Sae inadatte per la montagna,
battaglia con gelo e ventilazione
In 31mila ancora lontani da casa

SISMA - Tra i guai delle casette le condutture che ghiacciano e le muffe cresciute all'interno. Il problema maggiore nelle zone del cratere resta lo spopolamento: persi 3mila residenti e c'è un esercito di sfollati che potrebbe decidere di non tornare più
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Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

Il problema più grave nell’area terremotata, e anche quello da affrontare con la massima urgenza, è lo spopolamento. Fin dal 7 novembre del 2016 aveva lanciato l’allarme in Parlamento l’allora sindaco di Ussita, Marco Rinaldi, che aveva detto tra l’altro: «Il più grande pericolo che in questo momento corriamo è quello dello spopolamento definitivo dell’area interessata dai sismi, che, stante la già esigua presenza antropica, diventerebbe desertificata con conseguenze catastrofiche ed irreparabili per l’ambiente non solo dell’entroterra montano, ma dell’intera regione. Chiediamo una risposta non rapida, ma immediata a questa necessità. Dobbiamo riportare quanto prima possibile la gente di montagna nella sua terra e contestualmente dobbiamo far ripartire le attività commerciali e produttive individuando già nei disposti legislativi che il Parlamento di accinge ad approvare misure urgenti di sollievo per quelle attività commerciali e artigianali che hanno subito danni dai sismi».

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Pieve Torina

Purtroppo questo appello è rimasto inascoltato. Infatti sono quasi un migliaio i terremotati che vivono ancora negli alberghi della costa, di cui la maggior parte a Sant’Elpidio a Mare e si tratta per lo più di gente proveniente da Visso, Muccia e Pievebovigliana (attuale Valfornace). Più recentemente un altro appello disperato è stato lanciato dal movimento “Terre in moto” che ha scritto: «C’è il rischio che un Appennino spopolato possa diventare una terrea di conquista, con modelli di sviluppo imposti dall’alto, da parte di enti e fondazioni, privati, che stanno proponendo studi sulle zone terremotate, a cui propongono le loro soluzioni, non sempre idonee ad un territorio come quello montano… Più un territorio diviene debole più diventa appetibile dal punto di vista dei fattori produttivi, che sono il capitale ed il lavoro. Sulle montagne c’è molta terra, che, se spopolata, fa gola a molti». E su questo le cifre parlano chiaro: in due anni nell’entroterra maceratese si sono persi quasi tremila residenti. «Se prima del sisma i paesi montani si spopolavano dello 0,8% ogni anno – ha accertato Nico Bazzoli, ricercatore di sociologia dell’Università di Urbino – dopo il terremoto si è verificata un’accelerazione allarmante del 3%. Una quota di popolazione persa notevolissima». Complessivamente sono 31.675 le persone che vivono da sfollate lontano dalle proprie abitazioni, di cui 935 negli alberghi della costa, 4.115 nelle casette (96 in strutture socio sanitarie) mentre 26.240 hanno preferito l’autonoma sistemazione. E questi ultimi quasi sicuramente sono per la maggior parte lontani dall’area centrale del sisma. Se la ricostruzione non riparte alla grande quanti di questi rientreranno nei paesi d’origine?

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Lavori di demolizione a Pieve Torina

Tra l’altro sul finire del 2018 la Protezione civile ha ventilato una proposta per favorire quanti, trovandosi in autonoma sistemazione, vogliano acquistare una casa o costruirsela. Essi potranno ottenere il finanziamento attraverso contributi forfettari. La proposta sarebbe valida sia nell’area del sisma (ma case agibili ce ne sono poche mentre ricostruire è diventato difficile) che al di fuori. Il che significa dare ulteriori stimoli ad allontanarsi. D’altra parte sul fronte della ricostruzione le cifre più recenti parlano chiaro. In provincia di Macerata ci sono da eliminare 207mila tonnellate di macerie, molte delle quali intasano ancora i centri storici, Complessivamente sono stati ispezionati 89mila edifici; di questi 45.851 risultano inagibili. Sono soltanto 5.410 le domande presentate per la ricostruzione. Ne sono state autorizzate 1.648 (comprese abitazioni con danni lievi e con danni gravi, attività produttive e capannoni). Al primo dicembre risultavano aperti solo 1.172 cantieri. Sono soltanto 969 gli interventi previsti per edifici pubblici. Stando così le cose è evidente che il sindaco di Visso, Giuliano Pazzaglini, prevede giustamente che la piazza principale del paese «non sarà riaperta prima di 15 anni».

Per quanto riguarda le casette (per le quali è indispensabile oggi garantire la corrente elettrica, possibilmente fornendole di gruppi elettrogeni) va detto che trattandosi di Soluzioni abitative di emergenza (appunto Sae) dovevano essere messe a disposizione dei nostri fratelli terremotati in tempi rapidissimi se non rapidi. E invece le ultime debbono ancora arrivare o stanno arrivando soltanto in questi giorni. Ma il terremoto non c’è stato nel 2016? Ed oggi siamo nel 2019! E’ notorio che la costruzione delle casette ha creato danni incalcolabili al patrimonio paesaggistico dell’alto maceratese, sbancamenti, costruzione di muri di contenimento e via di questo passo. Ed invece si è appreso, attraverso “Il fatto quotidiano”, che la devastazione poteva essere ridotta alla metà in quanto le Sae potevano essere sovrapposte l’una all’altra. Nel capitolato tecnico si prevedeva infatti la possibilità di “studi di progetto per configurazioni distributive differenti” rispetto alle casette a schiera. Il testo è chiarissimo: “Nel caso di Sae costituite da due unità abitative sovrapposte, occorrerà prevedere una scala esterna ed un ballatoio per l’accesso al piano superiore”. E’ stata preferita la soluzione più dannosa per il territorio ed infatti l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha assegnato la “maglia nera” per il consumo di suolo al parco nazionale dei Sibillini.

casette-sae-container-regioneAttualmente ad aggravare la situazione di quanti vivono nelle casette ci sono la neve, il gelo e il freddo. Si trova in difficoltà la gente che vive in città dove tutti i servizi funzionano, figuriamoci in che condizioni si trovano delle famiglie con bambini da mandare a scuola e con anziani in casa. Il primo problema è il ghiaccio che congela l’acqua nelle condutture e al mattino non ci si può neppure lavare. Allora si preferisce tenere un rubinetto semiaperto per cui l’acqua scorre e non gela. Ma al mattino allora capita, come a Visso, che non c’è affatto l’acqua perché il serbatoio comunale si è esaurito rimanendo al secco: in parte per colpa di tutti i rubinetti aperti ma soprattutto perché la sorgente, a causa del terremoto, ha una minore portata d’acqua. La soluzione sarebbe la coibentazione di tutte le tubature ma poche famiglie possono permetterselo. Altro problema è l’aver piazzato il boiler sui tetti. Qualcuno riesce ad isolarlo utilizzando soltanto la caldaia. Ma non tutte le Sae hanno la valvola che permette di escludere il boiler. A Muccia è stato visto qualcuno far ripartire la propria caldaia al mattino riscaldandola con una stufetta da fuori. E questo conferma per l’ennesima volta che le casette erano adatte per il mare e non per la montagna. Come avevano sostenuto i nostri montanari appena le hanno viste.

Ma non si era detto, dai tecnici, che erano adatte per tutti gli ambienti: in pianura, in montagna e forse anche sulla luna (al prossimo sbarco dell’uomo)? Non era vero! Come conferma il fatto che finalmente si è capito che i pannelli erano stati “mangiati” dalla muffa non per essere rimasti esposti alla pioggia bensì a causa della scarsa ventilazione dell’intercapedine posta al di sotto di ciascuna Sae. Infatti la condensa sottostante risale attraverso la struttura metallica e va ad intaccare il compensato che funge da pavimento. Così ora si dovrà procedere ad una ventilazione forzata che asciugherà la condensa appena si forma. Questa soluzione sarà adottata nelle 164 casette del Consorzio nazionale dei servizi (Cns).

casetta-pavimento-bagnoSuccessivamente si procederà al controllo delle 1.913 casette fornite dal Cns. Fino ad oggi si sono riscontrate problematiche nel 54,6% dei casi. Ma queste casette – si domanda il terremotato di turno – prima di acquistarle non erano state mai collaudate? Nessuno si era reso conto di questi problemi? Nessuno ha sollevato il problema che non erano adatte per la montagna dove la temperatura scende ad oltre -10°? E poi il pavimento è fatto con il compensato. Non si trovano più le tavole di legno? Non ci si rende conto che tutto questo “costringe” i terremotati a dire “Basta, andiamocene!” Ma forse è proprio questo che si vuole! Qualche mese fa questo potevamo dirlo per scaramanzia. Ma oggi questa convinzione, in noi ma soprattutto in tanti nostri fratelli terremotati, si sta trasformando in certezza. Lasciamo perdere le casette e guardiamo le strade. Cosa ci dice il presidente della Provincia, Antonio Pettinari? «Ci sono strade ancora totalmente o parzialmente chiuse. Basti pensare a quelle in montagna. Ci sono ritardi anche negli appalti e questo è pazzesco. Le strade, insieme alle scuole, sono i servizi essenziali per un territorio. E, a proposito dei servizi, vanno migliorati, oltre a quelli scolastici, anche quelli sanitari e quelli relativi alla mobilità».

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