“Corruzione nel Palazzo di Giustizia”,
a Macerata colpisce l’opera di Ugo Betti
con tutta la sua preveggente attualità
All'Auditorium San Paolo

di Maurizio Verdenelli
Quando Ugo Betti (nella foto) nel 1944 scriveva “Corruzione nel Palazzo di Giustizia” (il suo capolavoro) il fratello maggiore Emilio, caposcuola dell’ermeneutica contemporanea, veniva arrestato dal Cnl ed imprigionato a Camerino. Dal carcere colui che era stato il maestro di Giorgio La Pira e Tullio Segre, docente in quasi tutti i rami del Diritto nelle maggiori università straniere ed italiane (tra le quali Camerino e Macerata) veniva rilasciato un mese dopo, prosciolto dall’accusa d’aver sostenuto ideologicamente il fascismo.
In quegli stessi mesi, il Gran Gioco degli Inganni nell’eterno Palazzaccio italiano del Potere cominciava a muoversi nel clima avvelenato dei trasformismi dove gli ex gerarchi fascisti tentavano disinvoltamente di riciclarsi cavalcando il vento nuovo che soffiava dall’Ovest. Un clima dove l’esigenza popolare di Giustizia si mescolava a quella che si mostrava ammorbante e docile con i potenti (della politica e dell’economia) e cattiva, disonesta, implacabile con i poveri e con chi era “caduto” in quel gran rivolgimento. La giustizia di Cust, subdolo ed inquietante Inquisitore del dramma bettiano. Che s’abbatteva implacabile sul capo di Vanan, presidente del Tribunale fin lì arrogante e superbo, poi dopo la caduta, travolto, depresso e vinto. La giustizia che faceva una vittima innocente: la dolce Elena, Antigone bettiana, avvinta nei lacci dell’Inquisitore, suicida nel pozzo vuoto dell’ascensore del lugubre e spoglio palazzo di giustizia (attenzione, proto: p e g minuscole!).
Cinque anni dopo, nel 1949, in un nascente welfare dove al cinema impazzavano i film dei “telefoni bianchi” e dove si cercava di ricucire le ferite ancora recenti della guerra in una specie di gioioso stordimento intellettuale, l’opera del drammaturgo marchigiano era rappresentato al Teatro delle Arti di Roma consacrandosi tra i capolavori del teatro moderno. Una piece immortale per capire l’Italia di ieri, forse di oggi, speriamo no, di domani. Un testo che non poteva “sfuggire” all’analisi e dunque al cartellone dello Sferisterio Opera Festival di Pierluigi Pizzi, ruotante quest’anno attorno al tema dell’Inganno.
“Corruzione nel Palazzo di Giustizia” è inoltre patrocinato dall’Ordine forense italiano. Il “teatro”, l’auditorium San Paolo a Macerata sarebbe senz’altro piaciuto ad Ugo Betti di solide radici familiari cristiane (Emilio aveva insegnato anche all’università Lateranense) e pure il giorno, domenica 26, sarebbe piaciuto seppure l’ora (18) di una giornata canicolare ha tenuto lontano dai percorsi del festival maceratese, parecchio pubblico. A cominciare dal presidente della Commissione Cultura dell’Ordine forense che ha peraltro inviato un lungo ed appassionato messaggio letto dall’avv. Cinzia Maroni. Continuando con gli stessi legali maceratesi -presenti in sparuto gruppo comprendente oltre alla citata Maroni, gli avv.ti Vando Scheggia, Massimiliano Baldassini e sopratutto Guido Bianchini, già assessore regionale alla Cultura. Continuando ancora con gli uomini del Palazzo, camerinese e maceratese -eccezione fatta per il giudice Manzi, ex Tar. Concludendo con gli uomini dell’altro Palazzo, quello della Politica presenti tuttavia con Mario Cavallaro, parlamentare ed avvocato camerinese, e con l’assessore maceratese alla Cultura, Massimiliano Bianchini. “Ritengo di dover sottolineare con sorpresa e rammarico l’assenza del sindaco di Camerino o di un suo delegato a questa importante rappresentazione maceratese del capolavoro di un figlio illustre della città” ha sottolineato l’on. Cavallaro. Il vostro cronista concorda.
E’ stata davvero una memorabile rappresentazione quella condotta dall’ottimo Alberto Terrani (Vanan) alla quale Pizzi ha voluto dedicare il proprio personale sigillo interpretando Croz seppure forse più proficuamente avrebbe potuto affidare il ruolo ad un attore nel contesto di un “coro” per il resto ottimamente amalgamato. Luca Bastianello ha bene interpretato Cust, Savino Liuzzi è stato un calibrato Narratore; Maria Chiara Pedersini una credibile Elena. Nell’adattamento curato dallo stesso Pizzi e da Pierfrancesco Giannangeli mancavano, chiaramente, altri interpreti “di contorno” del testo originario e sopratutto l’altro Inquisitore Erzi, “surrogato” da Cust e dal Narratore.
Una scelta per rendere ancora più drammatico, più duro e “forte” il capolavoro di Betti, che più passano i decenni più diventa di preveggente attualità. “Con il tema della doppia verità, del contrasto dei Poteri, l’inquietante commistione tra una certa politica ed una certa economia, con quel filo tra corruttori e corrotti, la voglia di giustizia e la sua perenne sconfitta perchè così deve andare il mondo” chiosa l’on. Cavallaro. “Importante anche il tema del memoriale che Cust chiede all’indagato, ormai ex potente presidente del Tribunale, e che poi getta nel cestino quando comprende che serve solo alla discolpa sostanziale del sospettato circa l’assassinio a Palazzo di Giustizia del faccendiere Poll cui Vanan è legato. Al tema del memoriale si allaccia quello delle ‘carte’ distrutte nell’archivio del Tribunale da parte dello stesso accusatore ” commenta il poeta Guido Garufi presente in un auditorium piuttosto affollato dove spiccava il completo bianco del regista Massimo Gasparon, reduce dal successo della “prima” di Traviata la sera in Arena.
Il tema del pentimento, in un finale che riscatta il male e lo stesso Cust, che si rivela il vero colpevole, il “grande lebbroso” (“la rosea pustola della lebbra: la corruzione, nascosta dalla toga”) non è presente nel dramma andato in scena all’auditorium maceratese. Nuove e più recenti cronache dai Palazzi di Giustizia italiani lo definirebbero “Il Corvo”.
Betti –drammaturgo ma pure giudice di Cassazione- forse sentiva d’aver esplorato per primo con Corruzione nel Palazzo di Giustizia, “territori proibiti”e questo oltre alla sua fede cattolica nel Bene, lo aveva convinto del finale esemplare. Per la stessa prudenza aveva “ubicato” il dramma in una città straniera, indefinita utilizzando nomi improbabili. Vanan, Persius, Erzi, Croz, Cust potrebbero essere ora nomi da Guerre stellari o Star-Treck.
Dice Giannangeli: “Non abbiamo dunque considerato l’ultima mezza paginetta dell’opera. Ce lo consentivano in fondo alcuni inediti bettiani scoperti di recente e la storia di questi anni che ci insegna che non sempre la giustizia trionfa. Del resto in una delle ultime rappresentazioni teatrali di ‘Corruzione’, una grande risata accompagna l’annuncio finale di Cust di rendere completa confessione dei suoi crimini all’Alto Revisore del tribunale”.
Tantissimi applausi e convinti. Più volte gli interpreti insieme con Giannangeli sono stati richiamati sul palco sistemato alle spalle del bellissimo altare dove negli anni 50 disse una volta messa un cardinale che avrebbe fatto carriera: G.B. Montini, papa Paolo VI.
Un bravo personale a Piefrancesco che in anni non lontanissimi -lui era agli inizi degli studi universitari- chiamai a redigere la critica teatrale sulle colonne de “Il Messaggero” di Macerata. Adesso Pierfrancesco è il direttore del Centro studi “Ugo Betti” di Camerino e docente di Storia dello Spettacolo all’Accademia Albertina di Torino e di Letteratura e Filosofia del Teatro all’Accademia maceratese. Per il prof. Giannangeli, nipote del noto regista maceratese Ugo, il teatro è di casa, una passione assorbita sin dai primi anni della propria formazione. La direzione, poi, del Centro studi camerinese fa di lui uno specialista eccellente di Betti. Il grande drammaturgo che quattro anni dopo la “prima” di Corruzione, moriva a Roma nel giugno 1953. Più longevo, il fratello Emilio si spegneva nel pieno di un altro grande rivolgimento, nel 1968 nella casa di Camorciano di Camerino. Circa quindici anni fa -anno più, anno dopo: i miei ricordi di cronista cominciano a sfuocarsi- la porta del palazzetto Betti venne sfondato da ladri che misero a soqquadro tutto. E non risparmiando pile di manoscritti, infersero un colpo grave ad una parte non irrilevante della cultura giuridica italiana. Sarebbe il caso di recuperare quei fogli sparsi e sopravvissuti, salvando in tal modo la memoria illustre del meno noto ma non per questo meno valoroso, dei due celebri fratelli di Camerino.