«Lavoro da sempre e sono povera
A Pasqua ho mangiato riso confezionato
Non voglio che torni tutto come prima»

CRISI - L'appello di una donna che vive in un comune dell'entroterra maceratese. Non riceve lo stipendio (400 euro) da un mese e mezzo: «Prima arrotondavo con il nero, nelle pulizie o fai così o dormi sotto un ponte. In fila per il pacco alimentare ho incontrato tante persone del mio quartiere. Il problema però è del sistema, io non mi voglio sentire né vittima né in colpa»
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risotto

Il pranzo di Pasqua di Anna

 

di Federica Nardi

«Il mio pranzo di Pasqua è stato un risotto in busta pronto, la cena un minestrone in scatola. Ho 700 euro in banca, 300 euro di affitto e altrettanti di bollette da pagare. Non ricevo lo stipendio da un mese e mezzo. Cerco di tirare avanti. Mi chiedo: ho sbagliato qualcosa? Ma no, io ho sempre lavorato. Il mio stipendio è di 400 euro. È un privilegio? C’è qualcosa che non mi torna. Chiedo: veramente tornare a ciò che c’era di prima è normale? Giustificheremo tutto? Sono domande e non ho le risposte». Anna (nome di fantasia), 44 anni, vive in un comune dell’entroterra maceratese e lavora semi part time nell’ambito delle pulizie. Prima della crisi del coronavirus arrotondava lo stipendio con dei lavori a nero, arrivando a circa novecento, mille euro o qualcosa in più al mese se andava bene. Adesso la crisi morde lei come tanti altri.

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La coda in piazza a Civitanova per richiedere i buoni spesa (foto De Marco)

«Almeno adesso ho il pacco alimentare – racconta Anna –. Così mi tengo i miei quattro spicci e per adesso non pago né affitto né bollette. Ma quando sono andata a ritirarlo mi sentivo in colpa. Non volevo passare davanti alle famiglie, pensavo a chi sta peggio di me. Conosco una ragazza madre, sola con la bambina, che faceva la donna delle pulizie, solo lavori a nero. Come farà adesso? Ho parlato con un operaio a chiamata nei cantieri della ricostruzione, anche lui in fila per il pacco perché non viene più pagato. Sta diventando uno scannamento tra noi poveri, perché chiariamoci: io lavoro da sempre e sono povera. Del mio guadagno, 300 euro se ne vanno con la casa. Eppure qualcuno mi vuole far sentire una privilegiata perché ho uno stipendio. Per me privilegio è quando hai centinaia e centinaia di migliaia di euro nel conto in banca. È come se noi avessimo paura. Se solo si raccontasse veramente che avere 400 euro al mese significa essere poveri, forse riusciremo a fare uno scatto in più».

Il part time, spiega la donna, «non è stata una mia scelta. Era l’unica possibilità di lavorare dopo la crisi del 2008. Prima lavoravo in fabbrica, 8 ore, da interinale, un migliaio di euro. Dopo il 2008 mi hanno licenziata. Ho dovuto occupare casa perché o pagavo l’affitto o morivo di fame. Dopo il 2008 sono stata riassunta per 3-4 mesi galleggiando tra gli ammortizzatori sociali. Nel 2014 c’era solo questo lavoro, o prendevi un semi part time o facevi la disoccupata». E poi i lavori in nero. «Il nero è strutturale al sistema, lo sanno pure i sassi. Nelle pulizie per forza devi avere altri lavori. O il nero o niente, o aspetti. Ma non puoi aspettare sennò vai a vivere sotto i ponti».

Anna cercherà di resistere, aiutata anche da una rete sociale che le si è stretta attorno, «ma non basta – spiega -. È talmente tanta la gente con il sedere a terra che la rete non riesce a sopperire alle esigenze. È una cosa strutturale. L’emergenza ha messo in evidenza tutto questo. Adesso è peggio del 2008, e quando finirà ci saranno le macerie. Le aziende, avendo il mercato bloccato, licenzieranno e metteranno in cassa integrazione. Quando ho fatto la fila per il pacco ho visto tante persone anche del mio quartiere, quelli che hanno i lavori precari e saltuari. Che magari facevano gli stagionali, che non avevano avuto una continuità di lavoro e che stanno a casa per forza. O che hanno un lavoro come il mio che comunque non ti permette di pagare tutto, anche se hai un’entrata fissa. Adesso se hai lavori a nero, sei alla canna del gas. Se hai un lavoro a chiamata, sei alla canna del gas. Tra chi sta alla canna del gas, io sono forse la più privilegiata».

Anna cerca però di non pensare solo alla sua situazione. «È il mercato del lavoro che mostra tutti i suoi limiti precedenti. Non riguarda solo me. Siamo noi venuti dal sud, i migranti, le fasce da sempre povere, i contratti a chiamata, i contrattini…il problema c’era anche prima ma non lo volevamo vedere. Ora parliamone. Fai una fatica enorme. Pensi: non ce la faccio più. Ho lavorato fino a ora…è da attacco di panico. Io però non mi voglio sentire vittima, non ho nessuna colpa. Perché dobbiamo colpevolizzarci per un problema sistemico? Non la voglio far diventare rabbia – conclude Anna -, ma vorrei portare il ragionamento un po’ più in alto».



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