov’è più l’austero bastone di ebano che non serviva a camminare diritti ma a significare l’austerità del potere? E dove son più i fastosi balli a palazzo come Luchino Visconti li ha rievocati nel film “Il Gattopardo”, oggi sostituiti dalla frenesia delle “movide” di massa e anch’esse “stupefacenti” ma solo a causa di certe “sostanze”?

Un salottino ottocentesco

Un salottino ottocentesco

Tanta nostalgia, in questo libro che vuol essere un inno a una bellezza perduta. Ma, oso dire, senza rancore. Quasi tutto è cambiato, nel nostro e ormai generale stile di vita. Il cambiamento, tuttavia, può significare, anche se non sempre, progresso. E mi si lasci dire che, sebbene con giustificatissima perplessità, pure le “Querce” di Cingoli, forse, se lo augurano.



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