Elezione rettore Unimc, McCourt:
«Lavoro, relazioni internazionali
e servizi in sinergia con la città»

INTERVISTA al docente di Letteratura inglese dell'Ateneo maceratese che illustra i contenuti del suo programma elettorale per la scelta del successore di Francesco Adornato. E rivela anche i suoi trascorsi sportivi, dieci anni di rugby a livello agonistico e 50 anni di passione Liverpool
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John Francis McCourt

 

di Luca Patrassi

John Francis McCourt, docente di Letteratura inglese, è candidato alle prossime elezioni per la scelta del nuovo rettore di Unimc. Si vota  al Polo Pantaleoni il 29 giugno alle 9,30 per il sessennio 2022-2028.  Oltre a McCourt è candidata anche Francesca Spigarelli. Nelle prime due votazioni il rettore è eletto a maggioranza assoluta degli aventi diritto. In caso di mancata elezione, si procederà il giorno successivo al ballottaggio fra i due candidati che avranno ottenuto il maggior numero di voti. In caso di parità, si procede a nuove e immediate votazioni sino all’elezione. Hanno diritto al voto 203 professori di ruolo, 83 ricercatori, i 19 rappresentanti degli studenti nel Consiglio degli studenti, 285 tra componenti del personale tecnico-amministrativo bibliotecario e collaboratori esperti linguistici.

Un irlandese alla guida di Unimc. Se fosse eletto, sarebbe il primo straniero rettore a Macerata, forse il primo in Italia. Pensa le sia di aiuto questa situazione?
«In questi giorni, tante persone mi fanno notare un aspetto sul quale non avevo forse mai riflettuto abbastanza (lo dico con ironia), e cioè il fatto che sarei uno “straniero”. Ritengo che essere il primo rettore “straniero” non sia di per sé una garanzia di successo, così come essere un rettore donna non è una garanzia di successo. Lasciando da parte gli automatismi linguistici, la mia storia parte di certo da una esperienza internazionale. Ho iniziato e poi proseguito tutta la mia carriera accademica in Italia ma sempre interagendo con università internazionali. Oggi parto per il Trinity College Dublin per partecipare come Presidente dell’International James Joyce Foundation al convegno sul centenario dell’Ulisse di Joyce con altri 500 partecipanti di tutto il mondo. È mia convinzione che la cosa più importante sono le capacità di una persona, ciò che è, la sua storia personale e accademica, la visione che ha dell’Università. Si parla molto oggi di internazionalizzazione come strategia di sviluppo degli Atenei: questo comporta la capacità di saper parlare a mondi con culture differenti, di aprire orizzonti, creare ponti. Se la parola “straniero” connota queste caratteristiche, allora sono molto onorato di essere uno “straniero” alla guida di Unimc. L’Università ha una grande responsabilità quando dimostra di saper uscire dalle “etichette”».

Nel programma che ha presentato indica l’obiettivo di rendere migliore il luogo in cui opera. Come?
«L’Università per me è un microcosmo sempre in evoluzione, una comunità che ha bisogno di cura. Per primo, la cura dei luoghi: dopo il terremoto che ci ha colpiti togliendoci la disponibilità delle nostre sedi più rappresentative, ora abbiamo una grande occasione: possiamo ricostruire i nostri spazi, seguendo la strada dell’eco-sostenibilità ma anche ripensando la fisionomia spaziale della nostra comunità. L’Università-comunità che ho in mente è quella che nel mio programma ho chiamato Università “a tempo lungo”. Nella mia visione, l’Università non è un luogo da frequentare semplicemente per le lezioni e gli esami. È un luogo in cui si deve certo studiare, ma anche socializzare, costruire una vita. L’Università vissuta a tempo pieno può mettere in azione energie, anche per l’intera città, ma anche idee nuove; inoltre, darebbe a tutti noi la conferma di lavorare per qualcosa di più grande. Tra le azioni concrete vedo certamente l’ammodernamento dei luoghi di lavoro in termini di comfort e di sicurezza, soprattutto pensando al benessere di coloro che devono abitarli quotidianamente».

Indica anche una serie di situazioni negative, dal calo dei finanziamenti ministeriali ai pochi studenti stranieri passando per il fatto che un sondaggio dice che i laureati di Unimc in gran parte non ripeterebbero il corso concluso. Con quali mosse pensa di cambiare la situazione che denuncia?
«Per amore di verità, debbo precisare: non ho indicato situazioni negative, ma evidenziato delle situazioni oggettive e che dobbiamo affrontare nel prossimo sessennio.  Io ritengo che possiamo migliorare questi aspetti coniugando meglio la qualità della ricerca con una didattica eccellente e comunicarlo in maniera più efficace a tutta la nostra Comunità di riferimento. L’emergere delle nostre eccellenze – in molti casi attraverso una semplice mappatura più approfondita delle competenze e l’adozione di idonee azioni di comunicazione – contribuirà ad incrementare la capacità attrattiva, interna e internazionale, della nostra offerta formativa e migliorerà la nostra capacità di reperire fonti di finanziamento. Il rilancio della “ricerca di base”, fondato sulla capacità di mettersi in rete, non deve essere vissuto in contraddizione con la capacità di attrarre fondi di finanziamento. Spingere in maniera spasmodica sulla “ricerca applicata”, che in molti casi è prettamente locale, può apparire vantaggioso, ma soltanto nel breve periodo. Un eccesso di “ricerca applicata” può ridurre la capacità di elaborare teorie evolute, che sono invece quelle che, con molta probabilità, possono avere un riconoscimento scientifico nei tempi lunghi: l’Università deve continuare ad essere il luogo naturale dove immaginare e delineare la società del futuro. I sondaggi degli studenti sono un utile strumento per implementare azioni di miglioramento, permettono di identificare effettive carenze e non devono essere letti come una mera critica non costruttiva. È oggettivamente necessaria un’azione di rinnovamento di una parte dell’offerta didattica, fondata in primo luogo sulle competenze già in possesso dei nostri docenti, senza però rinunciare a una efficace azione di rinnovamento che ci permetta di attingere eventualmente anche a nuove competenze».  

Mccourt_InclusioneLinguistica_FF-4-325x217In campagna elettorale i programmi contengono spesso tutto e il suo contrario, si parla a tutti, ma qualche volta si guarda in casa. Lei è un docente di Studi Umanistici, il peso del suo Dipartimento la condizionerà nelle scelte di Ateneo?
«Il mio programma è l’espressione delle diverse voci dell’Ateneo. È stato un privilegio incontrare e ascoltare i Colleghi e le Colleghe dei diversi Dipartimenti, il personale tecnico amministrativo e bibliotecario, e raccogliere anche le riflessioni di tante studentesse e tanti studenti.  Uno scrigno di eccellenze che, se elevato a sistema, sarà veramente competitivo per le sfide del domani. Molte di queste eccellenze sono sfuggite alle maglie della comunicazione; molte hanno il diritto di essere rappresentate e mostrate al territorio. Se sarò eletto, vorrò essere un Rettore capace di rappresentare e guidare l’intera comunità universitaria. Nessuno escluso».

Precariato e contratti a tempo: ha annunciato di voler stabilizzare alcune figure professionali. Quali e come?
«Anche in questo caso ho voluto mettere a tema un problema. Un problema non solo locale, ma nazionale: quello del precariato. Alcune professionalità per noi indispensabili sono da rivalutare e mettere al centro della nostra riflessione. Nel rispetto della normativa vigente, e nel caso sia necessario, ci faremo portatori di istanze nelle sedi istituzionali: individueremo le figure professionali già in servizio in forma precaria e le valorizzeremo attraverso un ben definito piano temporale di rinnovi fondati sulla certezza. Allo stesso tempo, procederemo ad esperire tutte le vie previste dall’attuale assetto istituzionale, considerando che le risorse necessarie ci sono e ci devono essere in primo luogo per queste figure professionali che sono sì precarie, ma che si trovano posizionate in uffici strategici».

Parliamo di servizi agli studenti, c’è molto da migliorare: dagli alloggi allo sport. Che progetti ha?
«In primo luogo, è necessario ricreare la vita universitaria che è andata dispersa a causa dei recenti eventi catastrofici di cui ancora paghiamo le conseguenze. Abitare l’Università significa vivere la città di Macerata. Questo è un passaggio fondamentale per ricreare l’Università-comunità. Attualmente oltre il 20% degli iscritti al primo anno decide di non iscriversi al secondo. Prevedere nuovi e adeguati spazi abitativi diffusi nella città (destinati a studenti, docenti e personale tecnico amministrativo fuori sede, che si va ad aggiungere alla vasta comunità locale) significa alimentare le opportunità di scambio culturale tra tutti gli attori e rafforzare le relazioni interpersonali. Allo stesso tempo si aiuta a recuperare e rivitalizzare il tessuto sociale ed economico locale che contribuisce in maniera forte a supportare tutte le attività necessarie per ospitare i nostri studenti e le nostre studentesse. Vorrei un’Università che non venga frequentata unicamente per i doveri di studio, di didattica e di ufficio, ma per svolgervi attività anche ricreative, sportive e culturali; insomma, per un pieno benessere della comunità e con una attenzione a tutti e a ciascuno. Non c’è davvero ragione per cui l’Università non possa farsi centro di intrattenimento e produzione culturale, di agonismo sportivo e, certo, non soltanto a beneficio della Comunità Studentesca».

Una cosa che le piace di questo Ateneo?
«Come scrivo nel mio programma, l’Università di Macerata è un gioiello. Un gioiello unico. Sono orgoglioso di appartenere al solo Ateneo italiano a vocazione esclusivamente umanistica. Questa è la nostra identità, la nostra forza, il nostro biglietto da visita. La cultura umanistica, che da oltre settecento anni sa rinnovare il mondo attraverso la bellezza, la profondità e la complessità della ricerca e dell’insegnamento, fa la grandezza di un Ateneo come il nostro».

Cosa, invece, le piace meno?
«Un Ateneo piccolo, come il nostro, dovrebbe essere veloce, agile, flessibile. A volte siamo troppo lenti o statici. Un piccolo Ateneo dovrebbe essere inclusivo e sapere seguire gli studenti e le studentesse da vicino. Dovremmo anche essere più coesi per realizzare le nostre potenzialità». 

Un motivo per votare McCourt?
«Spero che ce ne sia più d’uno. L’università si trova ad un bivio. Un motivo per votare John  McCourt sarà quello di valorizzare il lavoro di una squadra che si mette a disposizione dell’intera comunità, per consolidare le nostre eccellenze nella didattica e nella ricerca, per dare la giusta importanza allo sviluppo della “intellectual culture”».

C’entra poco con Unimc, però l’argomento calcio è sempre di richiamo. Dicono sia un tifoso del Liverpool.
«Non lo posso negare. Da 50 anni seguo il Liverpool. È una grande squadra che ha avuto una serie di grandi allenatori. Il più recente è Klopp. Una persona autentica, onesta, trasparente. Che sa imparare dalle sconfitte e sa gioire nella giusta misura per le vittorie. A dire il vero, però, mi interesso di più al rugby, che ho praticato agonisticamente per 10 anni. Un grande sport di squadra in cui tutti possono e devono collaborare per portare ad un risultato. Comunque, la pratica sportiva fa parte dell’idea del benessere diffuso di cui parlo nel programma. Mi piacerebbe che tutti i miei colleghi e tutte le mie colleghe si concedessero del tempo per staccarsi dal lavoro. La disconnessione è fondamentale per la rigenerazione».

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