Un femminicidio di due secoli fa
che pare una cronaca di oggi

25 NOVEMBRE - Dionisio Prudenzi era gelosissimo della moglie, Giovanna Tronchi, aveva eccessi d'ira ed era violento, tanto che lei decise di tentare di separarsi. Il 16 febbraio 1838 lui uccise la consorte, incinta di 4 mesi, e venne poi processato e giustiziato. Una storia antica che emerge dall'Archivio di Stato di Camerino
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Dipinto di Jakub Schikaneder (1855-1924)

 

di Francesca Marsili

Era al quarto mese di gravidanza Giovanna Tronchi quando fu barbaramente uccisa a soli 23 anni dalla mano criminale di suo marito Dionisio Prudenzi. Fu trovata riversa a terra, in una pozza di sangue, nella sua casa di Borgo San Venanzio, a Camerino, con un coltello conficcato in mezzo alle scapole. Era il 16 febbraio 1838 e il movente di quell’atroce femminicidio fu la gelosia e il rifiuto della fine di un rapporto tormentato.

Oggi, 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, questa storia testimonia quanto profonde sono le radici di questo fenomeno e quanto arcaica l’abitudine maschile al possesso che trasforma un compagno di vita in un aguzzino.

uxoricidio-camerino-1838-2-650x509Oggi come ieri, la matrice della violenza contro le donne può essere rintracciata nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne. Stando ai dati del Secondo Rapporto Eures sul femminicidio, continua ad essere il più frequente: “Generalmente – si rileva nel dossier – è la reazione dell’uomo alla decisione della donna di interrompere o chiudere un legame, più o meno formalizzato, o comunque di non volerlo ricostruire”. La storia di Giovanna Tronchi, uccisa in quel lontano 1838, è conservata nell’Archivio di Stato della sezione di Camerino nel fondo del Tribunale civile e criminale di Camerino all’interno delle carte che raccontano il processo per uxoricidio a carico di suo marito Dionisio Prudenzi che fu condannato a morte e decapitato il 27 ottobre dello stesso anno alle 16 nei pressi dell’abitazione della vittima. La sua testa, per l’efferatezza del crimine, fu esposta per due ore alla pubblica vista nel piazzale della Rocca di Camerino. Era un’artigiana Giovanna, tesseva la seta. Quella sera del 16 febbraio fu trovata cadavere, “bocconi a terra”, con un coltello conficcato tra le scapole nella stanza del piano di sopra della sua casa posta a Borgo San Venanzio di Camerino, precisamente in Contrada dell’Annunziata, accanto al suo filatoio. Erano le 21 quando il Giudice Processante Pescolloni con i professori Vincenzo Civoli, primo chirurgo condotto, e Domenico Simoncini, secondo chirurgo condotto, i più attuali medici legali, si recarono sul luogo del crimine. “Giovanna è di statura bassa, corporatura giusta con capelli neri. E’ vestita con una cappottella di bavella rigata rosso e nero con guarnello color cinerino e calzette turchine alle gambe senza scarpe. In mezzo alle scapole vi è conficcato un coltello e ne esce solo il manico, coltello riconosciuto della fabbrica di Staffolo – si legge nei carteggi redatti all’epoca dal Cancelliere Gio. Battista Coluzzi – accanto al cadavere vi è un altro coltello con manico di osso nero e con la lama rotta di fresco. Sempre a terra si è rinvenuto un paio di tenaglie di ferro insanguinate verso la morsa con capelli attaccati”. Il Giudice Pescolloni si accorse subito che la giovane donna aspettava un bambino e chiese ai due chirurghi condotti se il feto potesse essere salvato e, in tal caso, procedere con un’operazione cesarea. Ma i professori risposero negativamente, era passato troppo tempo. La furia omicida di Dionisio Prudenzi aveva ucciso entrambi. Nella camera al piano inferiore di quella stessa casa, distese sul letto col capo fasciato, c’erano Vincenza e Marianna, rispettivamente madre e sorella della povera Giovanna. La violenza di Dionisi Prudenzi si era scagliata anche contro di loro: con un paio di tenaglie, quelle ritrovate al piano di sopra sulla scena del crimine, l’uomo, aveva cercato di ucciderle colpendole ripetutamente alla testa. Provvidenziale fu l’arrivo del falegname Domenico Monterobbi, accorso dopo aver udito le urla provenire da quella casa di Borgo San Venanzio, il quale, trattenendo Prudenzi fino all’arrivo dei carabinieri, evitò che anche le due donne perissero per la furia dell’uomo. Dionisio Prudenzi fu arrestato e condotto nel carcere di Camerino. E’ proprio dalle testimonianze redatte all’epoca dei fatti che emergono elementi che potrebbero essere sovrapposti, a quasi due secoli di distanza, a quelli che fanno da sfondo alle tante, troppe storie di violenza sulle donne ancora oggi; campanelli d’allarme che non devono essere ignorati o giustificati. “Dopo pochi giorni dal matrimonio, il Dionisio Prudenzi, addimostrò verso Giovanna una gelosia insostenibile sebbene la medesima non si partisse mai dal suo occhio e badasse ai lavori e fosse obbedientissima tanto al marito che a tutti di casa.

uxoricidio-camerino-1838-1-650x498Più volte è stato avvertito a non ingiuriare con termini impropri ed imprecanti la di lui moglie giacchè, per ogni piccola bagattella da nulla, incominciava a maltrattarla percuotendola con schiaffi come quella volta in cui Giovanna si recò a cavare l’acqua dal pozzo del vicino di casa Avocato Antinori e suo marito la picchiò perchè si era fermata a fare due parole con l’uomo. Giovanna soffriva in pace, senza mai proferirgli parola” raccontarono all’epoca le due donne, mamma e sorella della vittima. La gelosia, ancora una volta, allora come oggi, un sentimento vecchio come il mondo con cui troppo spesso si prova a giustificare la matrice di una mattanza a cui si deve porre fine, uno stato d’animo che non pone alibi. Si era rivolta anche al parroco Giovanna, voleva separarsi, e chiese lui di fare istanza all’arcivescovo. La famiglia di Giovanna aveva intimato più volte all’uomo, che viveva in casa loro, di andarsene perchè la sua violenza era divenuta insostenibile. Vedeva compromesso il suo ruolo patriarcale e dominante Prudenzi, dormiva con i coltelli sotto al materasso minacciando sovente la famiglia che avrebbe ucciso tutti. Gelosia, maltrattamenti, minacce e l’ostinazione a non rassegnarsi alla fine di un rapporto, gli stessi elementi che ritroviamo ancora oggi dentro le storie di tutte le donne che subiscono violenza. L’innesco della violenza è spesso dato dal sentimento di minaccia di abbandono che l’uomo avverte quando si rende conto che la “sua” donna vuole lasciarlo.

Nel 2020 le violenze domestiche nella Regione Marche sono aumentate, rispetto al 2019, del 79%. Nella provincia di Macerata, il dato più allarmante dove lo scorso anno si è registrato il più alto numero di donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza. A fornire i dati è il rapporto sulla violenza di genere della Regione Marche del 2020 redatto dall’Agenzia sanitaria regionale degli enti che gestiscono i centri antiviolenza e delle case rifugio. Il documento storico sull’uxoricidio di Camerino è conservato all’Archivio di Stato di Camerino nel fondo degli uffici giudiziari (si ringrazia l’ex archivista della sezione di Camerino, Daniela Casadidio). L’efferato caso di uxoricidio commesso da Dionisio Prudenzi fu al centro di un seminario nel 2020 dal titolo “Camerino 1838, processo e condanna per uxoricidio” commentato dall’avvocato Giuseppe De Rosa.

 

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