Falsi ciechi
o falsi controlli?

Ipotesi di pura fantasia per azzardare che la colpa non è solo di chi indebitamente prende certe pensioni ma anche di chi gliele dà
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

La Finanza ha scoperto un nuovo falso cieco che nelle nostre zone si aggiunge a quelli già colti con le mani nel sacco a San Severino, Caldarola e Corridonia. Stavolta si tratta di una casalinga di 67 anni, sposata, madre di due figli, residente a Macerata e titolare di una indebita pensione d’invalidità civile che in nove anni le avrebbe fruttato 50 mila euro e adesso le frutterà un probabile processo per truffa allo Stato, un’eventuale condanna e la conseguente restituzione all’Inps di quella somma più gli interessi. Le prove? Immortalate in alcune foto che la ritraggono mentre cammina a passo spedito nel traffico, scende e sale ripide scale senza sorreggersi a qualcuno o a qualcosa, aspetta l’autobus guardando l’orologio da polso e ama fermarsi a leggere le pubbliche affissioni con particolare predilezione per i manifesti funebri. Questa, per sommi capi, la notizia. Alla quale, però, manca un dettaglio importante: il quando, il come e il perché la succitata signora sia riuscita a farsi certificare per vera la sua falsa menomazione visiva da parte di quelle commissioni mediche, prima dell’Asur e poi dell’Inps, il cui responso è obbligatorio per legge. In attesa, ora, che la Procura indaghi su tale non secondario aspetto della questione, mi si consenta di stimolare la fantasia e avanzare ipotesi più o meno assurde sull’accaduto. Maliziose? Sì, nella misura in cui la fantasia deve cedere, per sua propria natura, anche alla malizia.

 

FALSA-CIECA

Una donna di Macerata dal 2003, è riuscita a fingersi cieca percependo indebitamente circa 50mila euro di pensione (clicca sull’immagine per guardare il video)

  Prima ipotesi. In quel lontano giorno del 2003 i medici incaricati di accertare la capacità visiva della signora sottoponendola a infallibili tecnologie diagnostiche hanno preferito, chissà per quale motivo, prendere atto, come oro colato, dell’autocertificazione dell’interessata. Immaginiamo allora la scena. Venuta a sapere che ai ciechi totali spetta una buona pensione (dal calcolo della Finanza dovremmo essere al di sopra dei cinquemila euro all’anno), la signora decide di fingersi cieca, sale in macchina, cerca un parcheggio, si reca nella sede della commissione, aspetta il suo turno sfogliando un giornale, ogni tanto dà un’occhiata all’orologio, si aggiusta i capelli davanti a uno specchio e alla fine si presenta al giudizio dei medici. “Qual è la sua invalidità?” “Sono cieca”. “Guardi questo cartello con tante lettere in fila, le legga”. “Non posso, ho già detto di essere cieca”. “Non ce la fa neanche con le lettere grandi?” “Quelle, sforzandomi, sì”. “Bene, lei non supera un ventesimo di vista su entrambi gli occhi, il che le dà diritto a una pensione ridotta, quella di cieco parziale”. “Ridotta? Scusatemi, mi sono sbagliata. Io non vedo neanche le lettere grandi”. “Allora lei è una cieca totale, con una capacità visiva che le consente, al massimo, di scorgere, ma vagamente, le ombre e le luci. Quindi pensione completa”. “Grazie e arrivederci. Anzi, non arrivederci. Ve l’ho già detto, io sono cieca”. E se ne va a passo spedito, indovina di slancio tutte le porte, pigia il bottone giusto dell’ascensore, salta in macchina e fila veloce verso casa con la gioia di essersi guadagnata, grazie all’autocertificazione, un sostanzioso assegno mensile.

 Seconda ipotesi. Sempre in quel giorno lontano, la commissione ha svolto il proprio compito con assoluto rigore scientifico – esame del fondo dell’occhio, del nervo ottico, della pupilla, della retina – e ha accertato, senza ombra di dubbio, che la patologia della paziente – o impaziente – è tale da determinare lo stato di cecità totale. Qualche tempo dopo, però, la signora si reca nella chiesa delle Vergini e implora San Giuliano di restituirle la vista. Il miracolo avviene. E oggi le fotografie della Finanza dimostrano che lei non è più una cieca totale e, forse, neanche parziale. Da quanto tempo? Un anno, due, tre, quattro, cinque, sette? Non è dato saperlo. Ma ecco perché la legge prevede severi controlli periodici. Controlli che a giudicare dalla situazione non sarebbero stati fatti o ai quali la signora si sarebbe sottratta senza che nessuno se ne accorgesse.

Terza ipotesi. Quel santo non era San Giuliano ma qualche commissario troppo buono d’animo o magari un oculista per così dire di famiglia al parere del quale la commissione, nei successivi controlli, si è adeguata senza porsi il problema di ripetere, come prescritto, gli esami del caso.

  Ipotesi, ripeto, di pura fantasia. Ma con una loro pur discutibile ragionevolezza. Sta di fatto, comunque, che questa benedetta pensione non era dovuta, o fin dall’inizio o dal momento del supposto miracolo. Domanda: siamo proprio sicuri che la responsabilità di tutto ciò debba ricadere esclusivamente sulla suddetta signora e di mezzo non ci sia qualcos’altro o qualcun altro? E qui salta fuori l’ipotesi numero quattro, resa plausibile dalla singolare circostanza che fino ad oggi i componenti di quelle commissioni non hanno sentito il bisogno di venire pubblicamente e ufficialmente allo scoperto per sostenere la correttezza del loro operato e difendersi dagli sgradevoli e magari infondati sospetti che il loro ostinato silenzio rende inevitabili.

 Ecco, dunque, l’ipotesi numero quattro. Non sarà che i veri ciechi sono coloro che dovrebbero vedere e non vedono e che, di conseguenza, i falsi ciechi si approfittano della loro cecità? Santi a parte, in chiesa o in commissione, non sarà che certe forme profane di santità piovono dal cielo come effetto della confusione, della sciatteria, dell’inefficienza, del pressappochismo, del tirare a campare e del chiudere un occhio (già, non vedere) che da tempo affliggono la società italiana a tutti i livelli?



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