“Dialoghi visivi del presente”:
conto alla rovescia per l’inaugurazione

MONTEFANO - L'iniziativa da domani al 6 aprile. Le fotografie di Paolo Monina al Museo Ghergo

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Uno scatto presenta alla mostra

Se il presente ha un archivio, non è ordinato: è incrinato, mobile, intermittente. È dentro questa incrinatura che si colloca Dialoghi visivi del presente – Archivi collettivi e poetici di Paolo Monina al Museo Ghergo di Montefano. L’iniziativa va da domani, con l’inaugurazione alle 17,30, e proseguirà fino al 6 aprile. A salutare l’apertura sarà la sindaca Angela Barbieri.

La mostra è un itinerario unitario nel quale la fotografia non rappresenta il mondo, ma ne saggia i limiti: il punto in cui la visione inciampa, la memoria si fa materia e l’immagine diviene traccia. Il nucleo generativo del lavoro è l’acqua: elemento primario, ambivalente, generativo e perturbante; non semplice soggetto iconografico, ma dispositivo mentale, soglia fra immersione e distanza, fra buio e superficie. Come osserva il curatore Andrea Carnevali, «in queste immagini l’acqua non è un tema: è una soglia; Monina la assume come consegno speculativo, capace di mettere alla prova la fiducia nell’evidenza».

L’acqua è, innanzitutto, esperienza: un confronto precoce con l’oscurità della profondità, con ciò che resiste alla nominazione e interrompe l’illusione di una conoscenza totale Poi, negli anni, diviene distanza e orizzonte, come accade nei mari del Nord, dove l’elemento non avvolge, ma separa, e la vastità si fa misura della solitudine. In questa tensione, l’immagine fotografica assume una responsabilità: non consolare, non narrare in modo didascalico, bensì costringere lo sguardo a sostare dinanzi all’irriducibile.

Una sezione decisiva convoca la Sindone come matrice simbolica della fotografia stessa: non reliquia in senso devozionale, ma archetipo della traccia impressa, dell’immagine che appare quale residuo, segno secondario generato dal contatto fra corpo e supporto. È in questa responsabilità, nota Claudia Scipioni, presidente dell’associazione Effetto Ghergo, che il Museo riconosce la propria missione: «Accogliere un progetto che interroga il presente con rigore e misura, offrendo al pubblico un’esperienza densa, in cui l’archivio non è deposito, ma forma viva di memoria condivisa».

Il percorso procede per domande più che per risposte. Fra esse, una s’impone con radicalità: che colore ha la morte? Il confronto fra opere lontane nel tempo mostra una coerenza severa: il colore non è ornamento né enfasi, ma soglia critica, luogo di rarefazione e, talora, di neutralizzazione; non chiarisce, bensì sottrae. Accanto a questa meditazione affiora il pensiero infantile della fine.

Il capitolo conclusivo insiste sull’“illusione della trasparenza”: corpi ridotti a struttura, a traccia, in un immaginario che richiama la radiografia e lo sguardo clinico. È qui che l’opera di Monina articola la propria tesi più netta: la visibilità estrema coincide con una nuova forma di assenza; ciò che davvero conta — pensiero, memoria, desiderio, dolore — resta irriducibilmente opaco. La fotografia, anziché celebrare la potenza della tecnica, ne espone l’insufficienza simbolica; e, con parole ancora di Carnevali, «restituisce alla fotografia la sua vocazione più severa: essere traccia, non rassicurazione».

La mostra è stata sostenuta dalla Bcc di Filottrano; ha ottenuto il patrocinio del Comune di Montefano, dell’Associazione Effetto Ghergo e della Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.



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