Riordino Province, Capponi e Agostini: “Macerata non ha nulla da temere se sarà unita”

I consiglieri provinciali analizzano la situazione e criticano l'operato del presidente Pettinari e del sindaco di Macerata Carancini
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Nazareno Agostini e Franco Capponi

Franco Capponi, capogruppo del Ppe in Consiglio provinciale e Nazareno Agostini, capogruppo del Pdl,  intervengono sul riordino delle Province:

Vorremmo riaffermare  la posizione che responsabilmente il Pdl  ed il Ppe  avevano già votato con un proprio ODG nel gennaio scorso in seno al Consiglio Provinciale contro la proposta del duo Pd-Udc di mantenere lo Status Quo sulle Province.

Noi abbiamo scritto e votato un nostro ODG, oggi molto attuale, ma lo abbiamo fatto circa sei mesi fa. Dicevamo: ‘Province da difendere solo se più efficienti, svolgono funzioni e servizi di area vasta in stretta collaborazione e sussidiarietà verso i comuni e si azzerano i costi della politica’. Questa in sintesi è stata la nostra proposta nel Consiglio Provinciale aperto di gennaio scorso durante la discussione dell’Ordine del giorno presentato dall’UPI  che diceva di non toccare le Province. Per questo abbiamo votato contro il documento predisposto dall’UPI nazionale che intendeva istigare tutte le Istituzioni (Regioni in primis) a ricorrere e osteggiare la proposta contenuta nella Legge 214/2011 – cosiddetta ” Salva Italia”, persino attraverso il ricorso alla Corte Costituzionale. La nostra valutazione sulla proposta Monti è positiva con richiesta però del mantenimento delle  funzioni “core” attualmente svolte dalle Province (istruzione secondaria e organizzazione scolastica, trasporto pubblico locale, gestione infrastrutture viarie e bonifica,tutela ambientale, sviluppo economico) e attribuzione di ulteriori funzioni di area vasta come indicato nel nostro ODG respinto dalla maggioranza seppur con consistenti defezioni. Solo in questo modo le funzioni della Provincia  diventerebbero  più asciutte ed esercitate in stretta collaborazioni con i comuni che le compongono e soprattutto saranno depurate dai costi e dalle inefficienze della cosiddetta “politica”>>.

 La cosa strabiliante è stata  allora la votazione avvenuta al termine di un dibattito responsabile affrontato dai pochi Sindaci presenti, dai sindacati e con il pregevole contributo apportato dai rettori delle Università di Macerata e di Camerino. I partiti di centrosinistra, che a livello nazionale hanno fatto campagne di captatio-benevolentiae per l’abolizione tout-court delle Province qui hanno detto il contrario. L’UDC ha votato per il documento UPI e cioè per il mantenimento di tutto com’è oggi, l’IDV non partecipo’ al voto (e pensare il tradimento verso il milione e mezzo di firme raccolte), il PD ha difeso gli interessi di bottega votando per il mantenimento dello status quo con una defezione importante, il Consigliere Vesprini, che ha difeso la necessità di snellire le province e di azzerare i costi della politica e favorevole sostanzialmente alla nostra proposta.

Le nostre valutazioni partivano dalla considerazione che la norma contenuta nel “Salva Italia” lungi dal conseguire così com’è enormi risparmi – come indicato espressamente dalle relazioni tecniche della Camera e del Senato, che non hanno ritenuto di potere quantificare alcuna cifra dai risultati delle misure stesse – produce notevoli costi aggiuntivi per lo Stato e per la Pubblica amministrazione, ingenera caos nel sistema delle autonomie e conseguenze pesanti per lo sviluppo dei territori. Inoltre la norma non tiene minimamente conto dell’aumento della spesa pubblica, pari ad almeno il 25% in più, che si avrebbe dal passaggio del personale delle Province (56.000 unità) alle Regioni o dal trasferimento di competenze di area vasta ai Comuni e che il decreto non considera la difficoltà a computare e trasferire il patrimonio e il demanio delle Province: 125.000 chilometri di strade, oltre 5.000 edifici scolastici, 550 centri per l’impiego, sedi, edifici storici, partecipazioni azionarie dotazioni strumentali, ecc.

Tale norma impone una modifica della normativa tributaria, poiché  le entrate tributarie, patrimoniali e proprie delle Province dovranno passare in quota parte a Regioni e Comuni per garantire il finanziamento delle funzioni, proprio nel momento in cui si stanno verificando le condizioni per il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni standard nelle Province attraverso l’attuazione delle norme sul federalismo fiscale e che la norma avrà effetti devastanti sulle economie locali, poiché produrrà il blocco totale degli investimenti programmati e in corso delle Province, perché i mutui contratti dalle Province, nei casi in cui questo fosse possibile, dovrebbero essere spostati alle Regioni o alle altre amministrazioni locali, e che ostacolerà i diversi progetti, anche pluriennali, finanziati dai fondi strutturali Ue o da sponsor o fondazioni bancarie in cui sono impegnate le Province, con il serio rischio di interrompere la gestione delle attività e dei connessi importantissimi flussi di spesa.
E’ giusto anche valutare il fatto che la norma cosi com’è produrrebbe un nuovo pericolo accentramento di funzioni verso le Regioni e noi sappiamo benissimo i danni prodotti in termini di offerta quantitativa e qualitativa alla comunità Maceratese di una visione “anconocentrica della sanità”, dello sviluppo economico e dei servizi a rete.
Noi riteniamo invece non piu’ funzionale ai ruoli della nuova provincia il mantenimento in vita degli attuali apparati politico-elettivi al vertice delle Province, dal momento che la domanda di servizi resi dalle Province alle comunità provinciali e al territorio è obiettivamente formulabile, in sede di scelte politiche, principalmente provenienti dai Comuni da un lato e in stretta relazione con le Regioni dall’altro. Questo aspetto inoltre incide profondamente sui cosiddetti “costi della politica” in quanto la tanto declamata “funzione di interprete della domanda di servizi di area vasta” si rivela poco più di un espediente retorico evocato da chi si ostina a riprodurre modelli e schieramenti politici nazionali o sperimentali orientando la Provincia verso ruoli che non deve avere e che mette in crisi spesso il vero ruolo e cioè quello di operare con la dovuta legittimazione a livello sovra-comunale, senza interferire nella inter-comunalità – cioè a dire nella collaborazione orizzontale tra Comuni – ed in modo autonomo rispetto alle Regioni.
Siamo anche noi convinti che la scomparsa totale dell’Istituzione Provincia porterebbe ad avere meno garanzie per i nostri territori e vi sarebbero meno garanzie di sviluppo omogeneo del nostro Paese, che verrebbero garantite meno opportunità a chi è più debole. Che diminuirebbe l’identità locale fatta di storia e cultura e le Istituzioni si allontanerebbero dai cittadini.
Siamo altresì convinti che si possono eliminare totalmente i costi della politica (almeno quattro milioni per lo svolgimento delle elezioni, le indennità degli organi e il supporto politico per ogni legislatura) e si potrebbero ottenere enormi economie da un’operazione di ridefinizione e razionalizzazione delle funzioni delle Province anche attraverso un preciso percorso di cambiamento organizzativo verso la semplificazione, la riduzione delle dirigenze e del divieto di esercitare funzioni non previste dalla Carta delle Autonomie, in modo da lasciare in capo alle Province esclusivamente le funzioni di area vasta ed eliminando tutti gli enti intermedi strumentali (agenzie, società, consorzi) che svolgono impropriamente funzioni che possono essere esercitate dalle istituzioni previste dalla Costituzione con il sostanziale impegno e rappresentanza di tutti i Comuni.
Tutte queste analisi sono anche riportate in un interessante studio che l’ Università Bocconi ha svolto di recente (Prof. Senn e Zucchetti) sul possibile riassetto delle Province Italiane. Questo documento e’ stato posto in attenzione di tutti i Consiglieri Provinciali proprio dalla maggioranza, peccato però che non l’hanno letto. Questo studio giunge sostanzialmente a delle conclusioni simili a quanto noi abbiamo proposto.

Diventa scandalosa ora la lotta che si stà accendendo a livello locale per chi debba avere la sede della nuova Provincia. L’approvazione del Maxiemendamentto sulla Spending Review  fa passare un nuovo concetto. Non piu’ la  “soppressione o accorpamento” delle Province ma il loro “riordino”. Lo prevede l’emendamento dei relatori, Paolo Giaretta (Pd) e Gilberto Pichetto Fratin (Pdl) all’articolo 17 del Dl sulla spending review in commissione Bilancio del Senato dove il PDL e la LEGA hanno la maggioranza assoluta. Per il relatore e il Governo non cambia la sostanza della previsione e si andrà al dimezzamento delle Province. Restano fermi i parametri di popolazione e territorio fissati dal Governo e la “fotografia” di chi li rispetta e chi no fissata nella deliberazione del 24 luglio che, si fa notare da parte dell’Esecutivo, già parla di “riordino”. Le Province che sono al di sotto dell’asticella dovranno essere “riordinate” in nuove realtà territoriali. Però le proposte di riordino dovranno tenere conto della volontà di spostamento dei Comuni da una Provincia ad un’altra anche se dovranno essere rispettati i “requisiti minimi” fissati dalla deliberazione. Viene comunque data maggiore autonomia ai Consiglio delle autonomie locali delle Regioni e più tempo per il piano di riordino: 70 giorni invece di 40 dalla deliberazione del Governo per i Cal e fino a 90 giorni per la trasmissione dei piani delle Regioni al Governo e 60 giorni invece di 20 dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto per il Governo per adottare la legge di riordino. Fonti dell’Esecutivo rilevano che resta ferma la dead line di fine anno. Fra le competenze delle Province sono inserite la programmazione della rete scolastica e la gestione dell’edilizia scolastica. Si prevede ancora che sarà Capoluogo di Provincia il Comune con maggior popolazione residente, salvo diverso accordo. Per questo, se il legislatore regionale ed il CAL saranno in buona fede, l’organizzazione della Provincia di Macerata e le infrastrutture pubbliche che la caratterizzano (Prefettura, Questura, Guardia di Finanza, Ufficio Imposte, ecc..) non saranno scippate al nostro territorio. Per il raggiungimento dei pochi numeri mancanti in termini di popolazione si possono fare tante ipotesi risolutive come l’ampliamento a Fabriano e comuni dell’interland dato l’innervamento e contiguità infrastrutturale esistente (tratta Ferroviaria Civitanova – Fabriano e la costruenda intervalliva Muccia-Camerino-Matelica-Fabriano ad esempio) o il ricompattamento del distretto calzaturiero con Montegranaro, Porto sant’Elpidio e Sant’Elpidio a mare e Casette d’Ete o il rafforzamento del distretto turistico del medio adriatico con Loreto e Numana aggiunte a Civitanova, Porto Potenza Picena e Porto Recanati.

Occorrerà usare il buon senso e la autorevolezza delle istituzione al di fuori delle “smaronate” di tanti soggetti inconcludenti e che badano solo ad interessi di bottega politica. Certamente Macerata non potrà essere annessa a nessuno, quantomeno ad Ascoli o Fermo ma solo dovrà rafforzarsi in una logica di convenienza anche per i Comuni che aderiranno al progetto di attrazione. Inconcludente ed autoreferenziale quanto fatto sinora dal Presidente Pettinari, tra l’altro andato molto al di là, per fortuna solo con le esternazioni, del mandato (mai richiesto) del Consiglio provinciale ma che non ha neanche informato sull’operato o sugli orientamenti della sua Giunta neanche i partiti di maggioranza in una logica tutta accentrata sulle sue prerogative oramai al lumicino. Ricordo infine al sindaco di Macerata Carancini che è ormai tardi per muoversi: quando abbiamo fatto l’accordo tra le due Università di Macerata e Camerino per la creazione della rete di relazioni con il centro sud delle Marche lui dov’era e perchè ad oggi non sappiamo ancora cosa pensa di fare? Queste erano azioni da Leader e da capoluogo, ora è tardi.



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