Da operatrice a paziente dell’hospice
«Qui tutti lavorano con il cuore»

SAN SEVERINO - Lauretta Gentili è ora in pensione ed è ricoverata nel reparto: «Non può essere smantellato o ridimensionato da una delibera come quella sospesa»
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L’hospice di San Severino

di Monia Orazi

Ogni stanza ha il nome di una pianta, i colori sono tenui, l’atmosfera ovattata, di tanto in tanto spunta qualche infermiera con il carrello delle medicine. Tutto sembra nuovo e curato, accogliente e familiare, ma l’hospice di San Severino non è un reparto come gli altri, qui non si entra per guarire, ma per non soffrire, grazie alla terapia del dolore, per vivere un tempo indefinito, che poi spalanca le porte all’eternità. È un luogo dove ogni attimo acquista un senso speciale, dove il tempo si dilata ed assume la dimensione di un ritorno ai ricordi, che aleggiano inevitabili, mentre in sottofondo la televisione scandisce immagini di un rassicurante quiz tardo pomeridiano. La magnolia pianta sempreverde simbolo di dignità e perseveranza, dà il nome alla stanza dove si trova Lauretta Gentili, quarant’anni trascorsi tra le corsie di ospedale a lavorare per dare aiuto ai malati bisognosi di cure. Un volto conosciuto ed amico il suo per tante persone, arrivata giovane dalla natia Roma, ha messo radici a Camerino, iniziando a lavorare poco più che ventenne ed ha prestato servizio in diversi ospedali, sino alla pensione raggiunta l’anno scorso. Dall’altro lato della corsia, con la tenacia ed il carattere forte che l’ha accompagnata lungo la sua esistenza Lauretta Gentili, dal suo letto d’ospedale vuole ringraziare quei camici bianchi e colorati, che ogni giorno si avvicendano intorno a lei: «Sono seguita da infermieri, operatrici socio sanitarie e personale medico che hanno un grande cuore e tanta umanità. Per fare questo mestiere ci vuole tanta predisposizione ed una grande passione, altrimenti non ci si riesce, io ne so qualcosa – racconta la donna – il dottor Sergio Giorgetti è favoloso, la sera prima di andare via passa in ogni stanza e viene a salutare ciascuno di noi, è sempre presente. Un encomio pubblico a chi lavora qui dentro sento che è doveroso farlo, lo affido a queste parole, perché difficilmente da fuori ci si può rendere conto di come lavora tutto il personale e di tutto quello che fanno, riuscendo a rendere queste stanze accoglienti e serene, solo con il modo speciale che hanno di fare il loro mestiere, mettendoci il cuore. È difficile trovare persone così». Continua la riflessione di Lauretta Gentili: «Le otto operatrici socio sanitarie che hanno perso il lavoro, a fine anno da un giorno all’altro si sono ritrovate senza nulla, in tempi come questi non si può restare senza la certezza di un’occupazione. Erano persone preparate e competenti per stare qui dentro, per lavorare qui ci vuole un’attitudine particolare, non si entra per guarire, per chi ci lavora è tutto più delicato, difficile. Difficile sostituire la loro professionalità, come quella degli altri, in posti come questo si lavora in equipe, da soli non si va da nessuna parte. Quando si arriva a questo punto, il desiderio più grande è non soffrire e le persone fanno la differenza, tra le cose più belle della vita c’è quella di aver incontrato belle persone, ho lavorato con tanti colleghi in gamba e so quanto sia importante tra le corsie ed i letti d’ospedale. Un reparto come questo non va smantellato o ridimensionato, con il rischio che si nasconde dietro la recente determina approvata dall’Asur ed ora sospesa. Un luogo come questo va valorizzato, come le mani di chi ci cura ogni giorno ed io l’ho voluto fare nel mio piccolo con un ringraziamento per tutto quello che hanno fatto e faranno, tramite queste parole». Le parole si stemperano in un sorriso appena accennato, lasciano spazio al racconto privato ed al saluto, un originale augurio al visitatore di portare con sé «un piccolo pezzettino, sarà come se insieme a te uscissi anche io». Scendendo le scale l’ultimo sguardo va ad un pannello che ricorda la donazione dei familiari di un malato, Cesare Montecchiani, che hanno voluto ringraziare chi con tanto amore ha assistito il loro congiunto. Hanno scelto “Inno alla vita”, intense parole di Madre Teresa di Calcutta: «La vita è una sfida, affrontarla…La vita è preziosa, abbine cura. La vita è una lotta, accettala. La vita è la vita, difendila».



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