Imprenditore a giudizio per caporalato:
«Sottopagava i dipendenti»

SERRAVALLE - Sotto accusa il 70enne Luigi Ansovini. Per la procura sono 11 le parti offese. Oggi si è svolta l'udienza davanti al gup del tribunale di Macerata. Indagine della Guardia di finanza. La difesa: «Non c'era nessuno stato di bisogno, ci sono differenze salariali ma non integrano il reato contestato»
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di Gianluca Ginella

Imprenditore manifatturiero in manette per caporalato, oggi è stato rinviato a giudizio. L’uomo, Luigi Ansovini, 70 anni, di Serravalle, è accusato di essersi approfittato dello stato di bisogno e di aver sfruttato alcuni dipendenti. L’indagine è stata condotta dalla Guardia di finanza di Camerino. Oggi si è svolta l’udienza davanti al gup. L’imprenditore nel marzo scorso è stato arrestato e messo ai domiciliari (in seguito è tornato libero). In sintesi, contesta il pm Rosanna Buccini, l’uomo avrebbe costretto i lavoratori a fare più ore rispetto a quanto indicato in busta paga e li avrebbe pagati meno di quanto previsto nei contratti e indicato in busta paga. La procura individua undici dipendenti che sarebbero stati sfruttati, 6 italiani e 5 stranieri.

Entrando nel dettaglio dell’accusa, uno dei lavoratori, il cui contratto prevedeva 8 ore lavorative al giorno, sarebbe stato impiegato più ore rispetto a quelle contrattualmente previste e impiegato anche come giardiniere a casa dell’imprenditore, senza essere pagato. Nelle sue buste paga sarebbero stati indicati dei giorni di assenza inesistenti. L’uomo era poi stato licenziato in seguito alle sue lamentele per la retribuzione ridotta.

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L’avvocato Francesco Copponi

Per una lavoratrice l’imprenditore avrebbe corrisposto uno stipendio inferiore rispetto a quanto indicato nelle buste paga ed in particolare nel corso del 2019 le avrebbe versato 703 euro nel mese di ottobre a fronte di 857 euro dichiarati, 413 euro nel mese di novembre a fronte di 1.064,50 euro dichiarati, 423 euro nel mese di dicembre a fronte di 1.153 (per un ammanco complessivo pari a 1.535,80 euro). Nel 2020 le avrebbe corrisposto a gennaio 458,15 euro a fronte dei 649,50 euro dichiarati e nel mese di febbraio non le corrispondeva nulla a fronte dei 410,40 euro dichiarati.

La donna sarebbe stata inoltre costretta ad effettuare 21 giornate lavorative in nero tra agosto e settembre 2019. Per un’altra dipendente l’uomo è accusato di averle fatto svolgere un numero maggiore di ore rispetto a quelle risultanti dalle buste paga, corrispondendo alla lavoratrice una retribuzione oraria di 5 euro a fronte dei 7 euro l’ora prevista dai contratti di categoria.

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L’avvocato Giuseppe Caruana

Un altro lavoratore sarebbe stato costretto a lavorare un numero maggiore di ore rispetto a quelle risultanti dalle buste paga, dandogli in maniera sistematicamente un compenso inferiore al dovuto (secondo l’accusa mancherebbero 1.402 euro per il 2019 e 4.016 euro per il 2020). Ancora, ad una dipendente avrebbe corrisposto 5 euro l’ora, inferiore alla retribuzione di 8 euro l’ora indicata in busta paga. Ad un’altra dipendente ancora avrebbe dato una retribuzione inferiore rispetto a quella prevista in busta paga, nel 2019 la donna avrebbe ricevuto, continua l’accusa, 1.182 euro in meno rispetto a quanto indicato nelle buste paga e nel 2020 1.727 euro in meno.

Un’altra lavoratrice sarebbe stata impiegata senza alcuna retribuzione per due mesi (dicembre 2020 e gennaio 2021) e la donna si era poi licenziata. Anche altre due donne sarebbero state pagate meno di quanto previsto da contratto. Un ultimo lavoratore sarebbe stato retribuito in nero di 4,50 euro l’ora per 81 giornate lavorative e una retribuzione complessiva di 2.763 euro. I fatti sono stati accertati il primo aprile 2021. Oggi Ansovini è stato rinviato a giudizio dal gup Claudio Bonifazi del tribunale di Macerata. Il processo si aprirà il 15 aprile del prossimo anno. L’uomo è difeso dall’avvocato Francesco Copponi (oggi sostituito dal legale Giuseppe Roberto Caruana).

«Non si è approfittato di nessun lavoratore – dice l’avvocato Copponi -, non c’era nessuno stato di bisogno. Erano persone che sono state anche aiutate in tanti modi e comunque per nessuno c’era lo stato di bisogno, quindi manca innanzitutto quel presupposto. Ci sono delle differenze salariali, ma non ritengo che questo integri il reato contestato. In dibattimento sentiremo queste persone per far verificare che non esisteva lo stato di bisogno».

Sfruttamento dei lavoratori e caporalato: arrestato un imprenditore (Video)



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