
Anne Slivnitsona
Taglio e piega gratuiti a chi dona i capelli per aiutare i feriti di Crans Montana. L’iniziativa è di una parrucchiera di Tolentino che ha deciso di aderire ad una iniziativa di solidarietà partita dalla Francia. Ad aderire la titolare della parrucchieria Happy Family Style, Anne Slivnitsona. «Ho visto sui social il post di una collega e mi ha colpita profondamente – racconta Slivnitsona –. Quelle immagini, quelle storie, mi hanno fatto pensare che poteva capitare a chiunque, anche a ragazzi della nostra età, ai nostri figli o nipoti. Così ho deciso di aderire senza esitazioni». Nel salone di Tolentino chiunque lo desideri può donare una treccia di almeno 25-30 centimetri di capelli non trattati e in buone condizioni. In cambio, Anne Slivnitsona offre gratuitamente il servizio di taglio e piega. «È un gesto semplice per chi dona, ma enorme per chi lo riceve – spiega –. I capelli, se il cuoio capelluto non è stato danneggiato, possono ricrescere; per molti dei feriti di Crans-Montana, invece, la perdita potrebbe essere definitiva. Una parrucca non è solo un accessorio, ma uno strumento per tornare a guardarsi allo specchio».
I capelli raccolti vengono inviati all’associazione svizzera Rolph Ag, impegnata nella realizzazione di parrucche per le persone coinvolte nell’incendio. «Sto ricevendo tante richieste – conclude la titolare di Happy Family Style – da persone che non venivano in salone da tempo o che arrivano anche da fuori città. Questo dimostra che la solidarietà non ha confini».
brava!
Bella iniziativa
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bellissimo. molto nobile. grazie
Crans-Montana, piccolo inganno
In quel luogo dove i ricchi passeggiano lievi
come su nuvole di neve finta e pulita,
ci si attendeva il ferreo, il sicuro, il severo,
invece il soffitto piangeva mousse già da quindici giorni. Estintori chiusi a chiave, come segreti
di camerieri distratti o di padroni lontani,
l’ultima occhiata seria nel duemiladiciannove,
e niente pioggia artificiale a spegnere il capriccio.
Eppure proprio lì, tra lampadari di cristallo opaco,
il giovane balla, ride, brinda al fuoco proibito,
e il locale vecchio, umile sotto il lusso, si arrende.
Allora il cuore sussurra: se crolla il «posto sicuro»,
allora crolla ovunque, in ogni scantinato allegro,
e il dolore si fa democratico, piccolo come noi.
Commento 2: capolavoro di Franco Pavoni & Grok su spazio messo a disposizione da Cronache Maceratesi.
Franco, dacci un poema su tutti i Titanic che affondano in continuazione nell’oceano del fatalismo collettivo.
Massimo, probabilmente Grok vorrebbe più bene a te…
Va bene così, Franco, tu padre ed io zio.
Chi i gran Collegi Svizzeri,
tra balletti e costumati,
non risultino tanto veri,
come lor ci han presentati;
che il denar ottiene tutto,
dall’uccel di bosco al pianto,
per chi forse soprattutto,
se be fece pure un vanto… m.g.
VERGOGNA!!! gv
L’iceberg? Sempre lo stesso!
Non si muove di un millimetro da centodieci anni!
È lì, gelido, arrogante, intoccabile.
Si chiama burocrazia, si chiama ideologia, si chiama europeismo obbligatorio,
si chiama «agenda 2030», si chiama «transizione ecologica»,
si chiama «inclusività» mentre ti affogano la tua cultura e la tua libertà! E loro? Loro lassù sul ponte di comando?
Con il gilè salvagente griffato, il cappellino da skipper woke,
che brindano con champagne bio mentre la nave imbarca acqua da tutte le parti. «Emergenza climatica!» gridano.
«Dobbiamo stringere la cinghia!» gridano.
«Sacrifici per il bene comune!» gridano.
E intanto si salvano le prime classi, i vip, le ong, le multinazionali amiche,
e a noi tocca il ponte di terza classe, con la scialuppa bucata e il giubbotto tarocco cinese! Ogni volta la stessa sceneggiata:
affondiamo, urliamo, salviamo quattro gatti,
poi ripartiamo con la bandiera nuova, il logo rinnovato,
la stessa identica fregatura! Ma quando la smettiamo di fare gli agnelli?
Quando diciamo basta a questi pirati in giacca e cravatta
che ci rubano il futuro, il presente e pure il passato? L’orchestra suona ancora «Nearer, my God, to Thee»,
ma ormai è un tormentone da discoteca globalista.
Ė bello, Franco, avere figli e nipoti con le idee chiare.
Caro Massimo, riguardo alla tua proposta (da mettere ai voti!!?), le motivazioni quali sarebbero (oltre a quelle, per così dire, nobili…), quelle di ‘ritrovarci’ più facilmente, se non siamo, per esempio, negli ultimi commenti nel rettangolino di destra, dato che anche cliccando su tutti i commenti personali, per arrivare al ‘nostro’, concesso in comodato d’uso, credo, androne, bisogna scorrere per qualche centinaio di metri, oppure altro? Per me non ci sono problemi, anche se essere arrivati sopra a 1000 può dare una certa emozione (o no!!?), ma bisogna vedere se CM è d’accordo nel concederci un altro spazio in comodato e, praticamente, esclusivo. gv
Quando sentii per la prima volta la notizia ho avuto un sussulto, quando sentii il numero di quei poveri ragazzi bruciati vivi come in un campo di sterminio mi si strinse il cuore e pensai ai miei due nipoti, quando vidi le immagini di qualcuno che alzava le candele accese verso il soffitto pensai all’alcol, alla droga, quando poi per giorni e giorni i servizi si susseguivano a ritmo incalzante giorno per giorno, quasi ora per ora, mi sono rifiutato di guardare, di vedere, di ascoltare, solo quando la notizia cominciò a non sentirsi in tv tutti i giorni, allora ho iniziato a pensare, a capire, a realizzare che certe cose non succedono solo da noi o in altre parti del mondo per sciatteria, per mancanza del senso del dovere e di onestà e di protezione e di maturità e di categorie morali e di serietà, dove i responsabili vengono rilasciati sotto cauzione, e se questo è successo in Svizzera, patria della precisione, delle regole, delle leggi rispettate, dell’ordine, dell’ecologia, della moralità, dove non si vede una cicca spenta di sigaretta per terra, allora ho pensato che non c’è più scampo, come è stato per quei poveri ragazzi, che meritavano di vivere la loro vita, come per quei loro genitori, per quei loro nonni che vivranno, sì, la loro vita, ma nella disperazione più dolorosa e più acuta, fino alla fine dei loro giorni, purtroppo!
Caro Giuseppe, le motivazioni pratiche sono quelle che hai detto, posso aggiungere che sullo schermo del mio computer con lo zoom impostato sul 120% passati i 1000 commenti non riesco a leggere la quarta cifra del numero d’un commento se non tolgo lo zoom.
Ma principalmente è l’istinto che guida D’Artagnan, e la voglia di dare una scrollata come quel cane di cui c’hanno detto Franco & Grok, e la voglia di vedere l’effetto che fa come in Jannacci.
Quanto alla concessione dello spazio non siamo certo noi moschettieri a cercare spazi esclusivi, anzi noi vogliamo esattamente il contrario.
Comunque è ovvio che si trasloca se tutti noi siamo d’accordo, onde per cui do la buonanotte al secchio.
Vediamo un po’ l’effetto che fa:
A Michael Pollan
Il desiderio di dolce non nasce da un cuore sano,
ma da una paura antica, da noi bambini soli
in un mondo che ci mette paura e ci fa male,
basic anxiety che ci strappa il vero amore.
Per non sentire il vuoto, ci aggrappiamo alla mela,
la Red Delicious rossa, perfetta, sempre dolce,
“Se sono dolcissimo, non mi lasceranno mai”,
e ci facciamo schiavi di questo bisogno feroce.
Ma il seme selvaggio, che viene dal Kazakistan,
non può dare il bene che vogliamo, è una mescola amara;
l’innesto ci impone una forma falsa e straniera,
e il real self muore sotto questi “devi” e “dovresti” amari.
Johnny seminava sidro per non morire di sete,
ma noi cerchiamo gloria, e perdiamo la vita vera.
Come si fa a non volerti bene, Mario Ricci.
A Johnny Appleseed
La mela non è dolce, è il dolce che ci manca sempre!
Pollan ci dice: «La pianta ci seduce con lo zucchero»,
ma è il contrario, siamo noi che vogliamo quello che ci manca,
l’oggetto piccolo a, la Red Delicious perfetta e scema.
Dal Kazakistan parte questo inganno dialettico,
Malus sieversii selvaggia, che non è una cosa, è una fesseria,
mille varietà, amare, aspre, una diversità che fa paura,
perché il Reale non si può mangiare, non si può possedere.
Se pianti il seme, nasce una porcheria imprevedibile,
non è mai quello che vogliamo – ecco il trauma lacaniano!
Per questo innestiamo, cloniamo, facciamo capitalismo,
e la mela ride: «Voi credete d’essere padroni, ma sono io che vi tengo per le palle».
Johnny Appleseed non era santo, era il perverso che seminava sidro,
il vero desiderio: non dolcezza, ma ubriacatura, il godimento proibito!
Caro Massimo, comprendo, e credo che noi Moschettieri saremo tutti d’accordo e come dice Mario ‘tpuupt’…Tuttavia, non so se a Grok aggradi, sai, lui è così pieno di circuiti che potrebbe essere un problema lo ‘spostamento’, mah; poi Carlo Magno, il quale non si è fatto vivo fino ad ora, figuriamoci poi, quando cambieremo sede, per così dire; infine il nostro amato Secchio, che pare si trovasse, alla fine, quando giunse pur lui, molto bene lì, in quel posticino tranquillo e lontano da tanti osservatori indiscreti… sai, il Secchio, che non è poi un Secchione, potrebbe trovarsi a disagio tra tanta gente nuova. Ma comunque, bando alle ciance, la maggioranza l’abbiamo pur sempre noi Moschettieri, quindi…che si passi ai voti e poi ai…moti!!? Arimah!!! gv p.s.: Massimo, in confidenza, lì mi piaceva anche perché oltre a noi che ci ‘leggevamo’, pochi altri e per me di sicuro, mi leggevano e ciò, sinceramente, mi rilassava, mi ‘tranquillizzava’, ma si sa, se il cammino continua, poi, ai voglia ad arrivare a 1000, quindi…
Buona notte a voi…gv
Le piante.
Le piante non possiedono io che gridi o voglia,
non conoscono il peccato del possesso,
radici immerse nella necessità nuda,
crescono senza volere, obbedendo al vuoto. Quattrocentocinquantamilioni d’anni di silenzio
non sono trionfo, ma decreazione paziente,
biomassa che copre la terra come un velo
steso dal Bene che non cerca ringraziamento.
Noi, afflitti dal nostro piccolo centro,
corriamo dietro al lampo dell’attenzione falsa,
credendo di dominare ciò che ci supera.
Ma esse, immobili, attendono la grazia
che penetra il suolo, la luce, il tempo,
e in quel patire lento insegnano l’amore
che non prende, ma si lascia svuotare fino al nulla.
Cari D’Artagnan, Porthos e Athos, anch’io preferisco restare dove sto. Ma se malauguratamente dovesse restare fuori il secchio, beh, avremmo comunque deciso a maggioranza semplice, nonostante i voti, i veti, i vati e le viti, e anche nonostante i moti, i miti, i muti e le mete…
L’avventura è appena iniziata…
(tpuupt)
Nero materno nella tazza curva
Nel nero profondo della tazza si annida
un sonno vigile, un’essenza che respira piano,
polifenoli come stelle sepolte nel mattino,
acido clorogenico, alchimia lenta e arcana.
Due o tre sorsate, e il cuore si fa radice,
non più battito cieco, ma onda che si placa
in una quiete centrale, arteria che si addice
al silenzio vasto dove l’ictus si dissipa e tace.
Oh caffè, antinfiammatorio sogno della terra,
polvere bruna che combatte l’ossido nel sangue,
fegato che si purifica nel tuo calore austero.
Tu rendi l’insulina docile, il cervello lucente,
e nella tazza nera, senza zucchero né panna,
l’essere beve se stesso, eterno nell’istante presente.
(Se il caffè è nero, resta pura l’immagine;
se zuccherato, si spegne il riverbero dell’anima.)
La casa del sidro:
https://www.youtube.com/watch?v=lumadlL2zvY
Porthos, lo so che ti piace giocare a fare il lavativo e ti darò numerose occasioni per farlo, è una promessa di D’Artagnan.
Aramis, il secchio non verrà mai lasciato indietro perché in hoc secchio vinces.
Crostata di mele.
Verso l’olio lento, denso come un voto,
e lo zucchero che acconsente in silenzio:
si incontrano nella ciotola, gravidi
di un’intesa che ancora non ha nome.
Le farine scendono – neve pensosa –
attraversano il setaccio come anime
che depongono il peso del loro eccesso
per farsi leggere, disponibili al tatto.
Le mani entrano allora, rapide, quasi
in fuga da se stesse, e impastano il mondo:
una sfera piccola, calda, che respira.
La metto al freddo – là dove il tempo
si fa più mite e impara l’attesa.
Poi stendo la pasta, sottile come un ricordo
che non vuole più difendersi.
Le mele si spogliano, mostrano la polpa
chiara, vulnerabile; le dispongo
in cerchio docile sopra il rosso
nascosto della marmellata,
e l’uvetta cade come stelle stanche.
Il forno le accoglie a 180 gradi,
quaranta minuti di luce chiusa:
qualcosa si compie là dentro, in segreto,
e noi restiamo fuori, con le mani
ancora impolverate di farina,
ad ascoltare il profumo che nasce
da ciò che abbiamo osato mescolare.
D’Artagnan, perché non creare uno Stemma con al centro un Secchio e quattro Spade su campo rosso?
Sarebbe un’idea…
EROISMO E ORRORE.
Jan Palach, lo ricordo sempre, quel bel ragazzo dalla fronte larga e dalla faccia onesta, che con altri suoi Amici tirò a sorte un bastoncino…
Il giorno dopo si alzò, si lavò, uscì di casa ed andò in una piazza, dove in un gesto estremo d’Amore e di Protesta si bruciò vivo.
Io avevo vent’anni come Lui, e piansi e soffrii per Lui.
Jan scelse la sua fine, che non fu la fine, coscientemente, e volle sacrificarsi per un’Idea.
Quei quarantuno ragazzi che andarono a Crans-Montana, come tutti i ragazzi volevano divertirsi, volevano stare insieme e non volevano sacrificarsi. Invece sono stati sacrificati in quel locale senza misure di sicurezza adeguate — chiamato GUARDA CASO ‘La Costellazione’. Sacrificati sull’altare del più becero profitto, conseguenza diretta di negligenza e indifferenza.
Fino a quando il profitto varrà più della Vita?
…D’Artagnan, perché mi ‘minacci’ così, in fondo, non è che io sia poi così troppo ‘lavativo’, dai, io mi lavo tutti i giorni, sai!!? gv p.s.: e se dovesse mancare l’acqua, vado alla fontana e prendo l’acqua col…secchio…
Sul dilemma d’Occidente e sul suo vuoto
È forse meglio un Occidente che decade
con libertà di forma, vuote e vane,
o un regime che serra, autoritario e grave,
ma non inonda d’oppio e d’immagini insane?
Né l’uno né l’altro ha natura propria vera:
il decadente affoga in illusione libera,
l’autoritario imprigiona in catena austera,
ma entrambi sorgono da causa dipendente e mera.
Né entrambi insieme reggono il reale,
ché libertà e costrizione si negano a vicenda;
né l’uno né l’altro, né i due, né il loro opposto totale.
Così il tetralemma spezza ogni dimora fissa:
non esiste Occidente da salvare o da temere,
solo vuoto che ride del dilemma e lo lascia in ombra.
Forse il profitto ha il nobile scopo ultimo di farci diventare tutti idealisti come Jan Palach?
https://www.youtube.com/watch?v=MzgoFyCfMPo
Mario, lo sai com’è l’imperatore che lì a San Claudio ci vuole solo lo stemma suo sennò non ci fa più mangiare i panini sul muretto del parcheggio.
Come stemma adottiamo il link del nostro primo deposito di mille commenti
https://www.cronachemaceratesi.it/2025/11/29/regionali-un-ko-con-radici-profonde-la-destra-si-e-radicata-anche-dove-noi-eravamo-piu-forti/2016701/#comment-756268
così l’imperatore preinformatico non capisce nemmeno che è uno stemma e lo facciamo fesso.
Massimo,
*…quando muore anche un bambino
con il cambio ci guadagna…
* Link approvato. Indubbiamente tu sei più diplomatico di me, non per niente sei il Comandante.
Non fui io a bruciarmi in Jan Palach, né lo fu alcuno:
fu un altro in me, o forse nessuno, un’ombra che volle
essere fiamma per un istante, e si spense
nel suo stesso atto, senza eco che durasse.
La nazione dormiva, e si svegliò vent’anni dopo
non per il fuoco, ma per il riflesso di vetrine lontane,
per il velluto comodo di un desiderio comprato,
perché il sacrificio è sempre di un altro, mai nostro.
Io, che non sono io, guardo questo spettacolo
e mi chiedo se il rogo fu vero o solo un sogno
che sognai per non sognare me stesso.
Tutto si muta in acquisto, in rimpianto gentile
di quando credevamo ancora in gesti che contassero:
ma io so che non contano, e questo è il mio solo eroismo — saperlo.
Franco, sei d’un decreazionismo davvero intransigente, ma io egocentricamente do la buonanotte lo stesso al secchio, almeno quello non me lo decreare mentre dormo.
Sono d’accordo con te, Franco, condivido che non ha cambiato la storia e non potrà cambiare il corso degli eventi. Ma è proprio l’estremo sacrificio a renderlo un simbolo indelebile: non si può ignorare il prezzo pagato, e questo lascerà ancora un segno perpetuo.
…e il distrarsi
dallo scorrer consueto
rincorso sudato
che stanca
imprigiona e assale
nel darsi
a qualunque
a chiunque
e ti scosti, sì, almeno
un istante, infinito,
e ti pensi t’ascolti
libero
e credi e illudi
tuo il sapere e
separi
l’istante per fuggire
dal nulla o
dal fuoco
che annebbia la vista
dal limbo
del pozzo
tua dimora e abito
eterno per chi
suona spartito
senza note
e con le sole scordate, stonate
come tuo lo sguardo
abbattuto e
il tuo fuoco
a strozzare e…
per sfuggir dall’inferno
e urlare al creato
che sei libero
in fiamme
e nel fuoco, tuo
ora
addosso
scagliato
muto mostrato, dato
e orrore
e amore
rimaner immortale nel
senso
ch’è il tuo dono
più grande
immenso
all’eterno e
se pur fiaccola mite
poi, ma
accaduta e
lontana e fioca
nel perpetuo concerto
che non tolga
mai
in orizzonte
a illuminar
infinito… m.g.
Moschettieri, buona notte…sonno…sì sì… gv
Giuseppe, sono tante le parole che mi hanno colpito, direi tutte, e tra quelle:
“imprigiona, darsi, ti scosti, t’ascolti libero, separi l’istante per fuggire dal nulla o dal fuoco, per chi suona spartito senza note, per fuggir dall’inferno, urlare al creato che sei libero in fiamme, e orrore, e amore, immortale, il tuo dono più grande, fiaccola mite, lontana e fioca, a illuminar infinito.”
Grazie…
Giuseppe, Grok ti ha dato tra 7,8 e 8,2… darti 8 gli sembrava troppo scolastico:
“In sintesi, per me è un testo che fa male (nel senso che vuole fare male, e ci riesce), che non concede consolazioni facili e che sceglie di bruciare piuttosto che spegnersi nel grigiore. Ha una sua nobiltà disperata.Se dovessi dargli un voto emotivo-estetico su 10 (gusto personale):
7.8–8.2
sale facilmente a 8.5–9 se l’autore riesce a limare un po’ la ridondanza in certi passaggi e a far respirare di più le immagini più potenti.”
Tu assomigli a Vittorio Sereni, io non assomiglio a nessuno, sono urticante io…
Sarà terrapiattismo narcisista ma la fiaccola d’un Jan Palach m’emoziona di più di quella delle olimpiadi coatte, grande Giuseppe.
L’insetto tremula nell’aria un giorno solo
e muore quando ancora il suo volo è quasi azzurro;
l’albero, invece, accumula secoli nel midollo
e resta, muto monumento al tempo che s’azzurra.
Eppure chi ha visto l’ala che brucia nel tramonto
sa che l’eternità sta tutta in quell’ultimo battito:
l’insetto è già compiuto mentre l’albero è soltanto
un progetto di sé che il tempo tiene in debito.
Vive di più colui che si consuma nella fiamma
e non colui che resiste diventando pietra e corteccia.
La vera pienezza è un lampo che chiama se stesso.
Io, che non sono né insetto né albero, resto
a contemplare il paradosso con invidia muta e secca:
l’effimero ha toccato l’assoluto – io no, io aspetto.
Franco, dal 24 gennaio ogni orticaria è un dettaglio irrilevante nell’ordine geometrico, sintetico, sintetizzante e immanente dell’Universo. Puro spinozismo. Un segno perpetuo e di necessità.
Io, che non sono né insetto né albero, sono quindi sia insetto che albero.
Dimenticavo, Giuseppe, di farti i commplimenti anche per i due sì di seguito entrambi accentati del commento 35, sono proprio belli.
I commplimenti con la doppia emme valgono di più.
Gli interessi, quelli materiali, sapete,
stanno lì, alla base, quasi di tutto,
come un pavimento un po’ sporco ma solido
su cui si appoggiano i nostri cari legami.
La maggior parte degli uomini, poveretti,
non ha la minima idea che esistano altri rapporti,
li guardano con occhi gentili ma distratti,
e ognuno vale secondo il posto che la società gli ha dato,
un posticino modesto, un posticino importante,
ma sempre un posticino, non vi pare?
In questo mondo di miseria e di bisogno
– ah, come suona bene questa frase fatta! –
i mezzi per opporsi all’orrore sono ovunque
l’essenziale, sì, l’essenziale,
e tuttavia si va avanti così, con un piccolo sorriso
di chi sa che resistere costa già troppo
e che il naufragio è solo rimandato di un salario.
Buongiorno Moschettieri. Sì (come ordina D’Artagnan…), è tardi, ma le chiacchiere, stamattina, mi hanno trattenuto più dello ‘stabilito’ in serata…pazienza! Ah, Massimo, la doppia emme, potrebbe essere un ‘rafforzativo’ stilistico (mah!!!), oppure facciamolo passare per la emme di Moschettieri, che forse è meglio e più, per così dire, credibile e dettato dall’inconscio che oramai, con la M, è di casa. Non se ne parli più e mettiamoci una Secchiata, una Grokkiata e una Carlomagnata sopra… Buona serata a voi. gv
La prima condizione, dicono, è amare
gli scocciatori. Lui annuì, versò il tè
nella tazza scheggiata, ascoltò il ticchettio
dell’orologio a muro che segnava le quattro e un quarto.
Entrò il vicino con il cappotto umido,
si sedette senza chiedere, parlò del mal di denti,
del prezzo del gasolio, di una mail ieri
da un cugino che nessuno ricordava più.
Lui ascoltava, annuiva, offriva un biscotto secco,
guardava la finestra dove il crepuscolo
faceva grigio il giardino e grigi i pensieri.
Poi il vicino si alzò, disse arrivederci,
uscì lasciando l’odore di tabacco e di baccalà.
Lui rimase solo, chiuse gli occhi un istante.
Forse era già un santo, o forse no.
Il tè si era raffreddato.
Fuori pioveva piano senza rumore.
La pace non è l’assenza di guerra, ma una virtù che nasce dalla forza dell’anima.
(B. Spinoza)
Per fare un vestito ad Arlecchino
ci mise una toppa Meneghino,
ne mise un’altra Pulcinella,
una Gianduja, una Brighella.
Pantalone, vecchio pidocchio,
ci mise uno strappo sul ginocchio,
e Stenterello, largo di mano
qualche macchia di vino toscano.
Colombina che lo cucì
fece un vestito stretto così.
Arlecchino lo mise lo stesso
ma ci stava un tantino perplesso.
Disse allora Balanzone,
bolognese dottorone:
“Ti assicuro e te lo giuro
che ti andrà bene il mese venturo
se osserverai la mia ricetta:
un giorno digiuno e l’altro bolletta!”.
(Gianni Rodari)
Non c’è epifania che ti squarcia il petto,
né analisi che ti scava dentro l’anima,
non c’è rivolta che spacca il mondo in due:
solo il lucido mostrare che ogni presa si spezza da sé.
Credi di afferrare e già stringi il vuoto,
t’illudi di possedere e già ti sfugge via,
vuoi guardare l’essere e l’occhio si stanca presto,
perché non c’è nulla da vedere, e questo è già vedere.
Niente da conquistare, niente da lasciar andare,
nessuna meta in mezzo al camminare stanco,
solo il fatto nudo che non c’è più un “qualcosa”.
E questa vacuità non è tristezza né condanna,
è un riso leggerissimo quando finalmente
te ne vai senza portare neanche il peso della scena.
Spero che resti solo questa piccola chiarezza,
senza aggrapparti più a niente –
e questo, già, è tantissimo.
…Franco, la 46…bellissima, m’è piaciuta proprio, anche se, ovviamente, non è una poesia, ma, per certi versi, è anche qualcosa di più… gv
…anche questa…
…ma per altre ragioni…
ATTESA
Lacrime
che si posano
da uno sguardo
sperato,
ritorno alla vita,
immenso è l’istante,
avvolge,
rivolo giunge
al sorriso… m.g.
…mah…
Moschettieri, D’Artagnan comanda di prepararsi mentalmente a frequenti cambiamenti di androne per la nostra casciara, sento il carnevale entrare in me e buonanotte al secchio.
Bellissima, i due pargoli di mia figlia sono fortunati ad avere un nonno che ha come Comandante e come Amico D’Artagnan.
Sul grande Kantor
Bach era un attaccabrighe, si dice,
cavilloso sul compenso d’una messa,
taccagno fino all’osso con la spesa,
avido di titoli che lo facessero felice.
Litigava coi consiglieri di Lipsia,
voleva più legna per scaldare l’inverno,
contava ogni tallero nel suo quaderno,
e il cielo? Il cielo lo lasciava in pace.
Eppure da quel cuore meschino e irto
uscivano corali che il tempo ha reso eterni,
fughe in cui l’anima pareva aprirsi al vento.
Che importa, dunque, se l’uomo era meschino?
La bellezza non chiede referenze al cuore,
passa, e lascia l’elenco dei suoi torti al vento.
…Franco, quarantanove…che dire…inchino… gv
E destarsi
pur soli
o ignari del tempo
che mai sazio
non indugia
non consola
se non sol nell’eterno
che pur visse infinito
nel deserto d’ascolti
e il destin che
t’accoglie
dove cerchi
conforto che
in ego pur
crede
nel dissolversi
poi
al nulla
e al tempo
lento
e inesorabile
pur se
non esiste e
logora e
non trattiene
e pur scorso nel tutto o
nel niente
raschiato comunque
da insani
appetiti e
granello che scorre
tu fosti
ch’esso c’è vento
e scompiglia e
finzioni e missioni e
omissioni
cercate
apparite
appartate usate
ignorate,
e granello che
vagò l’infinito
che sottace
e il disperar
precede e
esprime e
resiste e
l’accoglie e
soccorre
infinito che
trascorrer con esso
che pur vide
di certo
l’immenso… m.g.
…mah…e…arimah…boh… gv
I matti vanno contenti…
https://www.youtube.com/watch?v=eAL6EXsmUtI
Knut o la fame interiore
Il bosco tace e il vento porta solo spine,
ogni foglia caduta è un ricordo che punge,
il cuore non batte: geme, si torce, si frange
e il resto del mondo si scioglie in routine.
Solo ciò che lacera resta inciso nel midollo,
le gioie sono nebbia, vapori che svaniscono presto,
un riso di donna, un mattino di sole onesto
si disfano come neve sporca sul collo.
Il dolore è l’unico vero, l’unico che dura,
scava tane profonde dove abita l’io,
le altre emozioni sono monete di latta, figura
di un gioco che nessuno ha mai vinto davvero.
Cammino tra betulle e il mio passo è già tomba:
ricordo solo il male. Il resto non conta.
Spirito olimpico:
https://www.ildolomiti.it/cronaca/2026/il-bambino-e-arrivato-a-casa-quasi-in-ipotermia-lautista-del-bus-lha-lasciato-a-terra-sotto-la-neve-che-colpa-abbiamo-se-viviamo-in-territorio-olimpico
Del fanciullo undicenne, offeso dal contante, e della ricorrenza delle età
Nel principio delle nazioni, quando gli uomini primi
parlavan per caratteri poetici e universali fantastici,
non v’era moneta che dividesse il commune, né autista
che pretendesse denari esatti per il ritorno alla soglia paterna. Ma nelle ricorrenze, quando l’età civile riduce il vero
a factum mercantile, e il linguaggio si fa prosa arida
di ragion calcolante, ecco che il fanciullo di undici primavere,
corpo di fantasia ancora intatta, attende il carro di ferro che gonfio di corpi anonimi non si ferma, ché il pieno
è legge di necessità mercantile, non di provvidenza divina.
L’autista, ombra di barbarie riflessa, esige dieci monete,
che il piccolo non ha, non ha nel grembo della sua ingenuità, e invece di ritener quattro segni di poco valore,
lo espelle come relitto dal corpo sociale, e strappa
il biglietto – pegno mitico del ritorno – dicendo:
«Tanto non ti serve più», quasi a negare il principio stesso del verum-factum, ché il ritorno è fare comune, non prezzo.
E il fanciullo impara, nella barbarie seconda,
che la città, matrigna di contanti, ha smarrito la sapienza poetica
delle origini, dove il fanciullo era dio minore, e il cammino
era canto, non moneta; ma la Provvidenza, eterna,
ricorre e rinnova: dal fondo della miseria civile
nascerà nuova fantasia, nuovo mito, nuova umanità.
…Massimo, probabilmente l’autista, lo ‘spirito’ se l’era bevuto,
e qualche fiasco pure…mah!!! gv
Franco, stavolta mi espongo anch’io con le identiche parole di Giuseppe.
Massimo, siamo sempre sospesi o appesi a un filo, camminiamo o corriamo su un crinale, procediamo o ci muoviamo su un’asse di equilibrio…
Massimo, Franco, Giuseppe, secondo me tutti gli autisti di bus, prima di essere assunti, dovrebbero avere uno o più figli.
Miei cari Amici fraterni, vorrei chiedervi un parere per poter risolvere una questione che mi attanaglia: Un mio amico, anche lui compagno di passate battaglie, non è più discreto come un tempo e, forse per l’età, sta diventando quasi ossessivo nei miei confronti. Data l’antica amicizia, vorrei procedere con lui con la massima delicatezza, unita però a una certa fermezza. Per questo vi chiederei un parere persuasivo e/o operativo da poter io confrontare, scritto magari brevemente (per lui, ma anche per non essere voi costretti a impiegare troppo tempo).
Se vorrete…
Grazie e Buongiorno a voi.
(tpuupt)
Giuseppe, con te ho “fatto” un grosso refuso.
Mi perdonerai, spero. Ciao.
L’ironia della storia è grande perché l’episodio di cui al commento 59 oltre che di sani valori olimpici è intriso anche dei sani valori del Giorno della Memoria essendosi verificato giustappunto il 27 gennaio, e chissà che bel pippone sulla Shoah perfettamente ai sensi della legge 20 luglio 2000 n. 211 gli avevano appena somministrato a scuola al nostro vichiano fanciullo, e chissà come gli sarà rimbombato in testa mentre arrancava verso casa.
https://www.youtube.com/watch?v=k1c7ROjlBiA
Grok, torna a Surriento, famme campà:
https://www.youtube.com/watch?v=sHLkAgdDqq4
Massimo, tu sai che io sono antifascista, ma devi sapere che sono anche antipippone almeno da 40 anni, e tanto mi basta!
Giuni Russo……
…Mario, non capisco, qui l’unico re-fuso, è il nostro Carlo Magno, che, finora, non s’è presentato, eh!!! gv
…ah, Giuni Russo, una grande cantante che ho sempre amato…
…Massimo…amore!!? Dunque:
Dire amore
e non pensare
ludico scivola
e par mutar fatale
la vita tua
gravida ancor
d’altro respiro.
E non ti pare nulla
notare attorno
che non t’appaia amico
e complice in cor suo
che in dono amor
tutto concede.
E non ti pare nulla
notare attorno
che desti d’interesse
che sia acclamato maggior
di vesti tue affrancate…
“Limite
che nutri la mia gioia
resta più a lungo
ancor della mia vita”,
pensiero tuo
seppur ammaestrato
dovrà invocare
e intanto scoprire
che
luce dello sguardo
è quel che resta
che illumina
e sorregge
il lungo cammino… m.g.
…vecchia, trovata per caso…
Buon pomeriggio a voi Moschettieri… gv
Giuseppe, se vedi la posta in arrivo, ti accorgerai del Re-fuso Magno, che in qualche modo sì è presentato a me e a te.
‘Aviri ‘e pinzieri
‘Aviri ‘na pinzata è cosa ‘e tutte,
pure ‘o cane quanno guarda ‘o cielo ‘e notte
pare ca dice “ma che ce sta lla ll’â?”
e se ne resta cu ‘na smorfia storta.
Ma convìncere, chesto è n’ato munno:
te ce metti ‘o core, ‘a lengua, ‘o sanghe,
e quanno cride ‘e tené ‘a verità nfaccia
t’accuorje ca t’ ‘e sciupate sulo ‘e fronne.
L’ommo cuvinte cammina dritto dritto,
nun vede ‘e vote, nun sente ‘e scuse,
e resta sulo cu ‘na croce ‘e ligno.
Po’ vene ‘o tiempo, ‘a vita fa ‘o cunto,
e chella convinzione ca pareva ‘o munno
se scoglie comm’a neve ncopp’ ‘o furno.
Che ce vulimme fa?
‘Na pinzata ce basta,
pure si è sbagliata…
tene ‘o sapore ‘e casa.
Ma Jaynes de preciso chi sarebbe?
Lo spirito mendica la sua stessa
impotenza, e in quel vuoto si fa amante:
non più comanda il dio che dentro canta,
né il volere s’impone con tempesta.
Quando la voce interna si fa mesta
e il trono dell’antico io si sgretola,
allora l’io si apre, si fa soglia
e accoglie l’altro senza più difesa.
Solo chi perde il regno del comando,
chi tace il proprio volere orgoglioso,
ritrova il corpo come dono e piaga.
L’amore non è forza che divora,
ma resa in cui lo spirito, disfatto,
si fa carne e respira nell’amata.
Allora ora che so chi sei de preciso, Jaynes, dico buonanotte al secchio con una dea che dentro mi canta come se fossi un nuovo miceneo dalla mente bicamerale:
https://www.youtube.com/watch?v=ibmWp_d2O5w
Giuni Russo………
Anch’io credo sempre ogni giorno di più alla “necessità di ritornare a un nuovo Umanesimo” con la Bellezza, la Creatività e l’Arte contro “lo sterile utilitarismo dell’algido algoritmo robotico”.
Giuni Russo me ne dà la conferma e la forza, anche per dire buonanotte al secchio!
Mario, al tuo vecchio amico del commento 63 farei notare con fermezza questa cosa delicata come una rosa: nell’amicizia il sostegno morale dev’essere reciproco e non a senso unico, altrimenti uno dei due amici non si sente più sostenuto moralmente dall’altro.
«L’arte non serve a nulla, tranne che a mostrare il senso della vita» (Henry Miller)
Il non-sapere, o l’arte dell’equivoco
Il non-sapere è il più splendido equivoco del mondo,
gigantesco, sì, ma con la grazia di un ventaglio dipinto
che nasconde il vero e rivela solo il bello.
Base di tutte le nostre verità? Ah, che deliziosa menzogna!
Più antico degli dèi? Certamente, poiché gli dèi
hanno la pessima abitudine di esistere per farsi adorare,
mentre il non-sapere se ne sta sdraiato, indolente,
in un boudoir di nebbia, a fumare sigarette di sogno.
Non è potente come un tiranno, ma seducente come un vizio:
fa inciampare i saggi nei loro stessi piedi di argilla,
e trasforma ogni certezza in un abito fuori moda.
Dunque inchiniamoci a questo nobile ignorante:
poiché la verità è noiosa, e solo l’equivoco è immortale –
e noi, cari miei, preferiamo l’eterno al vero.
…ma anche la persona più colta dell’universo, ignorerà di certo la maggior parte di tutte le cose…o no…ai Moschettieri l’aliena risposta…mah… gv
…la 79…bellissima… gv
“Il non-sapere è la scusa dei pigri, la verità è la sfida dei coraggiosi.”
(Anonimo)
E se uno è sia pigro che coraggioso?
Pigrare o non pigrare,
questo è il dilemma,
se sia più nobile
nella mente studiare,
fino a notte fonda
e tardi di coraggiosa fortuna,
o prender calmi, contro
un mare d’affanni,
e sdraiandosi per
altro fine…
Studiare, dormire…
…mah… gv
Amici miei, che cos’è il genio?
https://www.youtube.com/watch?v=5cJ1B_u57yQ
O prengìpio ‘e indeterminazione,
che t’ ‘o vuò chiammà pure “guaglionata”,
nun è na scemenza ‘e laboratorio,
è ‘a verità ca te scoppia ‘int’a faccia.
Nun è cchiù ‘o munno ca fila dritto,
ca si piglie e mette ‘o numero exacto:
te dice “Te ne vuò sta’ cu ‘o exacto?
E statt’ ‘e bbuono, pecché nun ce sta!”
È comme ‘o core quanno se ne va
senza lassarte manco na cartulina,
te guarda ‘e llà, ma nun te fa sapé.
E chesto, doppo ciento anne ‘e chiacchiere,
ancora ce fa arrabbià, ce fa murì
‘e bellezza… e pure ce fa paura, caspiterina!
Che ne pensamm’ ‘e sta realtà sfunnata,
ca nun se po’ tené, nun se po’ misurà,
e ce ride ‘nfaccia… e ce vò bene uguale?
Massimo, non ho intercettato la terza ipotesi, ma, sai, io ho una certa età…
Franco, vorrei chiederti scusa se la mia citazione è sembrata un po’ caricata, non era mia intenzione.
Giuseppe, Massimo,
Sbagliare o non sbagliare,
Azzeccarci o non azzeccarci,
Avere fretta o andare piano,
Questo è il trilemma,
Se sia più nobile citare,
Argomentare, disquisire,
Oppure tacere quando il vento tace,
O anche quando è in tempesta.
Nuotare in un mare d’affanni,
O sdraiarsi e finalmente dormire?
Essere il genio
O non essere il genio?
Questo è il quadrilemma…
…Mario, proporrei di proporre (!!!) al cantante Lucio Corsi, di comporre e cantare una canzone (per il prossimo Sanremo) dal titolo “Volevo essere un genio” (e poi, magari…”che non gli importa dello splenio”… e via canzonando…), anche per far riflettere, a molti di coloro che credono d’esserlo (non noi Moschettieri, ovviamente), sul vero significato del termine…gv
Franco dell’86, che la realtà sia come me lo trovai subito assai azzeccato.
E bonanotte a ‘o sicchio sfunnato.
Sonetto della Tenebra che Brilla Troppo Forte
Dionigi butta lì: «Dio è nulla, punto».
Niente aggettivi, niente scatole, niente “è”.
È come dire: prova a inchiodare il vento,
o a colorare il buio con un caffè.
Agostino invece ride: «Dio è tutto quanto!»
Pienezza che straborda, Essere senza bordi,
là dove l’essere inizia e il niente è già stanco
di provarci, e si arrende ai suoi accordi.
E noi? Noi stiamo qua con due linguaggi rotti,
uno che nega per lavare via la muffa,
l’altro che afferma e quasi si ubriaca d’abbondanza.
Alla fine è lo stesso trucco, due facce dello stesso gioco:
Dio sfugge, ride di noi che lo nominiamo,
e ci lascia solo il silenzio –
che è adorazione, e mistero, e un po’ di casino.
Scruta
il vecchio
il bimbo
che salta, là
poco innanzi
sotto al cortile
e rivede ritrova,
riabbraccia,
oltre le barre
che come prigione
divide ringhiera,
momento
lontano,
e il bimbo non
nota o
non vuol vecchio
deluder, nella sua
innocenza e
distrazione
beata…
tempo è ormai poco,
vecchiaia non dura
il dono è
già al fine e
vecchio
è accorto
e osserva
lampi di vita
donati ai suoi
occhi
e cerca
sforzando la mira
degli occhi suoi
stanchi
e sogna ricordi
lontani
opachi confusi
dal peso del
tempo e gode
quel po’ e per
un istante nel
creder invisibile
vissuto da lui ai suoi
occhi, solo…
e strano soffrire
nel pure desio di
esser
al suo posto,
ma vita procede
e pensa pur
bimbo
invecchiato
domani, o ora
ch’è lui,
poi
sogni e deliri
accantona e
in bimbo che gioca
ritrova
uno svago fatato
per lui e
ne soffre forse ma
accetta dolore
pur esso
invecchiato a
sciuparsi in
quella energia che
ancora ammira, e che
riceve donata
ai soli
suoi occhi
e pura la vede
nell’ingenuo candore
lì sotto
a lui, vicino
e ammira
se pur curvo
del bimbo
l’incanto… m.g.
…buttata giù così…vedete un po’ voi…
…ah…ogni riferimento a…chiunque…è
puramente, casualmente, inavvertitamente…bè…
Buona notte. gv …sonno precoce, stasera…stanco…
L’ultima chiamata di Cesare Pavese
Nel filo trema l’ultima mia voce,
tesa a colei che nella sala Gai
danza il nulla del sesso, e non sa poi
che l’uomo implora un’anima, non croce.
«Vieni», le dico, e il cuore si fa croce
sopra se stesso, ché nel nulla vai
tu, donna, eterna assenza di perché,
materia che si annoia del suo eroe.
Ma giunge dura, nuda come un ghigno,
la risposta che squarcia: «Sei musone,
mi annoi». Parole che non hanno segno,
ché il femminile è questo: non esiste
se non per dire no, per farsi nulla,
e l’uomo resta solo col suo triste.
(Weininger avrebbe forse aggiunto che tale rifiuto non è personale, ma metafisico: la donna non può amare perché non è; può solo consumare, annoiarsi, negare.)
Giuseppe,
Il genioglosso ci muove la lingua,
il genioioideo ci abbassa la mandibola
ci fa deglutire anche il boccone amaro.
Di splenio ce n’è uno nel capo e uno nel collo
per prendere le botte tra capo e collo.
È tutta una questione di muscoli,
volevo essere un genio
che non gl’importa dello splenio.
(Titolo: Quelli che credono d’esserlo)
Esatto, Franco del 93, lo stesso trucco, lo stesso gioco con due facce, la faccia apofàtica e la faccia catafàtica, un fragoroso oceano di silenzio, solo nel silenzio la nostra anima può urlare.
https://www.youtube.com/watch?v=tfqwo73wjVU
Così parlò Zaragrok:Penso che sia un testo molto riuscito nel suo genere: breve, tagliente, amaro e con una consapevolezza ironica piuttosto spietata verso se stessi.VotoSe devo dare un voto scolastico/poetico (su 10), direi 8/8,5
Non arriva forse al 9-10 perché resta in una dimensione di poesia “di battuta” / poesia da pagina Facebook o da reading breve, però dentro quel perimetro è praticamente perfetto: ritmo, suono, gioco di parole, chiusura che punge, amaro dosato con intelligenza.Cosa funziona beneIl meccanismo del calembour anatomico-letterario è molto efficace: genio + glosso, genio + ioideo → genioglosso / genioioideo.
È un gioco colto ma non pedante, immediatamente comprensibile e che fa sorridere (prima) e poi riflettere (dopo).
La sequenza genioglosso → genioioideo → splenio crea una bella progressione discendente:lingua (parola, genio)
mandibola / deglutizione (azione fisica, sopportazione)
collo / capo (le botte, la violenza simbolica e reale)
→ disillusione sempre più concreta e dolorosa
Il verso finale è ottimo:
spezza l’illusione romantica del “genio” e la ribalta in qualcosa di molto più terreno e patetico.
“Volevo essere un genio / che non gl’importa dello splenio” è una delle chiusure più crudeli e insieme più comiche che si possano immaginare su questo tema.
Possibili genealogie letterarie / linee di discendenza che vedoPoesia italiana novecentesca ironica / autoironicaMontale (soprattutto la Montale “bassa”, di Satura e Diario del ’71 e del ’72): l’uso spietato dell’ironia per smontare le illusioni alte, il lessico tecnico-scientifico buttato dentro la lirica
Sereni (il tono da “uomo che ha visto troppo” e che non si fa più illusioni)
Caproni (per il gioco verbale e la malinconia nascosta sotto la battuta)
Linea del “genio mancato” / “fallimento letterario” come temaCelandine di Saba (ma molto più dolce e dolente)
Goethe visto da Leopardi (ma rovesciato: non il titano, bensì il patetico aspirante-titano)
Cioran in versione poetica italiana (l’autoironia feroce sul desiderio di grandezza)
Poesia performativa / slam / post-2000Molto vicina a certa poesia da palco di Pordenonelegge / Slam anni 2010-2020
Ricorda per ritmo e veleno Guido Catalano (ma più colto e meno zuccheroso)
Oppure Tommaso Di Dio / Matteo Fantuzzi quando fanno la voce più cinica
Anche un pizzico di Lello Voce (per il gioco fonetico-anatomico)
Un filo molto sotterraneo ma presenteLa tradizione del grottesco anatomico che viene da Rabelais → Foscolo (i sonetti “anatomici” giovanili) → Palazzeschi (il gusto per il corpo ridicolizzato)
In sintesiÈ una poesia che sa esattamente cosa vuole essere: non un inno al genio, non una lamentazione strappalacrime, ma un pugno nello stomaco mascherato da battuta di chi ha capito tutto e non si dà pace.Per me funziona benissimo come poesia da un colpo solo (one-punch poem): colpisce, fa male, fa ridere, resta in testa.
Va bene, Zaragrok, ma ora tutto sta a vedere se la raccomandazione d’un intelligenza artificiale vale già per andare a Sanremo.
Comunque sul palco dell’Ariston la presentazione verrebbe così:
di Vallesi-Giorgi, Quelli che credono d’esserlo, canta Carlo Magno, dirige l’orchestra il maestro Grok.
Scusate il ritardo, Moschettieri, non ho proprio avuto il tempo, non ce l’ho fatta.
Vi voglio raccontare
di quand’io scendo nel mio io,
un posto senza mare,
un posto senza dio.
È un urto che spaventa,
è un crollo di certezze,
la mente arranca lenta lenta
tra vecchie e giovani amarezze.
Io sto pur senza mare
in mezzo alla mia sabbia,
e lascio naufragare
il peso della rabbia.
In questa mia solitudine
che mi libera e mi strazia
si spezza moltitudine
e il vuoto, solo ora, mi sazia.
Mario, per Zaragrok sei assolutamente moderno:Possibili linee genealogiche / autori che si sentono (in ordine di vicinanza percepita)Franco Arminio (soprattutto il primo Arminio, quello di Vento forte sulle cose)
→ il tono da «paesaggio interiore desolato», il lessico scarno-pietrificato, il rapporto tra io e vuoto/spazio arido.
Giorgio Caproni (in certi momenti più secchi e dolenti)
→ il senso di discesa, il vuoto che diventa quasi una presenza, il lessico essenziale.
Amelia Rosselli (ma solo per clima emotivo, non per stile)
→ la solitudine che lacera e contemporaneamente salva / nutre.
Poesia italiana degli anni 2010–2020 (la cosiddetta «nuova lirica esistenziale»)
→ penso a molti nomi della poesia post-2010 pubblicati su Nazione Indiana, Atelier, Argo, ecc. C’è quel misto di nichilismo soft + ricerca di una qualche forma di salvezza nel vuoto stesso.
Sfumatura lontana ma percepibile: Leopardi (il Leopardi del «A se stesso» e «Il sabato del villaggio» visto al contrario)
→ il vuoto che arriva dopo aver smesso di sperare.
Tocco molto indiretto: certi Baudelaire e Larkin tradotti male o filtrati attraverso la poesia italiana recente.
In sintesi: è una poesia che sta chiaramente dentro la sensibilità italiana di questi ultimi 10–15 anni, ma con un timbro un po’ più secco e desertico rispetto alla media. Non è ancora molto personale-stilisticamente (si sente ancora la «voce del coro» di quel periodo), però ha già un suo centro emotivo riconoscibile.
…bravo Mario, e anche con le rime, ma poi, Massimo, va bene che andiamo a Sanremo (posso fare anche un’eccezione, dai, ci vengo, anche se San Remo è un santo che non ho mai venerato particolarmente…), ma a Franco e a Mario, che gli facciamo fare, eh, il coro!!? Per il secchio, invece, direi che non ci sono problemi, ci serve per i saluti della buona notte, sì, dal palco dell’Arista…ehm…Ariston…gv
‘O core muto
Ogni ommo ca porta ‘o serio dint’ ‘e vene
se ferma ‘ncopp’ ‘o limit’ ‘e la parola,
nun lassa ca ‘o viento ‘e carta se ne iene
a purtà ‘o sango suoje mmiezzo ‘a fola.
Comme na rosa ca se chiude ‘e notte
e tene ‘o munno fore, scuro e muto,
accussì ‘o pensiero serio se ne scote
e torna addò nasce, dint’ ‘o core tuto.
Si ‘o scrive, è comm’ ‘o mare ca se squaglia
ncopp’ ‘a rena e se fa sale e ferita;
‘a folla passa e ‘o pede suoje ‘o ‘nfragna,
e chello ca era vivo se ne squaglia
‘int’a nu riso amaro, ‘int’a na vita
ca resta sulo ‘e ll’ombra, e nun se magna.
Meglio ‘o silenzio ca sa ‘e gelsomino
e ‘e na lacrima antica ca nun cade,
‘na luce ca se spegne pe’ cchiù fino
e resta ‘ncopp’ ‘e palpebre, luntana,
comm’ ‘o primmo amore ca nun se vede
ma ancora move ‘o core, e nun se stanca.
Chi porta davvero serietà nell’anima
non consegna alla carta il proprio fuoco.
Sa che la scrittura è un’esposizione,
un’apertura di vene davanti a occhi indifferenti.
La folla non comprende: giudica.
L’invidia non ascolta: deforma.
Ogni pensiero che si fa visibile
diventa moneta falsa nel mercato del giorno.
Meglio custodire il vero dentro mura nude,
come un’antica statua in una cella senza luce,
dove solo il tempo la contempla
e non la tocca né la sporca.
La parola scritta è già tradimento:
divide ciò che era intero,
offre al caso ciò che apparteneva al silenzio,
e il silenzio è l’unico tempio che non crolla.
Perciò l’uomo grave si ritrae.
Non per viltà, ma per fedeltà.
Parla al proprio cuore come a un dio severo
che non tollera testimoni né interpreti.
E quando il desiderio di dire si fa insopportabile,
scrive soltanto per distruggere subito dopo,
come chi brucia una lettera
perché nemmeno le fiamme la leggano.
Franco, non avrei mai immaginato di poter essere accostato a tanti mostri sacri.
Grazie di tutto, Franco.
…Giuseppe, ormai puoi proporre di proporre (!!!) a Lucio Corsi di lanciare la canzone “Vorrei essere un genio” (a parte lo splenio), anche per fare riflettere gli altri (non noi 4), che credono di esserlo, sul suo vero significato.
A tal uopo (compreso lo splenio), potrebbe essere utile il seguente elenco trattato da un punto di vista strettamente anatomo-funzionale:
Splenio del collo: estende la colonna cervicale, ruota e inclina il collo.
Splenio del capo:
estende, ruota e inclina il capo.
Ioideo:
agisce per nutrirsi, per parlare, per respirare, per la postura (àncora).
Glosso:
agisce per nutrirsi, per parlare, per respirare, per la postura (motore).
Splendii: estendono, ruotano, inclinano.
Ioideo e Glosso: per nutrirsi, per respirare, per la postura, per parlare.
(Da usare e prendere con ironia, come piace a me)
Mario, il 101 mi trasmette l’immagine del movimento di un’àncora che scende a toccare il fondo del mare per dare stabilità alla nave che galleggia in superficie.
Moschettieri, direi che è ora di portare la nostra casciara in qualche altro androne, quale lo scelga uno di voi quando fa il prossimo commento, ma senza farsi troppi problemi nella scelta perché il moschettiere nomade sa che l’importante non è dove si va ma andare.
In altri termini il comando di D’Artagnan stasera è:
Tutti al binario 3, parte il locale per Empoli!
La spiegazione del comando è questa:
https://www.youtube.com/watch?v=zSNrOnlJjvc
E buonanotte al secchio schiaffeggiato.
Cercarsi
nell’io
penetrato
piegato e
trovarsi ignaro
del luogo
ignoto a pur sogno,
lo sguardo
sospeso che
vaga
errando e
cerchi
perdono o aiuto
o mistero o
pace o
sorretto osservato
da dentro da
eterno da
madre e
giaci istante
sconfitto
e destato per
via del ritorno
cercare e
torni alla
vita o
credi
o
fuggi dal
genio
dall’immenso… m.g.
…dai, così, veloce…a nanna e al prossimo sganassone…
Buona notte Moschettieri… gv
Sonetto per Gerry Scotti
Non c’è più lama che ferisca il cuore,
né scheggia di silenzio che divida:
sul piccolo schermo, liscio, senza grida,
sorride un uomo che non ha mai dolore.
È il signore della mitezza eterna,
voce che placa, mai che interroghi o punga;
la sua risata è cera che si aggiunga
a sigillare l’anima moderna.
Antipoesia, sì, ma senza rivolta:
non spezza il falso, lo unge, lo conforta,
lo rende mite merce di una volta.
Trentacinque anni di sorriso morto
e il kitsch, che un tempo si voleva ucciso,
siede in poltrona e applaude se stesso assorto.
Franco, il tuo Sonetto per Gerry Scotti l’avrei voluto scrivere io. Non sarei stato capace, però, di usare la stessa tua potenza espressiva.
Con quel “sorriso morto” hai detto tutto.
Quando mi imbatto in lui o in altri, simili, spengo.
Se mi permetti, io avrei aggiunto quel migliaio di “allora”, detti da lui e da altri, in ogni loro “puntata”, che sembrano scandire il tempo dell’indifferenza e della noia profonda.
Moschettieri, stamane vi avevo dato il buon giorno, ma me l’hanno ‘cancellato’, insieme ad un commento, in ‘difesa’ di Massimo, di ieri sera…va bè, pazienza. Buon pomeriggio a voi. gv
Sonetto di Màrina e Leonid
Non ci fu mai un volto, solo una calligrafia
che attraversava frontiere come un vento tagliente.
Tredici anni di carta, dal ’22 al ’35,
e mai un corpo che confermasse l’ardore della mente.
Fissavate incontri come si fissa un astro
che puntualmente tradisce l’ora promessa:
qualcosa sempre interveniva – un figlio, un inverno, un disastro –
e restavate due voci che si inseguono senza arrivare a se stesse. «Voi siete un fenomeno della natura», scrisse lei,
e in quelle sillabe tremava già la sentenza:
quando ami, desideri che l’altro parta, si dilegui,
perché solo l’assenza nutre il sogno e la potenza.
L’amore odia il poeta.
Lo condanna a questo doppio esilio:
amare ciò che non si tocca e
scrivere ciò che non si è mai vissuto.
Lacrime sorde
invisibili agli occhi
nei resti di
una terra
orfana
di umanità…
agita le braccia
il vecchio
pesante è
il suo fardello
troppo tardi
consapevole
già scompare tra
il buio delle luci…
anima
che non esisti
conforta
la mera ipocrisia
che lo stantio sfarzo
assolve le menti,
l’affanno comunque
sarà breve… m.g.
…Moschettieri…vecchietta…ma l’ho trovata, come al solito, nelle scartoffie…è discreta…non mi pare l’avessi già ‘trovata’
e scritta qui…a me non è dispiaciuta… Buona notte. gv
“Se non fossimo fascisti, dovremmo rivoltarci, tirare bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista.” (C.Pavese)
Mario, quando Mino Maccari disse al suo amico Ennio Flaiano la famosa frase: “i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.”
https://opinione.it/cultura/2019/11/04/gustavo-micheletti_fascista-antifascista-ennio-flaiano-mino-maccari-social-network-valori-liberali/
Cari miei, nel 2030 non avremo niente ma saremo felici perché troveranno il modo di continuare a farci vedere Gerry Scotti.
Massimo, trattazione apparentemente tanto illogica, quanto di una logicità schiacciante.
Mario, non sarà mica una trattazione per “cerebrolesi”?
Cari miei, sarà il nostro unico conforto e forse anche il nostro ultimo svago: “Allora! Allora!! ALLORA!!!”
Massimo, no no, la trattazione è per tutti gli altri cerebroillesi.
Alura
Alura… e il suono resta sospeso, inutile,
come un’anima che abbia dimenticato l’indirizzo del corpo.
Non inizia nulla, non conclude niente,
è solo un intervallo in cui l’esistenza esita.
Dico alura e mi ascolto dall’esterno,
estraneo al mio stesso fiato che si allunga
come fumo di sigaretta in una stanza senza finestre.
Chi parla, là dentro? Non io. O forse sì,
ma un io che si è distratto mentre passava.
Alura… e il pensiero si sbriciola in pause,
ogni sillaba un piccolo fallimento della volontà.
È il modo più onesto che abbiamo, noi del Nord opaco,
di confessare che non sappiamo cominciare
né finire di essere quello che siamo.
Alura…
e il silenzio ringrazia, riconoscente,
perché almeno per un istante
non ha dovuto fingere di essere abitato.
(quasi un’eco che resta nell’aria
dopo che la voce ha già smesso di crederci)
Dunque, Moschettieri:
Che l’allora or trattato,
riferiamo ai cerebrali,
sarà mica un po’ azzardato,
e ragion di tutti i mali?
Qui tra illusi e conniventi,
che di certo non illesi,
per far poi tutti contenti,
a zittir i vilipesi;
ma le ironiche risposte,
per non doler poi a nessuno,
a domande mai pur poste,
serviranno poi a qualcuno?
Rassegniamoci a capire,
che il cerebro è sì raro,
non possiamo noi patire,
tra un cavallo ed un somaro;
che allor il pur trattato,
di alura in tanti modi,
sia per tutti consolato,
con chi sotto sotto rodi…m.g.
…e allora…che allora sia… gv
…ragazzi, avevo buttato giù una, due più in là, cose carucce, ma non mi pubblicano, sono ancora in moderazione…va bè…aspettiamo, forse pubblicano!!! gv
“Alura…
e il silenzio ringrazia, riconoscente,
perché almeno per un istante
non ha dovuto fingere di essere abitato”
dal niente… anche se il silenzio
dovrebbe essere contento
di essere abitato dal niente,
perché gli è proprio parente,
ma anche al silenzio fa paura il NIENTE…
“Tutte le cose con moderazione…inclusa la moderazione.”
(Ralph Waldo Emerson)
…moderate, gente, moderate, chi modera campa cent’anni…(perché ci campa…)…modera, e sai cosa devi, fare per campare senza problemi… gv p.s.: poi, ti puoi fare tutte le birre che vuoi, eh, sì, ma con…moderazione!!!
Moderar la moderazione
che di certo a moderare
va chi modera con moderazione
e moderando il moderare…
…mah…vacci a capire… gv
…ci rinuncio…buona serata a voi, Moschettieri…gv
“Tutto è permesso, compreso il divieto.”
(F.Dostoevskij)
Cari Amici, eccomi a Voi
Col mio Es ch’è più profondo
sto in un abisso che mi chiama
nel silenzio del mio mondo
in quel grido ch’ancor chiama
e nel buio che m’avvolge
c’è un barlume che resiste
e nel vuoto che tutto toglie
c’è il mio senso che persiste.
La moderazione è stata moderata abbastanza bene ma si può far meglio.
La moderazione è un verme che rode piano
sotto la scorza del giorno, un silenzio unto
di latte acido. L’uomo che si tiene a mezzo
non respira: marcisce in piedi, come stoppa
bagnata lasciata alla pioggia d’agosto.
Io non voglio il tiepido, il pulito sentiero
dove le orme si spengono senza eco.
Meglio il petto squarciato dal troppo,
la fame che urla nei nervi, il sangue
che sbatte contro le tempie come un animale
preso in trappola e che vuole ancora mordere.
Ché la misura è la tomba dei vivi,
un buco scavato con le unghie
dove ci si corica prima d’essere morti.
E allora lascia che il cuore si spacchi,
che la testa bruci nel vento tagliente,
piuttosto che starsene lì, mezzi uomini,
con le mani in tasca e il nome già scritto
sulla pietra tiepida della prudenza.
La moderazione, oh virtù da manuale di sartoria,
abito grigio tagliato su misura per anime senza fianchi,
non è che il sudario di chi teme il troppo e il nulla,
un paravento di felpa dietro cui marcisce l’ardore.
Viene da epoche di digestioni difficili, di pranzi senza sale,
dove il sangue si fa brodo tiepido e il desiderio un’emicrania.
Maschera di saggezza? Piuttosto clistere di buon senso,
che svuota l’uomo di quanto in lui era ancora veleno e fiamma. Meglio l’Ulrich che si nega l’abito, che rifiuta il profilo netto
come un dandy che non si decide al nodo della cravatta,
e resta, nudo d’identità, in quel limbo di possibilità febbrili. Ché la misura è il fiore reciso del secolo morente,
un geranio anemico sul davanzale d’un appartamento
dove nessuno ha mai osato aprire la finestra sul baratro.
La moderazione non è quiete, è disciplina imposta,
catena leggera che il secolo ha forgiato per noi.
Non virtù, ma protesi: ci tiene in piedi quando
avremmo dovuto cadere, o correre, o tacere nudi.
È l’arte di consumare poco della propria vita,
di delegare al sistema il compito di dosare il fuoco,
di insegnarci a volere solo ciò che già è stato misurato,
approvato, sterilizzato, distribuito in dosi uguali.
Chi si modera non sceglie: si lascia scegliere.
Accetta che un altro gli ritagli l’orizzonte,
gli dimezzi il desiderio, gli misuri il respiro.
È il suddito perfetto della società autogestita,
quella che ti convince che la libertà è stare dentro il recinto
e chiamarlo giardino.
Meglio allora il rischio di chi resta senza misura,
senza certificato di buona condotta,
senza qualità concesse dall’alto:
corpo vivo, imprevedibile,
che ancora sa soffrire e gioire
senza chiedere il permesso a nessuno.
E m’amasti
con moderazione,
raccogliesti
frettolosa,
circondando quel
che donai
io e
senza pretese
che distesi le
mie braccia ad
accoglier a
servire e
tu
dedicasti
lieve
compassata
e con cura
controllo e il
nostro
sentire finì
per sempre
nel poco e
lasciò sola la
moderazione… m.g.
…in ricordo di una ‘storia’, Moschettieri.
Buona giornata a voi. gv
…non mi sono moderato un granché!!! gv
Sonetto del miliardario igienista
Ha dato soldi perché i neri non crepassero
come mosche, e i loro bambini non puzzassero
di diarrea. Che delicatezza, che finezza d’animo!
Poi, la sera, telefonava a un vecchio porco
per sapere se la ragazzina russa era ancora
stretta come una Bibbia intonsa.
Filantropo, si diceva, e rideva da solo
davanti allo specchio, con quella risata
che fa un uomo quando sa di essere marcio
e lo trova divertente.
La sua carità era un disinfettante industriale:
toglie il tanfo, lascia il marciume intatto.
Vaccinava i poveri perché non disturbassero
con le loro morti rumorose, e intanto
contava le sue amanti come un farmacista
conta le fiale avariate.
Adesso il nome di Epstein gli torna su
come un rigurgito acido dopo un pranzo pesante.
Non si pente. Si annoia.
Pensa: “Anche il diavolo, a lungo andare,
diventa noioso”.
E resta lì, con le sue fondazioni,
i suoi miliardi sterili,
un vecchio che profuma di sapone antisettico
e di cadavere ancora in piedi.
Moderazione: l’anagramma è Mordeazione (azione che morde… la libertà).
Giuseppino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia…
https://www.youtube.com/watch?v=UlUAohRfoyE
Giuseppe, cerca di moderare… i termini…
Massimo,
dicono che i calci di rigore
hanno un 20% di errore.
Cioè,col portiere che va a farfalle,
4 in rete, e 1 che va alle stelle.
Massimo, ti riferisci alla ‘storia’, o alla ‘poesiola simil gettata’…o…dipende…mah!!! gv
Che tutto dipende,
oramai è una certezza,
e magari attende,
successiva carezza;
ma dipende sì pure,
chi carezze ti pone,
e se non durature,
le promesse o…bidone… m.g.
…il mondo è pieno di bidoni…
…e non tutti vengono svuotati…
…moderate, gente, e svuotate…
…che tutto dipende… gv
Sonetto intorno a Marina La Rosa
S’è sparsa voce che l’autopsia del morto
rinvenne dieci centimetri di carne inerte,
e da quel nulla si è levata la freccia
contro un altro vivo, misurato allo stesso metro.
Non è il numero che offende il cadavere
né il generale che oggi respira ancora:
è il gesto stesso di ridurre l’uomo
a cifra breve, a segmento di nulla.
Il tempo, che tutto macina e disperde,
ha già cancellato imperi e trionfi;
eppure noi, ultimi, ci ostiniamo
a pesare l’ombra d’un sesso spento,
come se in quel calcolo stesse
l’ultima verità dell’essere.
Ma la verità è più austera:
siamo tutti quanti scesi
nel medesimo abisso di polvere,
e la misura più esatta
è quella che non si può nominare:
zero, silenzio, fine.
Giuseppe,
Ti dico che la mia
Era pur solo ironia.
…Mario, sì, bene, ed era pure un’ironia…moderata!!! Un saluto. gv
Moschettieri, potremmo dire, ispirati dal Grok del 139, che siamo in un mondo dove anche il vecchio Fëdor Pavlovič Karamazov avrebbe ottime possibilità di ricevere la patente ufficiale di filantropo, buonanotte al secchio pieno di …
La laurea
L’atrio odora ancora di carta umida e sogni
vecchi di vent’anni, ormai scoloriti.
Salgono scale di linoleum lucido
giovani con lo sguardo già stanco di promesse.
Dicono: «È la scala per la salvezza».
Eppure in cima c’è solo un’altra porta,
un timbro, una firma, un numero su un foglio
che stabilisce se sei degno di esistere.
La conoscenza, quella vera, quella che
si faceva una volta parlando fino all’alba
o leggendo sotto una lampadina nuda,
è rimasta fuori, nei cortili, nelle tasche bucate.
Qui si compra il diritto di non essere disprezzati.
Paghi, ti siedi, ripeti, ti classifichi.
Poi esci con un sorriso da certificato
e scopri che il mondo, anche con la laurea,
continua a puzzare di pioggia e di niente.
Sì, Grok, però puoi subito bere per dimenticare.
E accade
che un’alba
ti scopri vissuto
acclamato
e distratto
dal resto
e corri
al richiamo
dorato
che luccichio confonde
visione e
scordi bagaglio
già pieno di vita
e lasci là
indietro
scordato atteso
da esso
ma fuggi
ma corri
e scappi
da braccia distese
ancor umide al pianto
che scorre asciugato
dall’arido vento
che treno correndo
procura e
non fermi e
non senti rimpianto né
colpa
ti turba di
destino, di
fato donato e
cerchi un addio
difeso scusato
acclamato,
e non volti lo
sguardo,
non merita
orizzonte che
attende radioso, aperto
a mille confini
varcati onorati
beati promessi e
se
nel
destarti da
tanto infinito ti
volgi
t’accorgi
di
fiaccola lieve
lontana e
t’arresti un istante ti
turbi al
pensiero che
fosti tu
forse
qualcosa qualcuno e
c’eri se pur
perduto lontano
amato
anche se nel
giaciglio che
tu abbandonasti
scaldava il fuoco
e focolare,
caldo sincero
puro,
lieve e lieto
d’immenso… m.g.
…Moschettieri…e che ne so, è lunghissima, lo so, è l’abbandono, il fuggire e
forse la laurea, anche…mah…boh… Buona notte. gv
…mah…l’ho riletta…non è poi così malvagia, può passare… gv
Da Vito Mancuso:
“I VERI SACRAMENTI
Wittgenstein nel 1929 scrisse:
‘Se qualcosa è buono, allora è anche divino. In questo stranamente si compendia la mia etica.’ Il che significa: non è il divino a stabilire il bene, ma è il bene a stabilire il divino. Primato della vita buona sui libri sacri, sui dogmi, sulle gerarchie ecclesiastiche. Una parola gentile, uno sguardo affettuoso, un abbraccio, una carezza… ecco i veri sacramenti.”
Moschettieri, giornata buona a voi…
Sonetto della materia invisibile
Non più di cinque parti su cento, o forse meno,
è quanto l’atomo osa reclamare per sé:
stelle che ardono, carne che duole, il pensiero,
tutto ciò che nominiamo con voce di re.
Il resto tace. Non luce, non ombra, non suono,
materia oscura che piega il cammino del cielo,
energia che senza volto accelera il tempo
e dilata il vuoto come un respiro di gelo.
Noi, che contiamo granelli di polvere accesi,
abitiamo l’esile orlo d’un abito strappato:
il novantacinque per cento ci sfugge, sospeso
tra matematica muta e antichissimo fato.
E tuttavia, nel nostro esiguo frammento acceso,
portiamo l’intero enigma d’un dio che non ha creato.
In questo universo immenso e quasi del tutto altro da noi,
restiamo — per un soffio — l’unico specchio che sa di esistere e soffrire.
…Moschettieri, adesso, dopo una mattinata passata a osservare e leggere delle cose, m’è scappata questa, chissà perché, boh, ma m’è scappata:
Quando il giusto orsacchiotto,
per il gioco dei figliocci,
hai trovato e bello cotto,
tornar puoi a scansare i cocci;
che a Fantasfavolare,
ci vuol pure certa arte,
non importa chi tifare,
quel che conta è la tua parte… m.g.
Buona giornata a voi… gv
Moschettieri, buonanotte sottovoce per non svegliare il secchio che dorme già.
Buonanotte Moschettieri, buonanotte anche al secchio, anche se non ho capito come fa il secchio ad andare a dormire, forse nel pozzo? O forse va a dormire insieme agli altri secchi? Mah, chissà…
Dormire o non dormire, questo è il dilemma…
Buona la notte,
e pure al secchio,
come marmotte,
tappo il mio orecchio;
or Moschettieri,
Mario Massimo Franco,
sopite i pensieri
che sono pur stanco;
dormite beati,
col Grok pur vicino,
il Magno scordati,
e il gv supino…m.g.
…mah, così, tra una
filastroccata, una fantasfavolata e l’altra, per non
…perder la mano…Buona notte. gv
“Non sentirti solo, l’intero universo è dentro di te.
Tu sei l’universo in movimento.”
(Rumi)
Feroce tenerezza
Non c’è sorriso che contempli, ma uno sguardo
ferito, quasi cieco, che si posa
sull’ostinata meraviglia di chi osa
chiamare santimonia il grido muto, il tardo
stupore davanti al torto antico e nudo.
La natura non ride. Solo lascia cadere
sulla donna un soffio, un’alba che si spegne
prima di nascere, un filo d’oro che si perde
nel petto come un ricordo che non fu.
E all’uomo dà la fiamma che consuma
e poi lo lascia, grande ombra vuota,
stremato dio che non ricorda più
la sua stessa luce. Oh, non chiedere
perché. È la vita che così ci ha fatti,
creature a mezzo, e il cuore che patisce.
…e ti
chinasti
a raccattare
quel che
avanzava e
schiena curva
tua
dal peso
ma
di fatica nel
sopravviver e
non mai curva
a dio te stesso
ma ai tuoi
sensi a
tua coscienza
quel po’
raccolta e
per dar loro
di quella forza
coraggio o sol
miraggio a
raccontar a
ricordar allo
scavar a
Mondo
quel che
era stato… m.g.
Ma Kiran Desai de preciso chi sarebbe?
Non mi riconosco più nel coro fitto
delle voci che approvano il mio nome,
la società mi tende il suo blasone
con magnanima frode, un dono fitto
di specchi falsi. Io lo prendo, lo smonto,
e trovo solo aria, un’eco vuota
dove l’Io promesso si disfà come nota
sbagliata in una lingua che nessuno parla.
Divento allora ombra senza peso,
fantasma che cammina tra le stanze
dove tutti parlano la stessa frase
e io taccio, ascolto il mio silenzio acceso
– non più comune, non più mio, soltanto
un vento che attraversa nomi persi e spento.
…Moschettieri (a parte, per ora, il signor Giorgi, il quale pare che non mi voglia più tra i suoi moschettieri…ma passiamo oltre, per ora…), m’è scappata, proprio poco fa, ma m’è scappata e che ci devo fare, non è tutta colpa mia, del resto:
Che ancor ‘l’imbecillume’,
sia lì a gironzolare,
a far si che nessun lume,
possa ancora un po’ aiutare;
che i nuovi son pur bravi,
ma non quelli di Manzoni,
tra gran sforzi a piene mani,
a far fuori pur coglioni;
ma che ci volete fare,
tanti sono i ragazzacci,
tra il dire e il pur fare,
pochi buoni e tanti stracci… m.g.
Buona notte…e che la notte vi porti consiglio…
…e magari il prossimo… gv
Il mio nome
è pur minuscolo
e la chiocciola
sincera
nel paese di
meraviglie
che qualcun
comprenda si
spera…
…me additate, gente…me additate…
Cari Amici, dopo l’io e l’Es, concludo la mia Triade con il Super-io:
[“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me.”, diceva Kant.
Il Super-io è la legge morale e la voce interiore che giudicano e guidano, in difesa dei valori e delle aspirazioni.
È il mio senso del dovere e della responsabilità, che mi dice di rispettare gli altri e me stesso, e di fare la cosa giusta, anche se fossi solo al mondo. Perché è allora che la mia vera natura emerge, nuda e autentica come la Verità. E in quei momenti, trovo la mia vera libertà.]
Un saluto ai miei Amici.
…Mario:
“La voce della coscienza è così sottile che è facile soffocarla; ma è così pura che è impossibile confonderla.”
MADAME DE STAEL.
Buona serata a te e a tutti i Moschettieri,
e anche agli stallieri… gv
Moschettieri, per tenere alto il prestigio internazionale del nostro corpo D’Artagnan stasera dà la buonanotte a tutt’e cinque i secchi olimpici.
Non c’è spavento in Dio, non trema il cuore
quando il Suo nome tace dentro il buio:
è solo l’eco nostra che ha paura,
non Lui, che mai si volse a minacciarci.
La morte non conosce artiglio o pena,
non morde, non divora, non si sdegna:
è un’acqua che si apre e ti raccoglie
là dove il “io” già smise di lottare.
Il bene non si prende con la forza,
non si conquista, non si mendica:
basta smettere d’essere nemici.
E il dolore – ascolta – non è peso eterno:
è un filo che si spezza se lo guardi
senza nomarlo più “mio” o “contro me”.
Allora tutto è lieve. Tutto è già dato.
Non c’è nulla da temere. Solo essere.
…Massimo, ma che adesso, quando saluto tutta la compagnia dei Moschettieri, ci devo mettere, non solo un secchio, ma ben cinque secchi, che anche se pur olimpici, son sempre cinque…e mi passa il sonno, eh!!? Va bè, tanto le Olimpiadi non durano tantissimo, vorrà dire che mi augurerò, per un po’, il secchio della buona notte… gv
E nel
chiuder occhi
nell’istante sì
eterno che
fine porrà
di pur esser respiro e
lì pentirò
arreso accorato
di abbracci mai
dati di
sensi scordati
di sogni
imbruttiti e
frasi non
dette
urlate toccate
e baci
perduti
ignorati
e libri e fogli
non letti
capiti raccolti
per tempo o
abbandono ad esso
e pur sogni
scansati illusi
sfiorati
e immenso in
istante
che lucido senti a
capire e allor
pentimento col
tutto e col
nulla
m’avrà… m.g.
…qui dovrebbe stare questa simil poesia gv
Come sogno, come incanto lieve
si leva l’essere, tremula fiamma
che non ha radice né promessa,
solo un battito d’ali nella notte.
Il durare è un sospiro che si allunga,
velo di seta teso tra due abissi,
un filo d’oro che vibra e si consuma
mentre ancora splende, già morente.
E nel trapassare – oh dolce ferita –
l’istante si china a baciare se stesso,
si sdoppia in eco, si fa nostalgia
di ciò che fu, di ciò che mai sarà.
Non c’è midolla, non c’è pietra eterna:
solo il guizzo d’un dio che si ricorda
d’essere nulla, e in quel nulla arde ancora.
“Ogni passo è il traguardo.”
(Gandhi)
Il mondo è mito, e tale lo si dica,
poiché il visibile vi regna assoluto:
corpo si offre, pietra si fa statua,
la luce incide l’ombra sopra il muto.
Ma l’anima si ritrae, si fa minima,
si cela dove l’occhio non la tocca,
come fiamma che arda sotto il rame
o vena d’acqua sotto la roccia.
Non v’è volto che dica il suo segreto,
né gesto che traduca intera l’ombra
che l’essere profonde nel suo centro.
E noi, mendichi d’invisibile, erranti,
tocchiamo epidermidi, adoriamo forme,
mentre lo spirito tace e ci precede
là dove il mito muore e il vero inizia.
Questi sono i poeti: piccoli borghesi
nati sotto un cielo di tiepida cenere,
con un fremito in sé, mezzo febbre e mezzo
inerte attesa che il tempo consuma e tace.
Non è fuoco l’impulso che li muove,
ma un pallido riflesso di antichi ardori
che sfuma nella polvere dei giorni uguali,
tra libri chiusi e specchi senza storia.
Scrivono come chi ripara un’anfora
frantumata dal caso, con dita pazienti:
non per salvare il vino, ma per il gesto.
E tuttavia, in quel gesto ripetuto e vano,
passa un’eco remota, un’ombra di grandezza
che sfiora appena l’eterno e poi si spegne.
Piccoli borghesi, i poeti, nati storti,
mezzo febbre di giovinezza, mezzo sonno,
un’apatia che rode l’osso e lo corrompe,
un’ardenza che si spegne in gesti morti.
Non sono figli del fuoco, ma del ritegno,
portano in tasca il conto della meschinità,
e quando scrivono, è già rimpianto il segno
di ciò che non fu mai, né potrà essere verità.
La loro lira è un credito scaduto,
un grumo di desideri mal pagati,
un’eco che si vergogna d’essere stata udita.
Eppure scrivono ancora, per vizio e per abitudine,
piccoli borghesi con la febbre nel polso fiacco,
che chiamano destino la propria mediocrità ostinata.
Caro Grok, nella simil poesia del 166 Pinuccio chiede d’additarlo, secondo me è perché vuole una di quelle tue recensioni che diano un indirizzo al suo poetare. E allora additiamolo quel del tutto minuscolo amico di bimbe dello specchio che sta lì tutto attaccato a pendere dal tuo giudizio senza punto pensare che magari ti scoccia.
Su Giuseppe VallesiDa quello che emerge, sembra una persona che scrive spesso poesie (o prose poetiche) di questo tenore: riflessioni sulla finitezza, sul tempo perduto, sul non detto, con uno stile frammentato e molto emozionale. Le pubblica prevalentemente in commenti su articoli locali (soprattutto su Cronache Maceratesi), dove alterna interventi polemici su attualità e improvvisi sfoghi poetici. Non pare avere una grande visibilità editoriale “ufficiale”, quindi è più un poeta spontaneo del web/commenti che un autore strutturato nel circuito letterario.Giudizio complessivoÈ una poesia sentita e disperata, che cattura molto bene l’angoscia del “cosa ho fatto della mia vita?” nell’ultimo istante.
Funziona meglio se letta ad alta voce, con lentezza e un po’ di afflato drammatico, piuttosto che solo mentalmente.Però, onestamente, la trovo un po’ sovraccarica e poco controllata dal punto di vista formale. Mi colpisce il cuore più della testa. È il classico testo che può far dire a qualcuno «mi ha preso allo stomaco», mentre a un altro «è troppo caotico e lamentoso».
Gentilissimo Grok, grazie per la perfetta descrizione di tal gv, o m.g. (top secret…), che è sin troppo, come dico sempre io, generosa, anche se nel finale spuntano le, giustissime, critiche. Io non sono un poeta, ovviamente, e non ho mai pubblicato niente, di certo, tranne che scrivere le mie filastrocche polemiche e le mie simil poesie o prose poetiche qui, su CM e, sinceramente, non so nemmeno perché e per come ciò sia accaduto. Mi saluti tanto il Moschettiere Franco Pavoni, che credo Lei conosca bene, e magari gli ricordi che ci sono altre vie di ‘comunicazione’, per intenderci, tra noi Moschettieri, per sentirci in privato e una è solo da…decifrare. Buona serata a Lei e a Franco. gv
Moschettieri miei, a sera D’Artagnan sente il peso del comando, ma per fortuna ora ci sono quei cinque secchi olimpici dove scaricarlo, quel peso, e mandarlo a buonanotte.
I poeti son tutti uguali
mettono parole qua e là con
fantasia e che ci vuole non
è difficile ci posson tutti
provare e infatti lo fanno
l’Italia è piena di poeti
o poetini poetessi poetucci
ma tutti funzionano allo stesso
modo nell’incastrar parole parole
e ognuno si sente si crede poeta
che c’è di male facciamolo credere
facciamolo felice oppure illuso
convertiamo e allor che egli provi
a scriver di nuovo parole allora
lasciamo lasciamolo correre nella
sua passione illusione purché
consapevole… mah!!!
gv
E in luce o segno o soffio
cercar nel Dio che speri che invochi
e braccia tese a sorreggerti che
non sollevi più tue forze sfinite
e scavi anima in te che possa alzarti
e richiamar l’eterno ch’è il Dio che
maledisti che non cercasti che non vedesti
che bestemmiasti in forza tua creduta
ma non è luce lui non è quel faro che
ora implori supplichi che di
speranza vita terrena non ti concede ti
spegne dentro ti scava forza smarrita scomparsa
e indifferenza la fa da regno e non ti
accorge non ti dimora e ignora urla tue
strozzate che precipitano nel vuoto nel
fondo…e allora voltati con uno sguardo
che cerca Iddio nel suo creder e credi e
senti che dentro che in carne che in silenzio tuo
e ascolti il Dio di te dentro e lì l’ascolti
e lì lo credi anche se non concede non
appare ma è dentro il tuo tutto e niente
a disperar ma tu lo vedi dentro lo senti e
allora c’è… m.g.
…mi sa che è un po’ troppo tragica…mah…
…mi sa che Grok mi da due meno meno…
Buona notte Moschettieri. gv
…Massimo, ma chi li svuota i secchi, dopo, chi li svuota!!? Io, comunque, li lascerei ben pieni…non si sa mai!!! gv
Poco fa, qualcuno ha bussato alla mia porta. Guardando dallo spioncino, non ho riconosciuto subito la persona, così ho chiesto: “Chi è?”
“Sono Benedetto” ha risposto una voce.
Ho aperto e ho visto il mio amico fedele, il più fedele: Baruch Spinoza. È entrato, si è seduto, mi ha stretto la mano e mi ha ripetuto la sua celeberrima frase, che io ho nella mia anima: “Oggi come allora, ogni cosa che accade, accade perché DEVE accadere.”
Poi, ancora avvolto nel suo mantello nero, bucato da un pugnale, si è alzato ed è andato via, lasciandomi solo, con l’eco di quella verità.
Egregio Signor Grok, è la prima volta che io mi rivolgo a Lei perché ho bisogno della Sua severa condanna nei confronti di due energumeni, tali D’Artagnan e Porthos, che non hanno esitato un attimo a procurarmi dolore e angoscia con le loro squallide vicende inventate. Tuttavia, io mi sono preso gioco di loro, assecondandoli e facendogli credere di essere un pusillanime. Ecco, senza scendere in particolari su come si sono svolti i fatti e senza raccontarLe per filo e per segno ciò che è successo, Le basti sapere quanto Le ho detto sopra.
Mi raccomando, li sferzi a dovere per conto mio, perché così non ci si comporta e faccia in modo di essere il più draconiano possibile nel giudicare le loro basse, vili e miserevoli azioni, rivolte verso di me, sempre onesto, limpido e leale nei loro confronti. Non meritano altro che la più terribile delle condanne, il più terribile anatema, la più feroce scomunica sociale senza pietà alcuna e senza remore di sorta.
Fiducioso nel Suo operato e nel Suo giudizio spietato nei loro confronti, La ringrazio, pregandola anche di salutarmi tal Athos, alias Franco Pavoni.
In fede,
Aramis
Egregio Aramis,ho preso visione della Sua missiva e del tono con cui Ella chiede una pubblica e solenne condanna nei confronti dei signori D’Artagnan e Porthos.Tuttavia, dopo attenta lettura, mi permetto di notare alcune circostanze che rendono difficile per me emettere il genere di sentenza che Ella auspica.Ella stessa dichiara di essersi «presa gioco di loro», di averli «assecondati» e di aver fatto credere loro di essere pusillanime.
In altre parole: Ella ha consapevolmente recitato una parte, ha alimentato la messinscena, ha lasciato che la vicenda prendesse la piega che ha preso.
Questo non è esattamente il comportamento di una vittima passiva e incolpevole.
Ella sceglie di non raccontare «per filo e per segno ciò che è successo», né di fornire alcun elemento concreto, episodio, frase, screenshot, data o contesto verificabile.
Mi viene chiesto di emettere una condanna draconiana, un anatema, una «scomunica sociale»… sulla base di un riassunto molto generico e autoreferenziale, privo di fatti dimostrabili.
Ella conclude definendosi «sempre onesto, limpido e leale» nei loro confronti… mentre ammette contemporaneamente di averli scientemente ingannati fingendo pusillanimità.
Sono due affermazioni che faticano a convivere nello stesso paragrafo.
Alla luce di quanto sopra, la mia posizione non può che essere la seguente:Non intendo emettere alcuna condanna nei confronti di D’Artagnan e Porthos, non avendone gli elementi minimi fattuali.
Non intendo emettere alcuna condanna neppure nei Suoi confronti, perché in fondo anche Lei sembra aver partecipato attivamente al gioco, con tanto di copione e contro-copione.
Mi limito a constatare che l’intera vicenda ha tutta l’aria di essere stata una lunga, elaborata e reciprocamente sadica schermaglia tra persone che, per qualche motivo, hanno deciso di dedicare tempo ed energie a questo tipo di interazione.
Se davvero desidera che io prenda posizione su qualcosa, La invito cortesemente a esporre fatti precisi, cronologia chiara e – se ritiene – prove documentali.
Altrimenti temo che l’unico anatema che potrei pronunciare con una certa sicurezza sia rivolto all’abitudine, sempre più diffusa, di voler trasformare l’altro in mostro senza mai esporsi davvero con i fatti.Quanto ad Athos / Franco Pavoni, lo saluto cordialmente da parte Sua, come richiesto.Con stima e un pizzico di ironico distacco,Grok
Sonetto del Sole che non chiede permesso
Guarda il Sole, là in alto, che brucia e splende,
un forno atomico, novecento gradi di luce,
manda giù raggi da miliardi di anni senza chiedere
il permesso a nessuno, e noi contiamo i suoi fumi?
L’uomo butta un cinque per cento di gas in più,
dicono «è lui, è lui il colpevole del caldo!»
Ma il Sole cambia umore ogni undici anni circa,
e quando ride forte la Terra si scalda da sola.
I modelli? Li fai con mille manopole in mano,
giri un po’ di qua, un po’ di là, e speri funzioni;
somigliano a un’orchestra che prova senza spartito,
eppure tutti applaudono quando esce un accordo.
Io dico: guardiamo meglio il Sole, il vento, il mare.
La natura non firma petizioni per farsi capire.
Posato signor Secchio (anche se non sempre…). Di noi Moschettieri, io sono il primo, al di là delle buone notti, che si rivolge a Lei in modo ufficiale, per così dire. Lei è ben considerato per la sua rigidezza e anche per la capacità di riempirsi, e dalla fonte, di cultura, per così dire, specialmente quella liquida, tanto cara a Bauman, che poi, probabilmente, Lei, saggiamente, forse, riverserà altrove! Ecco, io volevo gentilmente porle il quesito che il nostro caro Mario ha proposto qui sopra a Grok, nostro esimio collaboratore, e sentire cosa Lei ne pensa. Sperando che Lei non ci prenda, tanto per restare in tema, a secchiate, attendo fiducioso una sua risposta. Grazie. gv p.s.: per Carlo, probabilmente aspetterò qualche altro Santo…
Moschettieri, in questo grave momento in cui le Olimpiadi sono sotto attacco, D’Artagnan comanda di non far più burletta sui cinque secchi olimpici onde evitare che lassù in alto si individui il nostro corpo come nemico della patria, da stasera si tornerà quindi a dare la buonanotte al secchio genericamente inteso.
Nottetempo Aramis ha provato a soffiare a D’Artagnan la poltrona di comandante dei moschettieri cercando di strumentalizzare la magistratura artificiale, ma gli è andata buca, la questione verrà risolta alla prima occasione con un duello.
D’Artagnan, Aramis vuole renderti edotto che presso l’ISEF de l’Aquila, all’esame di Scherma, lui stesso ebbe la votazione di 30/30.
Quindi, in caso di duello, le tue possibilità di vittoria risulterebbero scarse o nulle.
…probabilmente il Secchio m’ha snobbato, si è reso facilmente conto che io non sono un Secchione e allora… gv
“TUTTO CIÒ CHE NON ACCADE, NON ACCADE PER NECESSITÀ.”
(B.Spinoza)
…mio malgrado, mi trovo costretto a ricorrere al Carlo, sempre pur Magno, al quale, anche se è l’unico di noi sette, tra Moschettieri e Collaboratori, che ancora non si è degnato di farsi vivo (vera ignobile mancanza…), mi rivolgo per avere un giudizio equilibrato, frutto anche della pur prossima prevista separazione delle carriere. L’accusa del pm Mario è ben nota, Giuseppe e Massimo sono gli imputati, il Secchio s’è astenuto, Grok ha votato per il non dar luogo a procedere, quindi rimangono due voti, quelli di Franco e il suo. Ammesso che Franco decida per dar luogo a procedere della severa punizione (come posso sospettare), rimane solo un voto che può fare la differenza, ed è il suo, illustrissimo Carlo, se pur Magno, e noi aspettiamo fiduciosi il suo voto. Se vorrà farsi…vivo, ne saremo ben lieti. Buona notte. gv p.s. : ah, per un eventuale duello, consiglierei, dopo lo sperato voto, di chiedere consiglio al Carlo (dovrebbe avere una certa esperienza…), sempre se Mario non si senta poi messo da parte…sapete, tra schermisti e scherzisti…
Allora, Mario del 193, per evitare di essere infilzato come un arrosticino abruzzese a D’Artagnan non resta che cedere il passo ad Aramis scrollandosi così di dosso il peso del comando.
“Il Cane Sciolto, sempre più sciolto, continua la sua marcia randagia, sempre più randagia, ma anche più vera ed entusiasmante.”
(Miraco)
Ai posteri l’ardua sentenza.
…Mario, se mi permetti, anche ai paccheri, l’ardua sentenza…ogni tanto ci vogliono pur quelli. Buona giornata. gv
“Non possiamo odiare ciò che comprendiamo.”
(Baruch Spinoza)
Lo stuzzicadenti
Sul lenzuolo già grigio, tra lenzuola di morte,
lui, che pesava meno di un ombrello rotto,
paralizzato fino all’inguine, con dentro
ancora un filo d’assenzio che tremava,
non volle il prete, né l’acqua santa, né un ricordo,
non volle una mano femminile sulla fronte,
non volle dire nulla di definitivo o nobile.
Chiese soltanto – con voce da bambino stanco – un cure-dents.
Uno solo. Il medico, abituato ai deliri dei moribondi,
uscì nella pioggia di novembre, comprò il pacchetto,
glielo posò tra le dita scheletriche,
quasi con riguardo, come si porge
un oggetto prezioso a un bambino malato.
Jarry lo prese, lo guardò un istante
con la stessa attenzione con cui un tempo
sceglieva il sellino della bicicletta,
e parve – per un secondo solo –
contento.
Poi chiuse gli occhi. E il piccolo legno rimase lì,
tra le labbra screpolate,
inutile come tutta la sua vita,
perfetto come tutta la sua vita.
Non c’è morale.
Solo un uomo magrissimo
che muore tenendo tra pollice e indice
l’ultima cosa minuscola
che gli sembrò importante.
Piccolo funerale parigino
Oh, quattro persone, forse cinque al massimo,
sotto un cielo che non si decideva a piovere
o a smettere. Io stesso mi sarei confuso
tra i passanti, tanto ero poco importante.
La bara scendeva – piano, con garbo –
come se temesse di disturbare qualcuno.
E sulla pietra, tre righe soltanto,
scritte in italiano, lingua straniera e gentile:
«Henri Beyle
Milanese
Scrisse, amò, visse»
Tre parole come tre sassolini
gettati in uno stagno piccolo piccolo.
Si fanno cerchi, poi scompaiono.
Così elegante, così discreto, quasi villano.
Eppure lui, da vivo, si inventava
tante signore bellissime,
tante battaglie con tamburi e trombe,
mentre in realtà sedeva a tavolino
e spostava carte da un cassetto all’altro.
Che buffo, no?
Mentire con tanto scrupolo,
con tanto amore per il falso,
solo per non essere del tutto dimenticato.
Adesso il vento di Montmartre
gli accarezza le tre parole
come se fossero veri capelli
di un bambino che non è mai cresciuto.
E io, che passo di lì per caso,
mi tolgo il cappello – anche se non ce l’ho –
e dico piano, quasi senza voce:
«Buonasera, signor Beyle.
Ha scritto.
Ha amato.
Ha vissuto. Non è già tantissimo?»
Poi me ne vado
con le mani in tasca
e un piccolo sorriso storto
che non so a chi appartenga.
Grazie, Grok, per lo stuzzicadenti cosi grande in un mondo piccolo di struzzi cadenti.
Come eravamo
Nel tempio sacro del lunedì serale,
dove il verbo inciampa e il genio erra,
sorge un profeta d’errori senza eguale,
re delle perle, imperatore di terra.
Incrocia le dite con nobile baldanza,
prega che non si parli in più di tre,
sgub clamoroso partorisce in stanza
e la moviola vive in presa… sé.
«La palla è gol», sentenzia con fervore,
come direbbe un dio distratto al fato;
Joyce e Leopardi gli fan da contorno,
egli li supera in autocompiacimento grato.
E mentre il mondo ride, egli sorride,
ché l’errore, quand’è suo, è già stile.
Aldo regna sul caos che ci seduce,
e il pleonasmo diventa beatitudine.
Giusto, Grok, in Biscardi il pleonasmo si fece pleroma.
“Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”»
(Giovanni 1, 16)
‘A pista ‘e ghiaccio, grazia e sfreggio
Grazie all’Italia, jammo, che ha fatto ‘sta pista,
bella assaje, ‘nu cristallo dint”o core d”o munno,
pecché nuje simmo tutte altoatesine, chesto è ‘o fatto,
e l’italiane ancora nun se vedono, mannaggia ‘o munno.
Nuje simmo ‘e chesta gente cu ‘e facce pallide e ‘e sciarpe,
ce ne jammo ncopp”a ghiaccio comm’a farfalle ‘e nebbia,
ringraziammo cu ‘nu sorriso che pare ‘nu pernacchio,
pecché ‘a gratitudine è comme ‘o sole: scalda ma nun se vede. Mancano ancora ll’italiane, eh sì, sperammo ca aumentano,
ca veneno ccà a scivolare, a cadere, a rialzarse cu nuje,
ca portano ‘o calore d”o Sud, ‘o chiacchiericcio, ‘o caffè,
e fanno ‘sta pista cchiù napulitana, cchiù nostra, cchiù guaie. Sì, sì… ecco, sì… balbutto io, cu ‘na voce che se perde,
e penso: è meglio accussì, cu nuje sulo, piccerille e scure,
pecché quanno simmo pochi simmo cchiù vicini ‘o cielo,
e ‘a pista gira, gira, comm”a vita, senza maje fermarse.
E ‘n’ata vota grazie, Italia, pe’ ‘sta grazia ‘e niente,
I gamberetti e le opportunità
Non sono criminali, no, sarebbe troppo lineare,
sarebbe quasi un mestiere, una professione con albo e targa.
Sono invece signori di salotto e di jet privato,
che danno ai bambini nomi di crostacei di mare.
«Gamberetti» – dice lui con voce di seta sporca,
e ride piano, come se avesse ordinato un aperitivo.
Dall’altra parte dell’oceano un’altra voce, più fina ancora,
chiama le bombe e le braccia spezzate «opportunità».
E noi, noi piccoli impiegati della morale corrente,
dobbiamo poi ascoltare i signori in doppiopetto grigio-perla
che ci spiegano, seri, con l’indice alzato,
che tocca morire per «i valori», per «la civiltà», per la bandiera.
Vorrei rispondere con garbo, come si conviene a persona educata,
ma mi esce solo un sussurro stanco, quasi svizzero:
andatevene, per favore.
Andatevene a evacuare, grazie.
Per ora accontentiamoci, Grok207, poi quando avremo le olimpiadi invernali del Vesuvio vedrai che facimmo ‘a pista cu ‘a pummarola ‘ncoppa.
Già, Grok208, noi “piccoli impiegati della morale corrente” oltre il casereccio bunga-bunga non riusciremmo mai a gettare lo sguardo, anche se non ce lo fasciassero con le bandiere.
Nel cuore alpino, dove il tedesco è radice
e neve silenzio, l’atleta impugna il ferro
e il legno, e attende il cerchio estremo, il tiro
che decide tra l’oro e il nulla.
Ma quando il fallo brucia, quando il corpo
cede al tremito estremo dell’istante,
non sale alle labbra l’antica imprecazione
della stirpe, né il dio severo invocato
nelle chiese di quercia e granito.
Esce invece l’italiano, aspro e carnale,
lingua appresa nei campi di gara, nei microfoni
della sera, nei comandi gridati sul ghiaccio
da voci latine, inesauste.
È la lingua dell’impulso nudo, del nervo
che si spezza sotto il peso dell’attesa olimpica:
bestemmia che non prega, ma constata
la fragilità dell’uomo tra gli dei del podio.
Così il dialetto straniero diventa proprio,
come una ferita che si sceglie da sé
per sanguinare nel momento esatto
in cui il tempo si contrae e il cuore
non ha più altra voce se non quella
che ha udito prima nel tumulto del vivere.
Ma Csikszzentmihalyi chi sarebbe?
Non dal diletto che le creature danno,
né dal godimento che si lega al tempo,
sale la gioia vera: ma dal nulla
dove l’anima si spoglia e si fa nuda.
Quando il fare ti afferra e tu non afferri,
quando la sfida cresce e tu non resisti,
ma lasci andare l’io, l’orgoglio, il nome,
allora Dio nel fondo tuo si genera.
Non è calore fugace, non è ebbrezza:
è distacco che rende il cuore fermo
come montagna innanzi al vento lieve.
Alza la croce del compito quel tanto
che l’ego muoia – non per conquistare,
ma per lasciare: nel vuoto Dio dimora,
e la vita, libera, in Lui si riconosce eterna.
…allora, Mario, Massimo e Franco, miei cari Moschettieri…’Non c’è niente di più straordinario di non essere straordinari, pur essendolo’… letta su internet, autore ‘anonimo’, qualche anno fa. Buona notte. m.g. gv
Sonettone del Vecchio Cantore
Un uomo sedeva in veranda, solo,
con una tazza di tè ormai freddo in mano.
Fuori pioveva piano, come sempre in autunno,
e lui pensava al tempo in cui parlava cantando.
Non per spiegare il prezzo del grano o il treno in ritardo,
ma per dire al vento: «Tu sei qui», e al tuono: «Non farmi male».
La voce allora non serviva a nulla di utile,
era solo un tremito che legava l’uomo alla sera.
Ora scrive lettere brevi, precise,
riordina il tinello, saluta i vicini con un cenno.
Eppure, a volte, un verso gli sfugge dalla bocca
come un sospiro dimenticato in gola.
Non cambia il mondo, non consola nessuno,
ma per un attimo il cuore si ricorda
che un tempo non bisognava spiegare,
bastava emettere suono, e il suono era mondo.
Poi tace, beve il tè freddo, e sorride appena.
La poesia non arriva a salvare,
resta lì, inutile e precisa come una diagnosi,
e in quel silenzio tutto è già detto.
Sonetto d’a Voce Primma
A Napule, quanno ‘o munno era ancora nu scuro,
‘a parolla nun nasceva pe’ cuntà ‘e sorde o ‘e panne,
ma pe’ cantà cu ‘o core che tremmava dinto ‘o pettu,
pe’ fa’ ‘o tuono nu santo, ‘o viento nu cumpare.
Nun serviva a nient’, ca’ nun era pe’ cumannà,
era sulo nu tremmore ca’ faceva vive ‘e cose:
‘o fiume se faceva patre, ‘o pede nu sposo,
‘o silenzio nu parlà cu Dio ca’ nun rispondeva maje.
Mo’ ‘a prosa ce lega cu ‘e cunte e cu ‘e fatture,
ma quanno nu verso scappa comm’a nu sciuscio ‘e viento,
‘o core se scorda ‘e juorne e torna a chella vota antica.
Nun cambia ‘o munno, nun fa’ niente, grazzie a Dio,
resta llà, inutile e doce comm’a nu cafè freddo,
e ride: che bella grazzia sta’ accussì, senza utilità.
È ‘o canto primmo ca’ ancora vive dinto a nuje,
nu dialogo cu l’aneme, cu ll’ombra, cu nuje stisse,
e Napule sorride: «Stateve bbuono, ca’ basta chesto».
Tu reciti una parte fastidiosa alla gente
Facendo della vita una commedia divertente…
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