Miconi guida la Chirurgia di Camerino:
«Trovato un reparto in piena efficienza
Poi passione, salari e scudo penale»

INTERVISTA - Il medico dirige il reparto da un anno: «L'obiettivo è quello di potenziare l'attività in sala operatoria nella speranza di riuscire a coprire le carenze di organico»

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Guglielmo Miconi, primario di Chirurgia a Camerino

di Luca Patrassi

Il medico Guglielmo Miconi guida il reparto di Chirurgia dell’Ospedale di Camerino: anconetano di origine, laurea all’Università di Ancona, specializzazione a Parma e formazione a Torrette sotto la guida del professor Landi. La carriera poi è proseguita dopo brevi parentesi a Jesi, ad Ascoli Piceno e a Fossombrone, per 18 anni a Fano, poi altri 11 anni a Torrette prima nella Chirurgia d’Urgenza e Trauma e poi nella Clinica di Chirurgia Generale e d’Urgenza.

È a Camerino da un anno che cosa ha trovato?

«Ho trovato un reparto in piena efficienza, che dà risposte alla popolazione per le patologie chirurgiche più frequenti a volte ritenute banali, ma pur sempre invalidanti, con tempi di attesa che rispetto alle realtà in cui ho vissuto precedentemente sono più contenuti. Ho trovato collaboratori maturi e autonomi nelle principali patologie trattate in elezione e in urgenza anche con tecniche mininvasive, con una dedizione al lavoro straordinaria, quasi di altri tempi. Da 6 mesi si è unita al nostro gruppo, grazie al decreto Calabria, una nuova collega specializzanda che a breve conseguirà la specializzazione in Chirurgia Generale e che già ci ha portato un’innovazione sullo studio peroperatorio delle vie biliari con verde di indocianina. Il personale infermieristico mi è subito apparso volenteroso, disponibile e competente e devo dire che mi hanno fatto sentire a casa. Il reparto di Camerino è il vero reparto di Chirurgia Generale dove vengono trattate le patologie della colecisti e vie biliari, le patologie di parete, le malattie oncologiche gastrointestinali e colo-rettali secondo piani aziendali recentemente rimessi a punto dall’Ast, le patologie flebologiche (con acclusa diagnostica vascolare doppler), le urgenze addominali. Nella Chirurgia dell’Ospedale di Civitanova diretta da De Luca ed in collaborazione con il reparto Orl, pratichiamo la chirurgia della tiroide e paratiroidi. A San Severino Marche eseguiamo interventi di minore complessità, secondo protocolli dipartimentali recentemente rivisitati, allo scopo di decongestionare per quanto possibile le liste di attesa per gli interventi minori».

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L’equipe di Chirurgia

Un fiore all’occhiello?

«Questo non lo devo dire io. Però i segnali che vengono dall’utenza sono positivi e ci stimolano come gruppo ad offrire prestazioni più rapide, complete e complesse. La chirurgia è una branca specialistica tanto storica, quanto complessa».

Quanto incide sui risultati la professionalità dei singoli e quanto la tecnologia?

«La tecnologia è ineludibile quando facilita o rende più sicuro e rapido un intervento chirurgico anche complesso o migliora l’outcome di un intervento. Tuttavia nel nostro lavoro non si può mai prescindere dalla preparazione teorico-clinica e pratica. Più della metà del risultato di un intervento chirurgico dipende dalla giusta indicazione e dalla corretta valutazione degli esami preoperatori e del paziente globalmente inteso che abbiamo di fronte. Il post operatorio deve essere seguito in maniera molto meticolosa per poter cogliere precocemente le deviazioni da un decorso standard. Cogliere precocemente una complicanza può fare la differenza tra il salvare un paziente o il rischiare di perderlo. Questo vale tanto di più quanto maggiore è stata la complessità dell’intervento iniziale. Ciò comporta per i chirurghi lo stare sempre “sul pezzo” con sacrifici sul tempo da dedicare a sé stessi ed alla famiglia. Devo dire che grazie anche al mio predecessore, che si era battuto per questo, la dotazione tecnologica di sala operatoria e di ambulatorio è pienamente adeguata».

Le soddisfazioni maggiori?

«I casi complessi risolti durante gli anni della professione. I pazienti che anche dopo anni ti tornano a trovare anche “in montagna” per un consiglio o per una nuova patologia insorta su sé stessi o sui propri familiari. La quantità di personale sanitario e familiari che mi si rivolgono quotidianamente è un indice di aver lasciato qualcosa di buono in giro per la regione».

Quali sono le priorità e le difficoltà nel rapporto con il “suo” paziente?

«Non ho mai avuto grosse difficoltà nei rapporti con i pazienti. Basta mettere in atto le regole minime dell’educazione (quelle che si imparano fin da piccoli) ed essere onesti nell’enunciare i benefici, i rischi e le potenziali complicanze degli interventi che andiamo a proporre. Generalmente per le situazioni di maggiore complessità cerco di avere più di un colloquio in modo che il paziente non rimanga mai frastornato da troppe notizie somministrate tutte insieme. Bisogna anche un po’ immedesimarsi con i pazienti che abbiamo davanti. Alcuni tornano ad un secondo colloquio con una piccola lista di domande cui dobbiamo rispondere. Oggi il problema maggiore è dato da internet e dai media, dove alcune patologie e procedure vengono banalizzate al punto che il paziente che deve affrontare un intervento di chirurgia maggiore pensa di recarsi ad una “passeggiata di salute”. Bisogna far capire che in realtà non è così e che in medicina il rischio di complicanze zero non esiste e che la ripresa da un intervento, anche il meno invasivo possibile, può richiedere del tempo».

I prossimi obiettivi?

«Aumentare la quota di chirurgia mininvasiva visto che ne abbiamo possibilità e mezzi e allo scopo ho iniziato a promuovere la formazione dei colleghi. Speriamo di poter colmare il deficit di specialisti chirurghi e anestesisti che negli ultimi anni colpisce le nostre aziende pubbliche ed in particolare le aree interne. Con questo potremmo pensare di aumentare l’attività operatoria e contenere le liste di attesa. Questo perché come per tutte le chirurgie il vero imbuto che crea la lista di attesa è la sala operatoria. A Camerino la disponibilità di sala è buona, ma potrebbe essere migliore con la copertura del personale carente in Anestesia e in Chirurgia (non ancora raggiunta) che oggi viene in parte ovviata dall’Azienda con prestazioni aggiuntive».

Mancano gli specialisti in alcuni settori, i giovani vanno all’estero per una serie di motivazioni (professionali ed economiche tra le altre). Come se ne esce?

«È difficile dopo anni in cui la professione è stata bistrattata economicamente, da un punto di vista della possibilità di carriera e non da ultimo dal contenzioso, rimotivare le giovani generazioni a frequentare la specializzazione di Chirurgia generale. Per formare un chirurgo e renderlo affidabile servono, almeno nei primi anni di carriera, quelle che io chiamo le “ore di volo”. Solo passando molte ore in ospedale possiamo venire a contatto con tanti casi, capire le indicazioni chirurgiche e le difficoltà tecniche, conoscere le nostre potenzialità ed i nostri limiti e alla fine affrontare la chirurgia con la dovuta serenità. Tutto ciò deve essere ispirato da una grande passione per il lavoro. Un tempo la Chirurgia era la specialità più ambita e si rimaneva in fila anche qualche anno, come volontari, solo per entrare nella scuola. Oggi la Chirurgia è una delle specialità meno richieste in cui quasi tutti i posti della scuola vanno vacanti (vedi Scuole di Marche e Umbria). La super specializzazione, favorita anche dal Piano nazionale degli esiti, ha creato nicchie chirurgiche in cui i giovani si rifugiano anche per ridurre il rischio professionale, non tenendo conto del fatto che quando arriva un paziente complesso ci vogliono figure mediche e chirurgiche in grado di tirare le somme e di gestire il caso a tutto tondo pena gravi insuccessi pur con protocolli e linee guida perfettamente rispettati. La crisi dei Sssr si ripercuote di più sulle specializzazioni che più si appoggiano al sistema pubblico come Chirurgia Generale e Anestesia. Da questa situazione si può uscire permettendo a chi vuole lavorare di più di farlo liberamente e di vedersi meglio retribuito (oggi l’orario di lavoro è molto rigido), di permettere ai giovani una progressione di carriera adeguata alle capacità tecniche raggiunte e un tutoraggio graduale che non li metta in difficoltà quando sono alle prime armi, ma che permetta un continuo raggiungimento di obiettivi tecnico-scientifici e di sicurezza clinica tali da poter affrontare la professione serenamente. Per le aree montane, come quella di Camerino, dovrebbero essere introdotti benefit per chi lavora in Sanità come quelli che c’erano un tempo negli ospedali dell’Alto Adige. Da ultimo urge una riforma vera della responsabilità professionale, se non riusciamo a realizzarla copiamola dai Paesi vicini tipo la Francia. Noi facciamo un mestiere “pericoloso” che non sempre porta agli esiti desiderati e quando qualcosa non va per motivi che vanno dal tecnico all’organizzativo generale o alla semplice complicanza non possiamo essere inseguiti per anni dalla giustizia civile, penale e da ultimo dalla Corte dei Conti. Dobbiamo poter contare su tutele legali ed economiche da parte delle nostre Aziende Sanitarie e dello Stato. Solo così i giovani veramente appassionati si potranno rimotivare ad intraprendere una carriera nella Chirurgia generale».



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