I cento anni del Futurismo,
Macerata fu protagonista

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monachesi

di Maurizio Verdenelli

“Lui scriveva da Oslo e con grande voluttà gli piaceva esprimersi nel dialetto maceratese. Sentiva così d’essere più vicino alla sua città. Tuttavia c’era un ma… neppure Mario Buldorini, alias Ermete (il soprannome l’aveva ereditato dal padre) era in grado di tradurre quell’idioma arcaico sopravissuto nella penna del grande Ivo. Allora s’era risolto a chiedere il mio aiuto. Devo confessare: anch’io sudavo sette camicie per capire. Però non ci staccavamo dal tavolo senza aver ‘tradotto’ le lettere … se Pannaggi avesse scritto in norvegese, forse sarebbe stato più facile”. La testimonianza è del popolarissimo Cisirino, alias Cesare Angeletti, scrittore legato alle tradizioni maceratesi delle quali è prezioso custode.

Quelle lettere “norvegesi” del maceratese che fondò il Futurismo a Macerata sono ora conservate gelosamente dall’avv. Goffredo Binni. “Appartengono al patrimonio della nostra famiglia” ha detto Binni, anch’egli uno degli “ultimi gloriosi maceratesi” a Marco Pannaggi, il figlio dell’artista. E’ certo che quelle testimonianze attingono nella forma e nel contenuto, ad una sfera amicale e privata (“tuttavia se uno pensa ad un Ivo sull’onda della fama di ammiratore del gentil sesso, si sbaglia” dice Cisirino). E’ forse meglio, comunque, che le lettere ad Ermete rimangano nel chiuso di casa Binni pur nella ricorrenza dei cento anni dal Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti. Da parte sua Marco Pannaggi ha prestato due opere del padre alla mostra di Roma. Molte opere futuriste “maceratesi” sono in questi giorni esposte in Italia: alcune dello stesso Pannaggi, dell’aeropittore Tullio Crali e dell’umbro Gerardo DottoriAeropassaggio sul Trasimeno,, appartenente ad una collezione maceratese- sono alla rassegna di Palazzo Ducale di Cavallino (Foggia). In chi scrive, il nome di Dottori non può ricordare la stima un po’ paterna che gli riservava. Stima e confidenza che mi procurò, per eccesso di sicurezza, una delle più brutte disavventure. Accadde nel 1973, quando il grande Gerardo, già malato, mi mandò una nota di denuncia pubblica contro gli sciacalli che sezionavano i suoi quadri facendo leva sul fatto che 1) erano già valutatissimi; 2) erano doppiamente firmati, in alto e in basso; 3) ad ogni firma corrispondeva una parte geometricamente conclusa, data la tecnica usata. Pensando d’avere l’esclusiva di quella denuncia e volendola approfondire, non pubblicai subito la notizia su Il Messaggero (di Perugia). Non attese invece il concorrente“La Nazione”: rischiai seriamente così il posto di responsabilità in redazione proprio per …il Futurismo. Una lezione che non avrei più scordato anche se la velocità è spesso foriera di gravi errori, in genere.

Tornando a questa carrellata maceratese di episodi (inediti), da ricordare che il gruppo Boccioni nacque per iniziativa di Ferdinando Paolo Angeletti, Mario Buldorini (il succitato Ermete), Sante Monachesi, Rolando Bravi, ai quali si collegarono Bruno Tano, Alberto ed Umberto Peschi, Virginio Bonifazi (Virgì) e Wladimiro Tulli. Quest’ultimo era il più giovane di tutti. Spesso lui mi ricordava che a Macerata era stato un mio predecessore quando aveva assunto la corrispondenza de Il Messaggero durante la guerra, in uno studiolo in piazza Oberdan. Come certificazione di quella appartenenza, mi mostrava una missiva indirizzata a lui dal Fondatore del movimento: “A Tulli, al Messaggero, presto! F.T. Marinetti”. Che era successo? Che il grande Filippo Tommaso a Macerata era passato all’ufficio di Wladimiro e non trovandolo gli aveva imbucato quel biglietto “di posta prioritaria” vergato a mano. Tulli -che ho avuto il privilegio di intervistare poco prima della sua scomparsa- lo conservava come una reliquia.

Di quell’eccezionale fioritura faceva parte Rolando Bravi. “Mio padre, quando mi portava alle mostre –dice il figlio Paolo, fotografo d’arte ed editore- mi indicava di ogni ritratto le mani. Dicendomi: se sono fatte bene, tutto il resto è accettabile”. Se c’era qualche opera d’avanguardia spinta? “Apprezzava, ma non sempre: in caso alternativo la definizione era …ecco l’arte della pozzanghera!”

Molte le tracce futuriste sparse irritualmente in città. Molti anni fa, nella sua rubrica sul “Messaggero”, H.E. Ercoli scoprì meritoriamente un bell’affresco (di Tano?di Crali?) in quel bel negozio di intimo in corso della Repubblica, chiuso ora dal titolare per lo sterco dei piccioni che piove dall’alto. E’ un bellissimo affresco: sarebbe interessante consentirne la visibilità con la riapertura (assistita) del negozio.

Di tutti, i più grandi sono stati senz’altro Pannaggi e Sante Monachesi. Quando tornò da Oslo a Macerata (dov’è morto nell’81) Ivo aveva una grande coda di cavallo. Il codino era ancora da venire ma lui al solito anticipava le mode. Abitò nella casa di via Crescimbeni, poi a Villa Cozza. Consumava il pasto nella trattoria di Ezio Natali. Una volta disegnò degli animali, conigli (?), su due tovaglioli di carta del locale. Tratti un po’ “sbafati” dall’inchiostro che la carta porosa non teneva. Poco importava, Ezio –cui la trattoria ora è intitolata- incorniciò quei disegni che andarono a far parte, pietre preziose, dell’arredo del locale.

Concludo con un episodio che Pietro “Briscoletta” Baldoni mi rammentava, tanto che sulla parete dietro alla sua scrivania al “Messaggero” aveva finito con l’appendere la foto che proponiamo a corredo. L’anno: il 1977. L’occasione: l’inaugurazione dei locali della Nova Folio editrice, di Giorgio Cegna alla Stazione di Pollenza. I protagonisti: Monachesi e Baldoni, l’amico “casettà” -da cui la dedica. Il precedente storico: la beffa dei falsi Modigliani a Livorno. Ebbene il grande Sante aveva prodotto anch’egli alcune pregevoli teste in pietra ed erano esposte per l’occasione. Il fotografo afferra una delle sculture e chiede: “Sante, quanto costa?”. “150 milioni!” è la risposta. Pietro, facendo l’atto del giocatore di bowling, di rimando sarcastico: “Te la posso dare su un piede…?”. Il grande artista, esplodendo in una finta e scenografica collera futurista: “Testa di c… quello che conta è la mia firma!!”. Era naturalmente vero. Il flash di un altro fotografo immortalò il momento. Poi la dedica piena d’affetto di Monachesi.

Più volte chiedevo a Pietro come mai non avesse in casa un’opera dell’amico. “M’invitava, per la verità, nella villa di Mentana perché io scegliessi un quadro… replicavo che se voleva farmi un regalo, lo doveva fare a Macerata non a Roma!”.

“Diceva così anche a me Ivo Pannaggi, quando andavo a fargli visita a Villa Cozza” ricorda Cisirino. E tu? “Eravamo maceratesi ed amici, non pensavamo alle loro valutazioni artistiche. Ci piaceva far parte di una tale cerchia, non chiedevamo di più”.

Dopo 100 anni da quel Manifesto pubblicato il 20 febbraio 1909 sulla prima pagina del Figaro (grazie ai buoni uffici di Marinetti con la figlia di un importante azionista del mitico giornale parigino), soprattutto considerato il contributo dato al movimento da quell’irripetibile gruppo di grandi maceratesi per i quali la città poteva davvero vantarsi d’essere L’Atene delle Marche”, c’è da chiedere al Comune di far proprio lo stimolo “ORECCHI OCCHI NARICI APERTI ATTENTI” presente nella titolazione dell’evento organizzato, celebrando il Futurismo, dall’Accademia BB.AA. con performances, happenning, poesie, musica, pittura, scultura e moda e un “buFfet FutUristA”. Cin cin, cara Macerata del tempo che fu. Con tanta nostalgia per quegli anni formidabili quando avevi negli occhi e nel cuore il Futurismo.


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