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Ventuno anni fa moriva ‘Briscoletta’
Fu il primo e più popolare
dei fotoreporter del dopoguerra

ANNIVERSARIO - Il 31 ottobre del 1998 moriva Pietro Baldoni, seppe dare corpo al celebre detto del glottologo francese Roland Barthes: «L’immagine è già un racconto»
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Pietro Baldoni

 

di Maurizio Verdenelli

Per Macerata (si è detto) l’inizio della sua progressiva perdita d’identità più verace fu, all’alba di 21 anni fa, la morte violenta di ‘Briscoletta’, travolto ed ucciso da un’auto di grossa cilindrata a Villa Potenza. Pietro Baldoni, questo il suo vero nome (guai a chiamarlo, seppure con intenti cortesi, ‘signor Briscoletta’: ti avrebbe corretto severo: «Sono Baldoni del ‘Messaggero’») è stato nel dopoguerra, il primo, della sua generazione, dei fotoreporter di Macerata. Una ‘stirpe’ di titani che sapeva coniugare il celebre detto del glottologo francese Roland Barthes: “L’immagine è già un racconto”. Il capostipite era stato Carlo Balelli, il corrispondente della Grande Guerra dal fronte delle Alpi come testimoniato dalla bellissima mostra itinerante in Italia (ora a all’Abbadia di Fiastra) e dalle immagini che documentano in tutti gli aspetti il territorio marchigiano. La nascente civiltà industriale, la declinante millenaria civiltà agricola, il mare, la montagna, i borghi, i capoluoghi, le città, i volti bellissimi dei giovani e quelli pensosi dei vecchi. Carlo, a differenza del padre Alfonso -ha ricordato la figlia Emanuela presentando ora gli eventi del decennale del Centro Studi Balelli- fu sopratutto un fotografo, grande, attratto dalla strada, dall’Ambiente, dall’Arte, allora fiorente grazie al Futurismo e dalla gente che non attendeva nel suo rinomatissimo studio.

Briscoletta e “Carlo Mattu”

Pietro, reporter prima de ‘Carlino’ poi per decenni del ‘Messaggero’ (apprezzava il giornale romano perché apprezzato dal padre Mario, il primo ‘Briscoletta’ con studio in borgo Cairoli) aveva portato quel mestiere su nuovi fronti come il giornalismo post guerra imponeva. Tantissimi i suoi ‘colpi’, tra i quali in esclusiva la foto del piccolo Isidori. Lui era Il Messaggero. Non c’era bisogno di leggere l’articolo, l’avevi già ‘assorbito’ con gli occhi per il tramite di ‘Briscoletta’. Amava la propria città, Pietro, quando negli ultimi anni con il fedelissimo cane Brio ‘ispezionava’ nocturne die, strade e piazze come il mitico Otello Perugini (il ‘sindaco delle fontane’). Ed inevitabilmente s’arrabbiava per la scritta sui muri o il ciuffo d’erba non tagliato dagli operai del Comune, sul ciglio della strada o sulle antiche mura. Amava Macerata, Briscoletta, anche nei suoi cittadini. A ciascuno, praticamente, aveva fatto il ritratto. Inventore ‘ante litteram’, se non del selfie (assolutamente il fotografo che era in lui fuggiva il proprio ritratto), della foto ‘mordi e fuggi’. In tempi lontani aveva acquistato una piccola ‘macchina’, maneggevole, portata a mò di pistola legata ai pantaloni. Un incontro, un saluto, un abbraccio, uno ‘sparo’ e via: il suo piccolo, grande atto d’amore era compiuto. Poi, sopravvivendo la camera oscura, stampava la foto che consegnava ‘brevi manu’ al destinatario naturale in un modo che sembrava casuale ma che casuale non era mai. In realtà lui non dimenticava mai di recare con sè un’agenda, piena di stampe. Briscoletta ancora vive nell’immaginario popolare. Non solo attraverso un libro (‘Pietro and friends’ a cura di Libero Paci, Maurizio Lombardi, Cesare Angeletti e di chi scrive, per i tipi della Biemmegraf) ma pure nelle conversazioni e nelle tradizioni.

Con Jimmy Fontana

Di lui, a settembre, alla festa di borgo Cairoli, le Casette, il suo luogo di residenza e dell’anima, ha a lungo parlato ‘Cisirì’, lo stesso Angeletti, che fu il giovane amico della coppia di burloni più famosa della città : Pietro e Cesare il Toscano. Già, le Casette: non era forse lui, Pietro il Grande, ‘l’ultimo Zar delle Casette’ come in modo emozionante scrisse di lui Luciano Magnalbò sul ‘Carlino’, 21 anni fa all’indomani della sua tragica morte? Sì, lo era, il più popolare dei ‘Casettà’, così come lo definì in calce ad una foto comune, Sante Monachesi. La sua arte, le intuizioni, le composizioni di foto e segno artistico, continuando a sopravvivere a così grande distanza in un epoca dominata da Instagram e dall’immagine. Quella di cui fu cultore e laico, sacerdote sia sul piano della ‘foto notizia’ sia su quello più propriamente artistico avendo come sodali gli ultimi Grandi maceratesi: Monachesi («Lui voleva regalarmi un suo grande quadro. Mi disse: vieni a Mentana, nella mia villa a prenderlo. Gli risposi: portamelo tu, Sante, a Macerata: chi ci viene a Roma per un quadro?!»), Pannaggi, Peschi, Tulli e via elencando.

E Pietro sopravvive anche in un hamburger che un ristorante del Corso ha denominato nel suo nome ‘Briscoletta’. Baldoni ‘del Messaggero’ e’ in ottima compagnia, con gli altri hamburger ‘Antò di Minta’ (“Pietro mia” mi diceva Antò “con il suo filo di voce che avrei indovinato all’istante tra migliaia”), ‘don Enea’, ‘Mimì’: gli ultimi che hanno sottolineato con la loro esistenza l’autunno pieno di luce di Macerata granne.

 



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