Qui è in gioco
la credibilità dei partiti

Da Marco Ricci
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di Marco Ricci

Dell’intervento di ieri di Monsignor Giuliodori non possiamo non riconoscere alcune caratteristiche che di questi tempi sono piuttosto rare. La franchezza con cui ha parlato e il coraggio nel sostenere posizioni non esattamente condivise dalla cittadinanza maceratese. Sono perfino umanamente comprensibili (ma non certo condivisibili) gli accenni di rabbia presenti nel discorso di ieri. Egli tiene alle celebrazioni Ricciane. Si è speso per dare lustro a questo anniversario e si è speso in ultimo anche per il progetto del monumento al gesuita maceratese. Questo va riconosciuto. E che gli ultimi avvenimenti abbiano potuto procurargli delusione, finanche dolore, lo ritengo naturale e di questo nessuno può gioirne. E’ umana la delusione, capita a ciascuno di noi. E può capitare anche chi riveste ruoli importanti in una comunità. Ed è anche possibile – come afferma il Vesvovo – che la discussione di queste settimane in qualche circostanta possa aver ecceduto nei toni e nei giudizi.

Ma tutto questo non può giustificare l’arroganza, i toni minacciosi, l’insofferenza verso le posizioni altrui, l’entrata a gamba tesa nelle decisioni amministrative, i termini offensivi nei confronti di chi è portatore di idee diverse, di responsabilità diverse, di chi per suo compito instituzionale è tenuto a considerare esigenze più ampie, problemi differenti, tempi differenti in cui effettuare le scelte per il bene complessivo della cittadinanza.

I ripetuti attacchi al Sindaco in un’occasione pubblica in cui rappresentava la città sono stati francamente sconcertanti, irrispettosi del ruolo istituzionale di chi – peraltro cattolico e praticante – che è stato da noi cittadini democraticamente eletto e che per sua responsabilità istituzionale è tenuto a compiere scelte che al Vescovo possono non piacere ma che tengono conto delle esigenze della comunità intera e del momento storico gravissimo in cui stiamo vivendo.

Esseri laici, caro Monsignor Giuliodori, non significa soltanto valorizzare le differenze, come ci ha spiegato lei con sommo disprezzo della nostra pochezza intellettuale. Essere laici significa avere l’umiltà di pensare di non avere per partito preso ragione e che forse una parte di ragione può averla anche chi non considera il monumento a Matteo Ricci una delle priorità della nostra città. O a chi quel monumento non piace, o ancora a chi – a differenza sua e anche mia – vede in Padre Matteo Ricci unicamente una figura di umanista e non anche di uomo di fede come giustamente fa lei.

Detto questo è stato sconcertante sentir paragonare la redazione del Resto del Carlino – per il solo fatto di aver riportato la critica di Vittorio Sgarbi al monumento – a chi ha infangato il direttore Boffo con accuse vergognose e infamanti. Ed è incredibile in una città come Macerata – aperta, tollerante, accogliente verso gli stranieri, sempre estranea agli eccessi e alla violenza anche verbale pure nei momenti più difficili della nostra storia repubblicana – sentir definire con sprezzante alterigia spazzatura CronacheMaceratesi, chi ci lavora, chi ci collabora, chi interviene nei suoi dibattiti ed esprime liberamente le proprie idee.

Alla faccia della laicità, monsignor Giuliodori, del rispetto anche umano e del confronto tra opinioni diverse. Ho letto anche io – come molti altri maceratesi – le Cronache ricciane che lei ha citato nel suo discorso. E in quelle pagine non ho mai trovato un solo punto in cui Matteo Ricci definisce spazzatura le opinioni altrui, i riti, le pratiche diversi dai suoi, neppure davanti all’infanticidio – che di certo biasimava con tutte le sue forze – ma che nel cinquecento veniva spesso praticato tra le genti cinesi più povere. Eppure lei questo termine lo ha riversato su di noi, senza comprendere che i toni si sono accesi quando un po’ tutti ci siamo sentiti definire da lei “miopi” e “provinciali”, senza che in noi aleggiasse alcuno spirito anticlericale quanto un semplice dettato di parsimonia e di cautela nell’utilizzo del denaro pubblico.

Ed è stato sconcertante il tono minaccioso, intimidatorio, con cui il Vescovo – non solo da uomo di fede ma più che altro da uomo di potere – promette di intervenire costantemente nelle decisioni che riguardano la vita amministrativa di questa città. Questo è il punto grave, inammissibile, della vicenda e che non può lasciare indifferente nessuno, credente o non credente che sia. Perchè quello a cui abbiamo assistito è stato un attacco violentissimo alla laicità dello stato, alla separazione tra Chiesa e Stato, alle regole che sono fondamento della nostra Costituzione e del nostro vivere comune.

Ed è stato avvilente che il centrodestra – ignaro e inconsapevole – applauda e si stringa attorno al Vescovo in un ritrovato clericalismo da avanspettacolo o che frange dei partiti di maggioranza prestino il fianco a questi attacchi, tutti assolutamente incapaci di rendersi conto della gravità delle dichiarazioni alle quali avevano appena assistito. Dichiarazioni che travalicano la sfera della fede per entrare a piedi pari in quella dell’amministrazione e del potere, con una sua indicibile, corposa e ripetuta ostentazione da parte del Vescovo. Davanti a quello che è successo ieri, infatti, non si può neppure tentare minimamente di negare che Monsignor Giuliodori non abbia fatto questo, che non abbia cioè ostentato il suo potere temporale in modo ripetuto e minaccioso. Egli si è mosso come uomo non abituato ai no ma abituato ad impore le proprie idee, abituato al comando più che al dialogo. Così, sotto gli occhi del Sindaco, del Prefetto, del Rettore dell’Università, ha ostentato con rara arroganza questo potere nel momento in cui ha comunicato ai presenti di avere – di sua iniziativa – chiesto alla Fondazione Carima di spostare i fondi (peraltro pubblici) dal momumento a Matteo Ricci al restauro della Chiesa di San Giovanni. Egli fa e disfa e le autorità civili – secondo la sua visione – debbono prendere atto e tacere. E se la Fondazione si è prestata a questo gioco senza avvertire l’Amministrazione Comunale, questo sarebbe un gesto inqualificabile non solo di rara scortesia ma di cui peraltro andrà verificata la correttezza formale visto e considerato che la Fondazione ha delle regole ben precise per l’utilizzo dei propri fondi. E si badi bene. Non è questione del merito del restauro di San Giovanni che la città apprezzerebbe. E’ questione del modo, del tempo e del luogo della decisione, aspetti non secondari per una lettura complessiva della vicenda e per lo scontro che il Vescovo ha voluto aprire con la città e con il suo Sindaco, Sindaco che ha cercato di far valere gli interessi complessivi, peraltro sempre in modo estremamente rispettoso del ruolo e della persona di Monsignor Giuliodori.

Ora, avendo io recentemente pubblicato un intervento per lo più ironico su questa testata a proposto del monumento a Matteo Ricci – tralasciando il delirio complottista a cui non la ragione ma semplicemente il buon senso non intende rispondere – non voglio personalmente replicare alla spazzatura con cui il Vescovo con pastorale spirito caritatevole ha coperto anche me. Mi domando però se egli abbia compreso davvero questa città. Una città abituata a figure pastorali umili, ricchissima di volontariato ma assolutamente spiazzata davanti a questi invadenti interventi della Diocesi nella sfera pubblica. E mi domando se egli ne abbia compreso davvero lo spirito di tolleranza, di vera laicità, di apertura, di confronto mai estremo e di generosità che pur con tutti i nostri difetti contraddistingue la nostra comunità. E mi domando in ultimo – laicamente e senza rancore – se questa figura faccia bene o male a Macerata, se sia di stimolo o di scontro, di unione piuttosto che di preoccupante divisione tra credenti e non credenenti, una divisione che non ha mai avuto motivo di essere fino a ieri e che non dovrà averne da oggi in poi.

So che il Vescovo è molto attento ai giovani, è preccocupato del disagio sociale che cresce e di una certa pigrizia – reale – che investe Macerata. In questo personalmente lo apprezzo. Ma qui le questioni sono altre e sono più gravi.

Qui non è in gioco un monumento e neppure uno sfogo di rabbia al limite del comprensibile. Qui è in gioco una inteferenza continua e ripetuta nel tempo nella vita amministrativa prima e sulla stampa adesso, un’interferenza che per il ruolo che Monsignor Giuliodori riveste travalica la libertà di pensiero e gli ambiti rispettabili della fede. Qui è in gioco la credibilità della vita amministrativa, culturale, sociale di Macerata, è in gioco il confronto aperto tra diversi pensieri, come è in gioco la credibilità dei partiti politici di questa città – in primis del Partito Democratico – un cui eventuale silenzio davanti a queste dichiarazioni sarebbe quanto meno imbarazzante.



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