Meraviglioso è tutto qui
Diario della quarantena

DAVOLI A MERENDA - La musica, le videochiamate, le battute al fulmicotone che viaggiano sui cellulari. Siamo il popolo che meglio di ogni altro sa trasformare qualsiasi situazione drammatica in occasione di ironia, sdrammatizzazione attraverso il buonumore. Ma dove sono le rondini e i piccioni?
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di Filippo Davoli 

Il recente disco di Mina e Fossati contiene un brano che si intitola “Meraviglioso è tutto qui”. Dalle prime, pensavo – nella mia “maestrinità” di ritorno – che ci andasse una virgola, dopo l’aggettivo: come se quel “meraviglioso” fosse un’esclamazione, seguita da una spiegazione. Invece no: aveva ragione Fossati, che ha scritto quel testo davvero meraviglioso come del resto l’intera canzone. La meravigliosità è tutta qui.

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Filippo Davoli

Nessun cedimento al più trito nichilismo. La quarantena, a volte, sospinge verso la tristezza, che è demone subdolo e pericoloso, come insegnano i sapienti Padri del deserto – loro sì, e per scelta, alle prese con le più aspre solitudini. Ma già siamo alle soglie della Pasqua, in prossimità del traguardo. Nel precedente corsivo mi auguravo la migliore delle risurrezioni da questo clima surreale che ci ha investiti senza preavviso. Invece, a distanza di un mese esatto, siamo ancora “ar gabbio”, come direbbe la mia amica Sonia.

 

 

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Credo di non aver mai ricevuto tante insufflazioni di geniale ironia come in questo periodo. Il mio cellulare gronda di messaggi, di saluti, di battute al fulmicotone, per dirla in altri termini di “sanissima italianità”. Perché credo abbastanza convintamente che siamo il popolo che meglio di ogni altro sa trasformare qualsiasi situazione drammatica in occasione di ironia, coinvolgimento allegro, sdrammatizzazione attraverso il buonumore. Questo ci fa onore, se possibile ancor di più che la disponibilità ad aver accolto in buon ordine i dettami governativi.

È la nostra intelligenza colta, anche quando dissimulata (anche troppo bene, a volte…) in contesti che lascerebbero intendere l’esatto contrario: ma c’è tutta la tradizione e la cultura della nostra storia, che riemergono in questi lazzi brillanti, in queste battute folgoranti: dalle donne islamiche avvolte nel chador con anche la mascherina che, in una vignetta, esclamano “Ci mancava anche questa!”, al Conte ormai ottantenne imbiancato e rugoso che dagli schermi tv proclama “Vi chiedo un ultimo sacrificio. Ancora qualche giorno in casa…”, è un continuo rilanciarsi di motti, di autolesionismi però divertenti e divertiti, che fanno la nostra cifra di popolo: diceva una battuta in un film in bianchennero, di quelli che ci propinava sotto Natale mamma Rai (e non c’era alternativa se non quella, sempre quella, de “La cittadella” con Alberto Lupo): “Nella pazzia di quelli che sanno prendersi in giro c’è più sapienza di quelli che ostinatamente vogliono sempre prendersi sul serio”. Meraviglioso.

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conte-3-aprile-2050-325x331C’è una serie di ascolti musicali che mi fa compagnia in maniera eccellente, in questi giorni di beata solitudo (che molto spesso è la sola beatitudo, anche se magari in questo tempo, non trattandosi di scelta ma di imposizione, ne farei volentieri a meno…); dal mio Rachmaninov a Mina, da Schumann a Massimo Ranieri (la sua ultima canzone, presentata a Sanremo, è bellissima), da una Mia Martini inedita, ripescata negli archivi di casa Bigazzi (il brano degli anni ’90 si intitola Fammi sentire bella) nuovamente a Chopin, a Brahms. Sono gli anni della mia giovinezza universitaria, vissuta a fianco della mia professoressa Claudia Colombati e del Maestro Kaziemierz Morski, pianista e direttore d’orchestra. Claudia in citta la ricordano molti: organizzavamo i concerti di classica e liederistica alla Filarmonica, per tutta la città; poi, la mattina dopo in aula, gli artisti si sottoponevano al fuoco di fila delle domande degli studenti. Che vivacità, che bella energia si diffondeva! Con quelli della nostra età, quando ci incontriamo, ne parliamo ancora e ci torna il sorriso dei vent’anni. La “bella ingenuità”, per parafrasare il titolo di una mia poesia. Anche quello meraviglioso (non il titolo, o non solo: il periodo, intendevo). Quando finirà questa quarantena, mi piacerebbe presentare a Macerata il triplo cd antologico del Maestro Morski. Lo metta in conto, se mi legge anche lui.

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È arrivata la primavera, ma con stupore – proprio ieri sera – notavo che mancavano le rondini. Sorprendentemente, subito dopo affacciandomi, ne ho intraviste una decina. Che tuttavia stamattina non ci sono di nuovo. Dove sono finite, le rondini, quest’anno? Nella fissità del panorama che mi si apre davanti, dai Sibillini fino al mare, e che da quando stiamo in quarantena sembra una cartolina in 3D in mezzo alla quale a stento si avverte un rumore, un soffio di vita che sia, l’unico rimando di umanità è quello che sale dall’insegna lampeggiante della farmacia di Corso Cairoli.

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Nel 1998 venne a trovarmi un amico genovese che rimase sorpreso dal silenzio che si respirava dalla finestra di casa mia. Lui era frastornato dal traffico della sua città e gli sembrava un miracolo irripetibile, questo dono che avevamo noi. Chissà se anche oggi se ne rallegrerebbe così tanto?

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Anche i piccioni mancano all’appello. Di solito amoreggiano sui coppi, battono le ali in segno di saluto (o così mi piace pensare). Pochi, ormai. Decimati come i letti ospedalieri (mi capita di pensare, anche se è improprio l’accostamento). Ieri, tornando a casa dopo essere stato dal tabaccaio come ogni settimana, uno si sporgeva a guardare giù dal tetto del Teatro “Lauro Rossi”: “siamo in crisi anche noi”, mi ha sussurrato. “Fatti almeno da presso, che da giorni e giorni non so più a chi cagare in testa!”. Meraviglioso anche lui (ma non mi sono avvicinato, ovviamente).

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Filippo Davoli

E così, videochiamando gli amici – o qualche volta sciogliendomi in un pianto irrefrenabile (che col senno di poi mi fa anche ridere, ma ci sta, fa parte della situazione che viviamo) – i giorni si susseguono, tutti diversi uno dall’altro (e questo è ancor più meraviglioso). Pieni di piccole cose, di felici letture e di ancor più felici pigrizie; di preghiera e di malinconia; di speranza di fare Pasqua sul serio e fino in fondo dopo una Quaresima davvero quaresimale; di dolore per chi là fuori si gioca la vita senza risparmio, e di rabbia per chi là fuori la propria vita non la mette in gioco mai; ma siamo tutti un po’ così: perché nel donarsi può celarsi lo stimolo per non pensare, almeno quanto nel preservarsi può celarsi il dolore di chissà quanto non amore.

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Bloccato in casa come tutti, penso a chi – pur chiuso in casa – continua a fuggire da sé stesso. Come se il tempo non se ne andasse inesorabile, anche senza il coronavirus che incombe. Bisognerà prendersi di peso, una buona volta. Risuscitare almeno dalla nostra vigliaccheria. Senza paura di calare le maschere. Perché siamo tutti bloccati in queste nostre case; tutti uguali. Tutti poveri. Tutti soli. Tutti bisognosi di amore.

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Mi affaccio, mentre scrivo, alla finestra. Su questo immenso panorama solatio e solitario. Sì, vieni Pasqua, vieni Luce buona, trionfa Vita. Meraviglioso è tutto qui.



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