“Unu freca l’atru e camba tutti”,
non siamo fatti così pure oggi?

L’antica civiltà contadina e il grande valore culturale dell’opera di Giovanni Ginobili che ne raccolse facezie, canti d’amore, invettive, fatalismi. Ma l’Atene delle Marche, Macerata, s’è dimenticata di lui
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liuti giancarlo

di Giancarlo Liuti

Negli anni sessanta abitavo al quarto piano di un palazzo in piazza Pizzarello e quasi tutte le mattine vedevo passare giù in strada un gran cespuglio bianco che veniva dalla vicina via Emanuele Filiberto e sembrava l’effetto di una copiosa fioritura primaverile. Sotto quel vaporoso candore camminava il maestro Giovanni Ginobili, l’esploratore delle radici linguistiche, ma non solo linguistiche, della nostra antica civiltà contadina, vale a dire di ciò che in parte e nel profondo eravamo – e siamo – noi maceratesi.

Giovanni Ginobili

Giovanni Ginobili

 

Un’intera vita, la sua, trascorsa a raccogliere, nelle case di campagna di tutta la provincia e a colloquio coi vecchi di allora, i motti, i proverbi, le facezie, la superstizioni, le invettive, i canti d’amore, le inquietudini sociali, le rassegnazioni, i fatalismi. E ogni volta, tornato a casa, lui sistemava e catalogava quel materiale, lo divideva per argomenti , ne rispettava le differenze dialettali fra le zone del territorio e lo traduceva in pagine scritte che infine, anche a sue spese, venivano pubblicate. Sono ben sessanta, le opere sue, in primis i quattro volumi del “Glossario dei dialetti”, tutte custodite a Macerata nella Biblioteca Mozzi Borgetti: uno straordinario contributo, insomma, alla comprensione di un’identità che via via si è formata nell’integrazione fra la cultura rurale e quella – nobiliare, borghese, artigiana – dentro le mura delle città e dei grossi paesi.
Giovanni Ginobili, nato a Petriolo nel 1892 (e Petriolo ne va ancora orgogliosa, gli ha dedicato una scuola, gli ha intitolato un gruppo teatrale, celebra con passione i suoi anniversari), morì a Macerata nel 1973, dopo esservi vissuto a lungo come insegnante al “De Amicis” (e Macerata, capoluogo di provincia e sedicente “Atene delle Marche”, si è, non da adesso, dimenticata di lui, e anch’io, nel mio piccolo, non ne avrei mai saputo nulla se non fossi stato spinto a “indagare” dalla sua spettacolare capigliatura, al cui confronto quella del presidente Sergio Mattarella è solo una pallida imitazione). In segno di stima e di affetto lo scultore Giuseppe De Angelis, nonno del poeta dialettale Giordano, lo ritrasse, negli anni quaranta, in due busti di gesso che ora si trovano presso privati. Ma non c’è una via, per Giovanni Ginobili, non c’è una lapide. “Macerata granne”, in queste cose, è molto più piccola di Petriolo.

La scuola elementare "De Amicis"

La scuola elementare “De Amicis”

Il busto di Giuseppe De Angelis

Il busto di Giuseppe De Angelis

Si dirà che il maestro Ginobili era un tipo schivo, solitario, chiuso nel suo lavoro. Mica vero. Fu amico fraterno di Lino Liviabella – pure lui maceratese e pure lui dimenticato, tanto che il portone della sua casa natale, in via Santa Maria della Porta, è macchiato da scarabocchi di grafomani – e a Liviabella diede spunti per la composizione del poema sinfonico “La mia terra” e della “Rapsodia Picena”, nel cui coro figura il canto “Natu Natu Nazzarè” scovatogli proprio da Ginobili. Ed entrò in contatto con Guido Piovene, che nel suo celebre “Viaggio in Italia” scrisse, ammirato, di lui: “Un giorno si portò a casa una mendicante di 92 anni per cogliere nei suoi balbettii il riferimento a una leggenda popolare che gli era parsa preziosa”.
Ho trascorso tre mattinate alla Mozzi-Borgetti – efficientissimo e cortesissimo, il personale – e ora colgo, qua e là, nelle sue opere, alcune “perle” che ritengo interessanti per i miei lettori. Comincio dai motti sui paesi, alcuni di vanto e altri di ironia. Tolentino? “Tulindì mira la voccia e ‘cchiappa lu pallì”. Recanati? “Semo de Recanati, chi ce cojona è cojonati”. Per Civitanova ce n’è uno intrigante: “Citanò caca ll’òa e Macerata se le magna” (significa che Macerata si approfitta indebitamente delle ricchezze di Civitanova – una tesi, questa, ben radicata lungo il litorale – oppure che Civitanova è a tal punto sciocca da lasciarsele rubare?).

La copertina del libro "Petrià Mmia"

La copertina del libro “Petrià Mmia”

Veniamo ai canti d’amore. Sentite: “Fiore d’argendo / la caminata tua me piage tando / perché camini col core contendo”. Ancora: “Dormi, bellina, dormi ripusata, io so’ lu guardià de la tua casa”. Ancora: “Sotto terra ce nasce ‘na viola, a te, bellino, te vurrìa parlare, te la vorrebbe dire ‘na parola, sto core no’ la po’ più sopportare (tenere nascosta)”. Ancora: “Arzete bella che jorno s’è fatto! Quanto me pari bella in questo letto! La tua bellezza ‘na piaga m’ha fatto ne la parte sinistra del mio petto!” Ancora, poeticissimo: “Si’ tando vella e non ti pozzo avere. L’arte der marinà me metto a fare, depégne te vorrei su le mie vele e po’ portatte in alto in alto mare pe’ fatte tando vella più del sole”. Ancora: “Quanno nasciste vo’ nascì ‘n bel fiore, la luna se fermò di caminare, le stelle se cambiaro de colore. Chi te se stregnerà fra le su’ vraccia? Chi te la bacerà ‘ssa tua boccuccia?” Ancora: “Bella che séte nata pe’ rubbare, éte rubbati du’ ragghj a lu sole, a lu pavone j’hi rubbato l’ale, all’albero le fronne, a me lu core”.
E i “dispetti”. Eccone uno, vagamente allusivo: “E me so’ ‘nnammorato de ‘na cioppa, vesogna stuzzicalla co’ na zeppa, dopo lo vederrai comme galoppa!”. Un altro: “Se non sai fa’ l’amò non te ce mette! Va’ co’ lu rosignolu ‘ntra le fratte o a fa’ chiucchiurubbiù co’ le ciuétte”. Un altro: “E’ ‘nnutile che fai lu gallittu, perché con quessa trippa a barilottu n’isciuna donna te vo’ su lu lettu”. Sorprendenti, per la loro persistente attualità, alcune fatalistiche riflessioni sul vivere sociale: “La prucisciò de do’ scappa ‘bbocca” (sperare in cambiamenti è un’illusione, ogni volta si ricomincia da capo), e il già citato “Unu freca l’atru e camba tutti”, e, prendendo spunto dalla macellazione del maiale, “Lo vrutto è scortecà la coda” (il problema sta alla fine, nella resa dei conti) e, questo davvero sbalorditivo, “Li quatrì e ll’amicizia dà ‘nder culu a la justizia”, da cui fa capolino la piaga dei giorni nostri: il dilagare della corruzione.
Ginobili chiude così il libro sui canti d’amore: “Facciamo presente al benevolo lettore che abbiamo raccolto altri componimenti, ma per essere troppo boccacceschi abbiamo creduto non bello pubblicarli. Lo studioso che volesse prenderne conoscenza potrà rivolgersi alla Mozzi-Borgetti di Macerata dove li depositeremo”. Io li ho cercati e non li ho trovati, forse perché ho la curiosità del ficcanaso ma non la certosina pazienza dello studioso. Il pudore del maestro, però, si concesse una pausa nella raccolta degli indovinelli. Sentite questo: “Signora mìttete jò che moró vo’ monta’su”. Troppo ardito? La soluzione esclude, forse invano, ogni prurito: la “signora”, infatti, è la legna sul camino e “moró” il caldaio per la polenta. Ma in questi giorni, a Macerata, divampa il clima elettorale. E allora – dall’alto dei cieli Ginobili mi perdonerà questa maligna divagazione politica – avanzo un’altra soluzione: la “signora” è la città, che deve mettersi pazientemente giù in attesa di uno dei tanti “moró”, i candidati a sindaco, che vogliono montarle su.



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