La neve tra racconti, proverbi e poesie

Le previsioni secondo la saggezza popolare
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Margherite - di Letizia Bernabei

Margherite - di Letizia Bernabei

I PROVERBI

di Mario Monachesi

Il primo di febbraio annovera due proverbi che così recitano: “Se calenna se ne ‘rvè / de l’inverno simo da pè”; “Quer che fa calenna / tuttu lu mese attenna”. Il proverbio che invece interessa il giorno due sentenzia: “Cannela e Cannelora, / de l’inverno sémo fòra, / se cce negne e se cce pioe / ci ni sta quarandanove; / se cce dà sole e solellu / c’è quaranda dì d’inverno”. Visto e “toccato” che quest’anno sia il primo che il due febbraio sono stati giorni di acqua, neve e vento, non ci rimane che rassegnarci ad altri quarantanove brutti giorni atmosferici. Il che sarebbe come dire, fino al ventuno marzo, cioè inizio della primavera. Ci consoli però il detto teso a ricordare che se i giorni della merla (29,30 e 31 gennaio) saranno veramente freddi, come lo sono stati quest’anno, la primavera sarà puntuale e bella. Staremo a vedere. Del resto altri proverbi di febbraio, non sostengono cose diverse: “Febbrarittu / scòrteca l’asinu e lu caprittu”; “Febbrarittu curtùcciu curtùcciu / se sse renvè, mese pegghjo non c’è”; “San Flavià (21 febb.), la né pe li pià”; “A Sanda Mattia (24 febb.), la né pe la via”.

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Tolentino, foto di Mike Mari

LA POESIA

di  Gian Mario Maulo 

NEVE

nell’aria

il candido

profumo

di sospesa

immensità

che trepida

discende

ed esita

poi muore

un volo

breve

un seme

nella terra

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Matelica - di Diletta Fabiani

IL RACCONTO

La neve… quando non c’era la protezione civile

 

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Sanseverino, Seralta - Casa Tavoloni

di Gabor Bonifazi

Una delle cause che stanno alla base di tutti i mali che affliggono l’umanità è sicuramente la superiorità delle forze della natura rispetto a quelle dell’uomo.Basta infatti una nevicata per farci sentire impotenti e lamentosi per la paura, poi il pensiero corre al famoso nevone del 1929 che tanti maceratesi raccontarono di aver apocalitticamente vissuto. Erano altri tempi. Non esisteva la Protezione civile e la neve si riciclava in ghiaccio per essere immagazzinata in grossi contenitori ricavati al centro delle piazze principali di Macerata: piazza Mazzini (allora del Littorio), piazza della Libertà (allora Vittorio Emanuele) e piazza Vittorio Veneto, vulgo San Giovanni. Queste grotte scavate nelle viscere della terra, molto ben descritte dal Moretti nel romanzo «L’Andreana», erano chiamate neviere o conserve: ghiacciaie ante litteram che servivano a conservare i cibi fino al principio dell’estate.

A Cesenatico, lungo il porto canale, sulla facciata della casa di Marino Moretti, venne apposta una lapide con una epigrafe in memoria di questo straordinario luogo del lavoro: «… Un quartiere tutte ghiacciaie in forma di grotte scavate in profondo, cinte all’esterno di muri bassi e rotondi e coperti di tegoli […] Orizzontarsi in quella specie di “villaggio abissino”, come qualcuno le vedeva, mettere il piede ove non fosse fango, evitare i rivoletti d’acqua sudici sgorganti da ognuno di quegli usci, non era cosa agevole […] senza dire che la stessa natura del terreno doveva avere influito sull’immaginazione della gente da poco se un dislivello di due o tre metri faceva dare a quei luoghi assurdi il nome di “monti”. »

Macerata-Villa-Cozza-Torretta-con-sequoia

Macerata, Villa Cozza -Torretta con sequoia

Quindi neve, nevone, inverno, freddo e tanti proverbi e modi di dire maceratesi, come: «Co’ ‘sto friddo te se pappa li carzolà». Un modo di dire misterioso a persona infreddolita, indirizzita e quindi rattrappita come un gatto e la tradizione vuole che i calzolai fossero gran pappatori del più comune animale domestico.
Si dice inoltre che il mese di gennaio fosse il periodo migliore per mangiare i gatti, anche perché venivano frollati nella neve. I più anziani mi raccontarono che specialista era un tale chiamato «Bistecca» che li cucinava per la delizia degli amici all’osteria di “Neno de Vernacchia” in via della Pescheria Vecchia (attuale ristorante da Secondo). Una trentina di anni fa c’era qualcuno che giurava che a Macerata ancora si usava mangiare il gatto… sarà stato vero? Lasciamo questo primato ai vicentini, a noi si addice meglio il blasone di “pistacoppi” e non di magnagatti.

Andreana

Andreana



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