Battuta di caccia alla battuta

...Per sopravvivere al caldo agostano maceratese
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di Filippo Davoli

“Battuta di caccia alla battuta” era il titolo di una rubrica di Raimondo Vianello in radio, una trentacinquina di anni fa. Geniale come sempre. Siccome fa troppo caldo, tento di individuare in una buona risata l’antidoto all’impossibilità di vacanze al mare, in montagna o ovunque sia: esatto, mi tocca restare in città. Da sempre l’agosto vissuto in città rimmemora un set cinematografico dismesso, con le sue belle scenografie trattate per resistere all’usura, la parietale che cresce indisturbata anche tra i sampietrini, due o tre zombie a far nascere il sospetto che esistano forme di vita umana nei paraggi.

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Penso d’improvviso a quel discorso delle province…
Avendo passato tutte le estati dell’infanzia e dell’adolescenza a Fermo (città spenta d’inverno ma vivissima e propulsiva d’estate, per di più col mare sottocasa), ci converrebbe unirci a lei e fondare una provincia unica: una grande unica famiglia, con la casa invernale e quella estiva. Anzi, di più: una grande unica famiglia con un lavoro invernale in ufficio e un’estate da lauti arrotondamenti prendendo in gestione chioschi e chalet (è una metafora, ovviamente fin troppo poetica, ma insomma… è caldo, bisogna pur divagarsi un po’, no?).

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Dopo Pesaro-Urbino, Macerata-Fermo. Uffici periferici per la cittadinanza (cioè non cambierebbe nulla) e un solo organismo istituzionale provinciale (cioè cambierebbe molto: che è sempre poco, si capisce; ma considerate le progettazioni notturne di molti per il proprio avanzamento di carriera politica, è se non altro molto divertente). Divertente (e tragico) come pensare chi votare la prossima volta: mio cugino Pacifico ha avuto un’idea pirandellianamente strepitosa: votiamo tutti il più piccolo partito italiano, quale che sia. Facendo così, non veniamo meno al diritto-dovere di voto, ma contemporaneamente facciamo un colpo di Stato: ve l’immaginate la Sultirolen Wolk-Spartei che prende il 68% – o di più – dei suffragi? (E’ una boutade, ovviamente fin troppo umoristica, ma insomma… è caldo, bisogna pur risollevarsi l’animo un po’, no?).

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Ecco cosa manca al nostro tempo: l’umorismo. In un gradevolissimo saggio dal titolo curioso ma intrigante, “La forza della debolezza” (Edizioni AdP, 2011), Giovanni Cucci scrive a tale riguardo: “C’è un elemento contestativo, nell’umorismo, il rovesciamento inaspettato della situazione data costituisce anche una specie di rivoluzione auspicata sovvertendo uno stato di cose insoddisfacente; ma c’è anche un elemento artistico in essa, perché chi fa una battuta esprime ciò che in teoria era percepibile da tutti ma che di fatto viene colto soltanto da chi è dotato di questo sguardo acuto e penetrante.”
Purtroppo, di umorismo e di umoristi ce ne sono sempre meno. Come scrive Bateson nel suo saggio dedicato a “L’umorismo nella comunicazione umana”, “Ho rilevato l’impressione che la persona priva di senso dell’umorismo sia una persona a cui manca la prospettiva, o la capacità di vedere qualcosa sotto più prospettive diverse. (…) La persona priva di senso dell’umorismo vede le cose solo in una cornice di riferimento molto ristretta, e perciò non è capace di cambiare”. Che sia questa una delle cause maggiori della malattia di Macerata?

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Eppure, l’umorismo era l’anima di questa città. La forza del suo dialetto, l’energia dei suoi personaggi, la “grannezza” della sua creatività nonostante le ridotte dimensioni. Ecco cosa andrebbe creato, in Largo Donatori del Sangue: un giardino pubblico dedicato ai personaggi maceratesi del passato. Un concorso pubblico per artisti che se la sentano di ritrarli o scolpirli, e una lezione continua di trasmissione della nostra cultura, di padre in figlio, di nonno in nipote, con la curiosità e gli stimoli che comunque l’origine sempre fornisce.
So che una cosa di questo genere non è stata fatta in nessun’altra parte, e dunque qui verrà subito etichettata come una sciocchezza: forse mi basterà proporla ad altri Comuni italiani, per ottenere – dopo e senza sforzi – che Macerata si adegui.

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L’aneddotica maceratese è ricchissima di battute umoristiche; ci sono stati personaggi insuperati e insuperabili, come Pietro Baldoni “Briscoletta” o il suo amico Cesare “lu toscanu”, il cui florilegio è amplissimo e sempre d’effetto, quando una serata tra amici langue. Non so se sapete quella di Gringo. Pare così che al cinema Italia dessero una pellicola su Gringo e allo Sferisterio un’altra su Sartana. I nostri due andarono allo Sferisterio e, appena Sartana cominciò la sua mattanza, ecco lu toscanu prorompere ad alta voce: “Te ne ‘pprufitti perché Gringo sta a lu cinema Italia!”.
Perché prima, il cinema era davvero un luogo di aggregazione; non un luogo di moltiplicazione di individui, ma un’occasione vera e propria di incontro sociale, dove la gente sparava battute ad alta voce, e si creava un tessuto comune di rapporti. Anche questa faccenda della socialità è un felice prodotto dell’umorismo: significa accettare di stare al gioco, mettersi in discussione, e dunque relazionarsi in maniera sana, semplice, morale senza essere moralistica.
Se oggi al cinema ti viene una battuta bella e forte come quella dei nostri amici, la fai? No. Te la tieni. Ti viene meglio borbottare contro chi le fa sottovoce e disturba il film. Per una falsa idea di cultura, stiamo perdendo l’umanità.

(foto-ritocchi di Filippo Davoli)

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La battuta più recente che ho ascoltato a Macerata, l’ha fatta ad alta voce (anche se non urlando) un mio amico dalla trentennale esperienza in campo musicale, in centro, durante lo spettacolo di un noto cantante che inframezzava i brani con lunghi ed estenuanti aneddoti, credendo di essere in questo molto bravo e divertente. Non rideva nessuno, giusto qualche sorriso di circostanza e un po’ di imbarazzo per le canzoni che non arrivavano mai. Sicché il mio amico dice: “Li maceratesi non ride per ccuscì ppoco. Se ce voli fa ‘rride, devi cantà!”, riuscendo (involontariamente?) a stroncarlo su tutta la linea. Non so dire se l’artista abbia sentito. Né credo che l’abbiano captato quelli del pubblico. Ma certo è una battuta sulla stessa lunghezza d’onda di quei maceratesacci adorabili che hanno fatto ricca la nostra tradizione. E che andrebbero frequentati non solo nella memoria di una sera.

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