A tu per tu con Saverio Marconi

Intervista al protagonista delle "Variazioni Enigmatiche"
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Un'immagine della rappresentazione

di Walter Cortella

Alcuni giorni dopo la sua esibizione al Lauro Rossi di Macerata in «Variazioni enigmatiche» di Eric Emmanuel Schmitt (leggi l’articolo), abbiamo incontrato Saverio Marconi che ci ha rilasciato una lunga intervista, della quale pubblichiamo un estratto.
Dopo venticinque anni vissuti come regista, Saverio Marconi torna al ruolo di attore e per la sua rentrée sceglie le Marche. C’è una ragione specifica?
Non è certo casuale che abbia scelto questa regione per vestire di nuovo i panni dell’attore. Posso ben dire che qui è casa mia, è il luogo dove ho cominciato a fare teatro e dove ho colto i miei primi successi. Abito a Tolentino e lì ho debuttato con questo importante lavoro, con un cast marchigiano. Il mio partner è Gian Paolo Valentini e come regista mi sono affidato a Gabriela Eleonori, mia collaboratrice storica.
Soddisfatto dell’accoglienza maceratese?
Ci tenevo moltissimo per il mio secondo esordio ad esibirmi in questo stupendo teatro dalla acustica perfetta, dove la voce dell’attore giunge senza difficoltà in qualunque settore. In queste due serate ho colto una grande attenzione da parte pubblico. Avremmo dovuto andare in scena in febbraio, ma a causa delle abbondanti nevicate lo spettacolo fu rinviato. Nel frattempo siamo stati a Roma, dove abbiamo ottenuto un lusinghiero successo. «Variazioni enigmatiche» emoziona e  sorprende il pubblico, un po’ per la storia e un po’ per la scrittura, per come è costruito, per ciò che i personaggi si dicono e per i suoi continui colpi di scena, le sue «variazioni sul tema». Ho avuto modo di constatare che molti spettatori ricordano le battute di Znorko e Larsen e ciò mi ha veramente colpito. Succede raramente. Evidentemente lo spettacolo ha grande presa sul pubblico.

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Le Variazioni enigmatiche

Come lo spiega?
La scrittura di Schmitt è densa, piena di significati e di temi importanti, a cominciare dall’amore, accanto al quale c’è quello della solitudine dell’intellettuale, il tema della letteratura, sempre in bilico tra finzione e realtà. Il testo, con i suoi continui svelamenti, finisce per diventare quasi un thriller.
Esistono varie traduzioni dell’opera di Schmitt. Perché curarne un’altra, insieme alla regista Gabriela Eleonori?
Naturalmente le ho lette, ma non sono rimasto del tutto soddisfatto. In precedenza avevo lavorato con l’autore alla traduzione dall’inglese al francese del musical «Nine» e durante questa collaborazione è nato tra noi un feeling, una sorta di affinità, grazie alla quale è stato agevole comprendere il significato di alcuni termini del suo testo. Per questo, la nostra traduzione è risultata molto precisa. Con lo stesso Schmitt abbiamo chiarito il significato di alcune espressioni idiomatiche e modi di dire. Ha apprezzato molto la nostra traduzione e dopo aver visto lo spettacolo ha espresso la sua approvazione scrivendo sul frontespizio del copione «….da una partitura di parole una partitura di emozioni». Insomma, abbiamo colto nel segno. Ne siamo orgogliosi.
Chi sono Znorko e Larsen?
Abel Znorko è uno scrittore di successo, Premio Nobel. Da tempo si è ritirato in una sperduta isola del mare Artico. Ha conosciuto il tradimento, l’amore che non vuol dire necessariamente intesa sessuale, la perdita di se stessi, ha subito le menzogne e l’isolamento, poi ha trovato rifugio nella scrittura. Erik Larsen, invece, ha conosciuto l’amore semplice, modesto. L’amore che, giorno dopo giorno, accompagna l’altro dalla malattia alla morte. Znorko e Larsen rappresentano due modi d’amare. Znorko è romantico, ama a distanza, sa nutrirsi di un amore epistolare. Larsen è realista, rimane accanto alla persona amata, fino alla fine.
Perché Znorko accetta di essere intervistato da Larsen, un oscuro cronista di provincia?
Il giornalista abita nello stesso paese di Helene, la donna con la quale ha avuto una lunga relazione interrottasi sei mesi prima e quindi spera che l’uomo possa dargli qualche informazione utile per capire il motivo dell’inspiegabile e improvviso silenzio e recapitarle una sua lettera. All’inizio lo tratta con sufficienza, poi però le cose cambiano. Le domande di Larsen fanno nascere in Znorko il sospetto che sia stata proprio Helene a combinare l’incontro per sapere, per capire chissà che cosa.

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Saverio Marconi

Qual è il tema dominante dell’opera?
Il tema che colpisce di più lo spettatore è quello dell’amore. Ognuno di noi ha fatto nella vita questa esperienza, vissuta in modo sempre diverso. Talvolta l’amore sfocia nell’impossibilità di fondersi completamente l’uno nell’altro. Si arriva ad un punto in cui sembra che il contatto possa essere totale, ma purtroppo rimane pur sempre un velo che rende incolmabile la distanza tra i due partners. Nell’amore spesso si è soli e ciò crea una grave frustrazione. Il lavoro di Schmitt ne parla in maniera totale, ponendo una dilemma pressante tra l’«amore privazione», quello cioè vissuto a distanza e che si nutre di un rapporto epistolare, di incontri sporadici e spesso contrastati e «l’amore convivenza», quello invece vissuto giorno per giorno, accanto alla persona amata, con tutto ciò che questa continua vicinanza comporta. Quale dei due è il migliore?  È difficile dare una risposta esauriente. Per Znorko «l’amore convivenza» fa si che uno dei due inevitabilmente sovrasti l’altro. Non c’è scampo. Uno dei due deve soccombere e nella tradizione il ruolo soccombente è stato storicamente appannaggio della donna.
E oggi?
I tempi sono cambiati, non è più così. Forse non lo era nemmeno in passato. Una volta le donne usavano altre armi, svenivano spesso, ora non più. Era un modo per attirare l’attenzione, per risolvere un problema senza affrontarlo.
Come vedono l’amore i due protagonisti?
Per Znorko è intollerabile veder una relazione sciupata dall’usura, dalla quotidianità; per Larsen, l’amore condiviso giorno dopo giorno con la persona amata è bello, ha un suo valore. È un’avventura rischiosa, ma si tratta di un rischio che si deve correre. Znorko sente la potenza del fascino, la bellezza totale, fisica della sua donna. Sostiene che una persona è comunque bella perché ha un sorriso, un’espressione, uno suo sguardo. Non sono i lineamenti a farla bella.
Qual è il rapporto tra Znorko e Larsen?
All’inizio Znorko veste i panni dell’intellettuale cinico, che si distacca dal mondo e costruisce intorno alla sua persona un’alta barriera per difendersi. Fa di tutto per apparire un personaggio antipatico, scontroso e diffidente. E bisogna ammettere che riesce benissimo nel suo intento. Per contro, il suo antagonista Larsen è più pacato, cordiale e socievole ma nutre un comprensibile odio per Znorko a causa della relazione con Helen. Tuttavia, dopo la morte di lei continua con lo scrittore per oltre dieci anni una relazione epistolare, più forte di quella fisica, una relazione «falsata» ma comunque gradita dall’ignaro Znorko che non sospetta lontanamente che Erik abbia preso il posto di Helene. Pian piano Larsen rimane affascinato e comincia a nutrire per Abel un sentimento simile all’amore.
Questo omoerotismo è voluto o è un’ambiguità appena accennata e lasciata in sospeso?
Su questo ho le idee molto chiare. Secondo me è un’ambiguità voluta. Ognuno deve cogliere ciò che vuole, ognuno ha una sua sensibilità. Per questo l’autore evita deliberatamente di proporre un finale a senso unico. Vuol lasciare il discorso aperto ad ogni possibile soluzione. Nella sua opera parla del rapporto uomo-donna e quando vira sul rapporto uomo-uomo si chiede e ci chiede se è possibile amare anche nel sogno. Znorko parla dell’amore tout-court, dove la presenza del sesso non è determinante. Per lui l’amore è un’affinità elettiva e come tale può esistere anche tra uomini. E questo si ritrova nel testo.
È stato fatto qualche intervento sul testo originale?
Sì, una piccola variante. Nella scena finale, quando Larsen lascia la casa di Znorko, si odono due colpi di fucile. L’uscita decisa di Znorko dà l’idea che vada a suicidarsi ma il secondo colpo, sparato stavolta a un intervallo più lungo dal primo, schiude nuovi orizzonti e offre due opzioni: ha richiamato Larsen come al solito oppure si consuma un omicidio-suicidio? Niente di tutto questo: al rientro, Znorko è imbarazzato e per la prima volta si rivolge a Larsen in tono confidenziale, abbandonando il «lei» usato fino ad allora. Questa piccola modifica è stata apprezzata dall’autore perché è la riprova che l’ultimo diaframma che divideva i due uomini è caduto e che tra loro forse è nato qualcosa. Che cosa non si sa. In proposito ho la mia teoria: io, Abel Znorko, presuntuoso, messo alle strette, distrutto momento dopo momento, prima dalla gelosia poi dalla pietà per la morte di Helene, dal crollo di un mondo in seguito alla interruzione del rapporto epistolare, non credo più a niente. Vedo in prospettiva un mondo senza preoccupazioni ma anche senza discendenza. È un’amara riflessione sul vuoto esistenziale. Richiamando Larsen è come se non volessi dargli partita vinta. Analizzerò una ad una le lettere scritte da Erik nel corso di dieci anni, quindi gli invierò una lunga lettera spiegandogli tante cose, i suoi stati d’animo. Larsen continuerà a scrivermi come sempre ed io gli risponderò, più che altro per cortesia. Erik non è Helen e poi, superata la cinquantina, sento il bisogno di ricostruire tutta la mia vita.
Come giudica la scrittura di Schmitt?
Il modo si scrivere di Schmitt mi ricorda molto Umberto Eco, le cui opere sono grandi costruzioni erudite, anche se talvolta un po’ pesanti, molto curate nei dettagli. Al contrario, «Variazioni enigmatiche» acquista, in particolare nella seconda parte, grande dinamicità, proponendo aspetti che lo spettatore non prevede. In questo senso lo si può considerare un thriller. L’azione, pur rimanendo statica, diventa molto più drammatica, con continui colpi di scena che tengono sempre desta l’attenzione dello spettatore.
Ringraziamo Saverio Marconi che nel mese di maggio sarà al Teatro della Luna di Milano con tre repliche di «Variazioni enigmatiche», quindi in giugno tornerà di nuovo nelle Marche, a Sarnano.



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