L’inviato di guerra sbarcato a Macerata

Andrea Angeli ed Evio Hermas Ercoli ricordano Mauro Montali
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Mauro Montali in piazza della Libertà

di Matteo Zallocco

Lunedì pomeriggio a Rimini parenti, amici e colleghi hanno dato l’ultimo saluto a Mauro Montali. Molti maceratesi hanno preso parte ai funerali. Da diversi anni, infatti, Macerata aveva adottato Mauro che amava fortemente questa terra e che negli ultimi anni ha arricchito la nostra testata (e tutti noi) con i suoi scritti. Dopo il ricordo della redazione di Cronache Maceratesi (leggi l’articolo), di Giancarlo Liuti (leggi l’articolo) e dell’amico Bruno Mandrelli (leggi l’articolo), oggi sono Andrea Angeli, portavoce dell’Onu, e il professor Evio Hermas Ercoli a ricordare Mauro.

 

Andrea, quando Mauro fu destinato a Macerata l’unica persona che conosceva eri tu, giusto?

Sì, anzi no, io ed anche Guido Picchio. Eravamo “gli amici di Sarajevo”, tornati poi utili nelle Marche.

 Lo avevi conosciuto in Bosnia?

Ci incontrammo per la prima volta ad Amman, durante la prima guerra del Golfo. Io funzionario alle prime armi, lui inviato di punta dell’Unità. L’amicizia si cementò poi nei Balcani, Terra che Mauro batté in lungo e in largo in tutte le fasi più acute del conflitto. Era il tempo della direzione Veltroni. Il quotidiano di Botteghe oscure con i reportage di Mauro e Adriano Sofri copriva in maniera esemplare gli eventi oltre Adriatico.

 

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Andrea Angeli in missione

Poi vennero gli anni della crisi.

L’Unità era il più grande giornale di partito e fu colpito duramente dai ridimensionamenti resisi necessari. E Mauro rientrò nei piani di prepensionamento offerti a molte grandi firme.

 Cosa ti colpiva di più di Mauro?

Direi l’ironia e una capacità di dialogo non comune. Ricordo una sera a Spalato, stavamo andando a cena insieme. Ad un certo punto chiamò la giovane europarlamentare Luisa Todini per dire che mi avrebbe raggiunto al ristorante. Mauro mi spiegò che nei primi anni della carriera, lavorando alla redazione di Terni dell’Unità, in varie occasioni aveva attaccato la famiglia Todini, costruttori umbri di primo piano. Luisa nel salutarci fece subito mente locale alla firma scomoda. Mauro con lo charme e la galanteria che non gli sono mai mancati riuscì a far dimenticare presto le tante pagine contro. Un’altra volta, a Zagabria, s’imbatté in uno spedizioniere toscano divenuto nientemeno che segretario di Stato di una fazione ribelle bosniaca autoelevatasi a statarello. Il giorno dopo lo massacrò, una mezza paginata da farlo seppellire. Mesi dopo incontrò il soggetto in questione nello scompartimento di un treno in Italia. Riuscì a non farsi buttar giù dal finestrino, convincendolo – non so proprio come – che in fondo aveva dato risalto alla loro causa!

 Che pensasti quando ti disse che sarebbe venuto a Macerata?

Ero dubbioso. Temevo avrebbe preso l’impegno in provincia con sufficienza, una parentesi prima di tornare a Roma. Ma anche che sarebbe stato accolto con diffidenza dai notabili cittadini, con frasi del tipo: “ma che ne sa questo delle nostre realtà?”

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I drammatici giorni di Sarajevo vissuti insieme da Andrea Angeli e Mauro Montali (foto di Guido Picchio)

 Previsioni sbagliate.

Totalmente. Fu in quel momento che dimostrò tutta la sua grandezza, umana e professionale. Ricominciò una seconda vita, ripartendo da zero. Con umiltà e senza far mai pesare il suo passato di grande inviato, s’integrò perfettamente con i colleghi delle varie redazioni maceratesi, novellini e meno giovani, per tutti era Mauro del Messaggero Marche. Ma anche la città si affezionò a lui, molti si appassionarono ai suoi pezzi taglienti. Precisi e puntuali, ma – si vedeva – scritti da qualcuno con una marcia un più.

Non aveva rimpianti? Con te magari si confidava.

Sulla scrivania in redazione era poggiata una foto con Sandro Pertini, scattata a Beirut in occasione della storica visita ai soldati del generale Angioni. Gli chiesi se ne avesse altre da qualche parte. Andrea, scusa – rispose – con una foto così cos’altro vuoi mettergli accanto. Aveva ragione, era bellissima. Forse quell’immagine teneva vivo il ricordo degli anni del grande  giro. Ma, come già detto, non ne parlava mai, teneva tutto con se. Aveva voltato pagina e voleva vivere pienamente la nuova esperienza.

 Mai, mai quindi.

In realtà, una volta un accenno alla vita da inviato riaffiorò. Ero appena tornato dall’Iraq, nell’estate del 2004, stavamo facendo due chiacchiere in centro. Squillò il telefono. Dalla redazione centrale del Messaggero gli comunicavano che a Falluja era stato rinvenuto il cadavere del free lance Enzo Baldoni; da lui volevano un pezzo sulla famiglia, originaria della Valnerina. Andrea: ti prego accompagnami, non solo non ho la macchina, ma arrivando all’una di notte mi sbattono la porta in faccia, forse con te che sei dell’Onu e sei stato lì parlano. Pierino dal bancone del bar ci apostrofò: siete matti, dove andate a quest’ora con una R4 scassata “su pè Visso”! Dopo un paio d’ore, salendo i tornanti di Preci – tenendo tettino aperto, avevo fatto congelare lui e Guido Picchio onnipresente – mi disse che gli era sembrato di tornare ai tempi di Mostar. Il giorno dopo il più bel ricordo del pubblicitario milanese portava la sua firma, da cronista di razza non si era smentito.

 Poi ci fu Rimini.

Era raggiante, pensava di dover fare lunghe passeggiate da pensionato sul lungomare. Invece, la sua amica Carmen Lasorella, direttore di TeleSanMarino lo chiamò a condurre lo spazio d’intrattenimento serale dell’emittente. In breve divenne il Bruno Vespa del Titano, anche sul piccolo schermo dava il meglio di se.

 L’ultima volta che l’hai visto?

A Fiumicino, un anno fa, del tutto casualmente. Lui volava a Miami con Marina, io tornavo a New York. Ci lasciammo con un arrivederci da qualche parte. Quel volo transatlantico mi fece ben sperare per la sua salute. Purtroppo la tregua che il male gli ha concesso è stata breve. Non l’ho più rivisto.

***

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Evio Hermas Ercoli

Anche il professor Evio Hermas Ercoli ricorda Mauro Montali:

Lunedì a Rimini ho portato con me alcuni versi di Omar Khayyam, poeta persiano del XII° secolo, per accomiatarmi da Mauro.

Li avevamo letti e commentati tante volte in compagnia di un profumato Morellino di Scansano; la musica di sottofondo era quella di ‘Stupido Hotel’. Si parlava degli assenti, dei tanti Berselli che ci avevano attraversato la vita.

Ogni tanto si aggiungeva alla serata il Mandrelli con la sua tragica saggezza.

Un rito perduto, ora che tutto è perduto davvero:

Gli amici che abbiamo amato, i più fedeli e leali,

ci hanno lasciato uno dopo l’altro;

con loro bevemmo due o tre coppe alla mensa del mondo,

prima che, uno alla volta, andassero silenziosamente a dormire.

 Noi siamo i pedoni della misteriosa partita a scacchi giocata da Dio.

Egli ci sposta, ci ferma, ci respinge,

poi ci getta uno a uno nella scatola del Nulla.



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