Caso Fiungo, verità in soffitta da 42 anni
Quando Camerino fu al centro
della strategia della tensione

Il 10 novembre 1972 vennero rinvenute armi e materiale per la guerriglia urbana e dieci fogli dattiloscritti cifrati. Alla fine del giallo un processo mai fatto per sopraggiunta prescrizione. Quasi crollato il casolare dell'arsenale

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Il presidente del tribunale Alessandro Iacoboni che si occupò del caso Fiungo

Il presidente del tribunale di Macerata, Alessandro Iacoboni, che si occupò del caso Fiungo

di Maurizio Verdenelli

Ora di quella casa colonica nel verde, sull’angolo acuto del gomito che proprio lì disegnava la vecchia strada Valdichienti, alle ‘Svolte’ (appunto) di Fiungo sulla pianura camerunese, sono rimaste soltanto esili lingue di muratura, a fianco di una galleria della nuova superstrada. Tracce murarie che probabilmente con molta fatica sopravviveranno ad un altro inverno. Quella casa nella vegetazione ma ben visibile dalla strada, era ben salda nella sua orgogliosa solitudine, suscitando pure qualche brivido inspiegabile in chi la scorgeva con la coda dell’occhio passando. Il 10 novembre 1972 quel luogo ‘romito’ eppure tanto visibile fu all’improvviso pieno di voci, di auto e di ordini. La strategia della tensione che serpeggiava nel Paese dopo la strage di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre di tre anni prima, aveva toccato la terra maceratese. In quel giorno di 42 anni fa, a seguito di una segnalazione della Compagnia carabinieri ‘Trionfale’ di Roma, venne scoperta dai carabinieri di Camerino (comandante il capitano Giancarlo D’Ovidio) in quella ‘casa nel bosco’ un arsenale. Per quello che sarebbe di lì a poco successo, si trattava di una vera e propria ‘polveriera’. Armi e materiale per la guerriglia urbana e dieci fogli dattiloscritti cifrati. Un esperto inviato dal generale Vito Miceli comandante del Sid (il servizio segreto della Difesa, poi, come noto sciolto per le sue devianze) alla Procura di Camerino emergevano ‘obiettivi da colpire’: persone, istituzioni e la nomenklatura dell’organizzazione eversiva. Tra perquisizioni a carico di studenti di sinistra, sia a Camerino sia in altre città delle Marche e d’Italia, e vibrate proteste da parte del movimento studentesco, il 18 gennaio successivo furono arrestati Carlo Guazzaroni e Paolo Fabbrini, appartenenti all’estrema sinistra. Il processo si chiuderà solo quattro anni dopo, il 7 dicembre 1977 con l’assoluzione per entrambi da parte della Corte d’Assise di Macerata. Gli atti furono trasmessi a Camerino per tentare di trovare gli effettivi responsabili del reato di detenzione di armi. Ma tutto appariva destinato a finire nella classica bolla di sapone dopo tanto tempo e probabilmente qualche depistaggio: nell’80 l’autorità giudiziaria di Camerino archivierà l’intero caso.

strage p fontana

La strage di piazza Fontana

L’arsenale di Fiungo senza una ‘firma’? Eppure quattro anni prima, Stefano Delle Chiaie, la primula ‘nera’ latitante in Spagna, intervistato da ‘Il Giorno’ e da ‘Panorama’ aveva lanciato precise accuse nei confronti dell’ufficiale del Sid, il capitano Antonio Labruna, in riferimento all’arsenale marchigiano. Accuse che furono lasciate cadere. Un anno dopo l’archiviazione camerinese, nell’agosto ‘81, ‘L’Europeo’ pubblicava un dossier personale del colonnello Antonio Viezzer (già Sid); le responsabilità della casa-polveriera – secondo l’ufficiale – andavano attribuite al già citato (da Stefano delle Chiaie) capitano Labruna ed addirittura a Giancarlo D’Ovidio che aveva comandato i suoi carabinieri nella perquisizione di Fiungo. Sulla scena tormentata dell’Italia di quegli anni, esattamente nell’87 torna Delle Chiaie estradato in Italia ed una nuova inchiesta parte da Camerino. Con a capo, questa volta, un giovane e brillante giudice istruttore, il romano Alessandro Iacoboni (attuale presidente del tribunale di Macerata) al quale si deve la prima rogatoria internazionale sulle tracce del caso May, qualche anno prima. Ma stavolta i colpevoli non erano spariti in un turbinio bianco, come nel giallo inglese dell’ex baronessa De Rothschild e l’attività inquirente del dottor Iacoboni conduce dritta dritta all’imputazione di Labuna e D’Ovidio: detenzione illegale di armi. La Procura chiede il rinvio a giudizio, ma lo stesso giudice istruttore non si fa illusione. Sentenzia così di non doversi procedere per prescrizione del reato. Decisione confermata dalla Corte d’Appello di Ancona. Troppi anni erano passati inutilmente prima che sulla scena apparisse questo eccellente magistrato. I fatti, ricostruiti con grande accuratezza chirurgica dalla sentenza-Iacoboni, segnalano per la prima volta come il deposito di Fiungo fosse stato realizzato dal Sid al fine di incolpare frange dell’estrema sinistra. Del caso Fiungo si sarebbe poi parlato diffusamente anche in un filone d’indagine a carico di terroristi neri, agenti del Sid e di altri.

Licio Gelli, fu a capo della loggia P2

Licio Gelli, fu a capo della loggia P2

Chi sono questi? Licio Gelli, Guido Giannettini, Angelo Izzo. ‘In ballo’ ci sono reati gravissimi: cospirazione contro l’integrità dello Stato. E nel caso di Fiungo sarebbero entrati anche il generale Gian Adelio Maletti (succeduto a Miceli alla guida del Sid), D’Ovidio e il sanseverinate Guelfo Osmani, imputato per la ricettazione di carte d’identità poi ritrovate nell’arsenale. L’indagine, iniziata nell’88 si chiuse il 21 aprile 1995, 23 anni dopo (mese più mese meno) il ritrovamento delle armi a Fiungo. La sentenza-ordinanza del giudice istruttore Salvini (con il contributo nelle indagini del capitano Labruna, convintosi a collaborare) seppure facesse luce amplissima sul caso, ampliando il cono già perfettamente disegnato da Iacoboni, era destinata anch’essa a risolversi senza processo. Prescrizione dei reati per i tre imputati. Entrava così nei polverosi archivi della giustizia italiana un caso complicatissimo all’ombra degli anni di piombo, durato quasi un quarto di secolo. Troppo. Mancarono al di là della certezza delle responsabilità dirette e personali di coloro che vennero indicati alla fine come responsabili della detenzione di armi, anche la prova della riconducibilità del fatto agli imputati. E sui giornali in quell’atmosfera fosca di sospetti e trame si parlò pure di Gladio. Tutto e niente. Destinato a svanire. Come per il caso May troppo tempo era passato. Anche e soprattutto, abbiamo detto, per un processo che avrebbe dato la possibilità al capitano Giancarlo D’Ovidio di poter provare la sua estraneità che peraltro l’Arma gli avrebbe sempre riconosciuto. La sua verità su quella ‘maledetta’ casa- arsenale alle Svolte di Fiungo (ormai quasi crollata seppellendo con le macerie una storia inquietante di un’Italia di appena 42 anni fa) l’ex comandante dei carabinieri di Camerino se l’ha portata ormai nella tomba, morto nell’ottobre 1999. Aveva 59 anni.

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Il casolare semidiroccato alle Svolte di Fiungo in uno scatto recente (per gentile concessione del settimanale ‘Orizzonti della Marca)

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