I mille gettoni di Giovanni Pagliari
«Al Perugia in B la stagione più bella,
indimenticabili gli anni alla Maceratese»

INTERVISTA al tecnico tolentinate che ieri ha tagliato il prestigioso traguardo sulla panchina della Recanatese e oggi ripercorre la sua carriera: «Ho giocato insieme a veri campioni, quello assoluto per me è Moreno Morbiducci»
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Giovanni Pagliari

 

di Michele Carbonari

Era il 16 ottobre del 1977 quando giocò la prima partita da calciatore, il giorno dopo il suo compleanno, da appena 16enne. Ieri, a distanza di quasi 44 primavere, Giovanni Pagliari ha tagliato il prestigioso traguardo delle mille presenze nel mondo del pallone.

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Giovanni Pagliari ieri ha celebrato le mille presenze con la sua Recanatese vincendo 5 a 2 contro l’Agnonese

Una carriera vissuta sempre ad alti livelli, con le soddisfazioni più grandi vestendo le maglie biancorosse della Maceratese e del Perugia fra gli anni Settanta e Ottanta. Poi le esperienze in panchina, che lo hanno visto sfiorare la Serie B con L’Aquila e toccare con mano la Serie A da vice allenatore di Antonio De Canio all’Udinese. Tanta strada ha percorso il quasi 60enne tecnico di Tolentino, oggi trainer della Recanatese in Serie D.

Mister, come commenta queste mille panchine?

È una bella soddisfazione, non è semplice raggiungere questo traguardo. Io vengo da un calcio antico, in quarant’anni ho visto evolvere questo mondo. La serietà, la professionalità e il lavoro pagano sempre.

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Giovanni Pagliari e Moreno Morbiducci

Quali le stagioni più belle e più difficili?

La stagione più bella l’ho vissuta a Perugia in Serie B, dove ci siamo salvati alla penultima giornata. Il momento più importante è quello in Perugia-Milan del 1983/84, in cui ho realizzato una doppietta. A livello giovanile indimenticabili sono gli anni della Maceratese, con il maestro Tonino Seri e tanti altri amici con cui ancora mi ritrovo. Ricordo con piacere quando con Moreno Morbiducci iniziavamo a sognare di poter giocare a calcio. Tutti i giorni facevo Tolentino-Macerata. Poi a Perugia è iniziata l’avventura. Ci sono stati anche tanti momenti difficili. Da giocatore ho avuto un buon rapporto con tutti. Da allenatore, per via del mio carattere, ho avuto dei contrasti. Sono uno che dice quello che pensa, a volte è un limite grosso e non un pregio. La cosa che mi fa piacere, però, è che queste mille partite le ho vissute sempre per come sono, non mi pento e non ho rimorsi. Se dovessi tornare indietro farei le stesse cose, perché è grazie a ciò che sono arrivato a questo traguardo. Io già penso al domani, torno indietro solo per vedere le cose belle.

Quali i giocatori più forti con cui ha giocato e che ha allenato?

Ho giocato insieme a veri campioni, quello assoluto per me è Moreno Morbiducci. È il quinto fratello, avevamo un feeling incredibile (alla Maceratese furono ribattezzati i gemelli del gol, ndr). Poi ho giocato anche con Ravanelli, Chiesa, Di Livio e altri giocatori veri. Sono contento che hanno fatto carriera e che ci sia stato anche un briciolo del mio aiuto. Da allenatore ho vinto campionati con uomini veri. La soddisfazione più grande l’ho avuta con Lorenzo Del Pinto a L’Aquila: veniva dal Chieti e l’ho visto debuttare in Serie A, con me fece otto gol. A Macerata ricordo Danilo Stefani, era un ragazzino e l’ho fatto giocare, poi è andato alla Fiorentina. Mi fa piacere perché sono rimasto in contatto con loro.

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Giorgio Pagliari, del Tolentino, figlio di Giovanni

A proposito di maceratesi, ce ne sono alcuni che si stanno mettendo in mostra nel professionismo. Quale le sta sorprendendo di più?

Io ho un rapporto continuo con Giacomo Vrioni, che ho visto a Matelica e che ho segnalato a mio fratello. Penso che è un giocatore di grande potenzialità e mi auguro che trovi il modo di poter far vedere le sue qualità.

Quest’anno, con la Recanatese, ha affrontato suo figlio che gioca con il Tolentino. Che rapporto ha con lui?

Ho un rapporto bellissimo con Giorgio. È stato a Bergamo con l’Atalanta. È un giocatore tecnico e bravo. Vedo che a Tolentino gioca spesso, già ha collezionato una ventina di presenze. Farà il suo percorso. Ma una cosa ci accomuna: la grande passione e l’amore per il calcio. Lui è innamorato, mi sembra di vedere me quando ero piccolo.

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Ai tempi dell’Udinese, vice di Antonio De Canio

Chi ha contribuito alla lunga carriera di Giovanni Pagliari?

Io devo ringraziare la mia famiglia. Sono stato fuori tanti anni e se non trovi una compagna, come in questo caso mia moglie, che ti capisce diventa difficile. La famiglia paga le conseguenze di certe esperienze e sacrifici. A Macerata invece tutto nacque dal grande intuito e la grande conoscenza di calcio che aveva Tonino Seri, responsabile del settore giovanile e allenatore degli Allievi, che tra l’altro aveva scovato anche mio fratello. Quindi per la famiglia Pagliari sarà sempre un punto di riferimento: ci ha cambiato la vita.

Come nasce la passione per il calcio?

Io ho vissuto i primi dieci anni della mia vita a Cingoli, ringrazio don Peppe Lippi che mi ha aperto il portone dell’oratorio e trasmesso la sua passione per questo sport. Poi mi sono trasferito a Tolentino e li mi ha allenato il mitico Dante lu fornà, anch’egli con una grande passione per il calcio. Infine, a 14 anni, sono passato alla Maceratese.

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Pagliari insieme ai giocatori della Recanatese

Ricorda la prima partita da giocatori e da allenatore?

Ho fatto il mio debutto in Serie D il 16 ottobre del 1967, ho festeggiato il compleanno il giorno prima. Ho dovuto aspettare perché non si poteva giocare a 15 anni. Era contro il Fidenza, vittoria per 1 a 0 con gol di Di Marco. Un momento che ricordo bene. Da allenatore ho esordito con gli Allievi della Maceratese. Nel 1995, dopo la retrocessioni, sono stato promosso in prima squadra, con i miei fratelli Silvio e Dino: vincemmo il campionato e portammo i biancorossi in Serie C.

Infine un pensiero a Fabrizio Castori per la promozione in Serie A con la Salernitana.

Sono amico con Fabrizio, sono stato uno dei primi a fargli i complimenti. Lo stimo molto. È quello che ha avuto con maggiore merito quello che ha ottenuto in carriera. È partito dal basso senza giocare a calcio. Con la tenacia, voglia e fame è arrivato dov’è oggi. Lo ammiro, non finisce mai di stupire. Lui fa parte degli allenatori della mia generazione, sono troppo innamorati del calcio. Sono veramente felice per lui.

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