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Terremotati, una vita di sacrifici:
provateci voi a resistere

DALL'OTTOBRE 2016 si è abbattuto contro di loro un flagello di inconvenienti, disservizi, traslochi ripetuti, casette allagate, stalle provvisorie portate via dal vento, fogne che non funzionano, bollette del gas che non dovevano arrivare. Se si vuole spopolare la montagna la strada è segnata ma dobbiamo opporci a ogni costo a questa prospettiva
sabato 22 Dicembre 2018 - Ore 11:12 - caricamento letture
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I lavori in una delle sae ammuffite di Muccia

 

Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

A distanza di oltre due anni dal terribile terremoto del 2016 è tempo di fermarsi un attimo per riflettere, a mente fredda, e passare in rassegna tutti gli eventi e le “calamità” che si sono abbattute addosso ai terremotati e alle loro famiglie. Partiamo dal concetto che tutti loro sono nostri fratelli e hanno avuto la sventura di aver visto la loro vita, le loro case e i loro paesi sconvolti da un fenomeno della natura. Sono stati sfortunati ma non certo “condannati ad espiare una pena”. Eppure per essi la vita è diventata una sofferenza continua e quasi quasi si sentono “perseguitati”. E vediamo perché.

 

La partenza da Visso dopo le scosse di ottobre

A seguito delle scosse telluriche dell’ottobre 2016 quella popolazione è stata immediatamente deportata lungo la costa sistemandola negli alberghi e nei villaggi turistici non solo delle Marche ma anche in Abruzzo, in località molto distanti dai luoghi di residenza. Ben sapendo che tra la primavera e l’estate del 2017 avrebbero dovuto essere sloggiate in quanto quelle attrezzature ricettive dovevano essere riservate ai villeggianti, per non far perdere ai proprietari la clientela abituale e i loro legittimi guadagni. Quindi a giugno è iniziato il massiccio trasferimento di intere famiglie da una località all’altra con enorme disagio e tante incongruenze. Infatti mentre nella prima deportazione almeno si era cercato di mantenere uniti i nuclei familiari e persino le persone provenienti dallo stesso paese, in questo secondo “trasloco” è successo che spesso sono state divise le famiglie dei genitori da quelle dei figli (o delle figlie). Facendo così venir meno anche il reciproco conforto.

Lavori in corso a Muccia per le casette nell’ottobre del 2017

Tutto questo con la promessa che presto sarebbero state messe a loro disposizione le Sae, cioè le “casette” che la Protezione civile aveva acquistato (proprio per le future emergenze) fin dal 2015. E invece, vuoi perché non si trovava l’area adatta, vuoi perché i lavori per costruire il basamento su cui installare queste “casette” andavano un po’ per le lunghe, le Sae sono state realizzate con enorme ritardo. Dire “un po’” è certamente eufemistico perché le ultime sono state consegnate quasi a fine 2018. 

Nel frattempo cosa è successo? E’ successo che chi aveva interessi da tutelare nel loro paese d’origine hanno dovuto fare avanti e dietro tutti i giorni, dalla costa all’entroterra, con il disagio che tutti possiamo immaginare. Infatti spesso si trattava di percorrere cento chilometri al mattino e cento la sera per il rientro. Alcuni hanno allora deciso di costruirsi un alloggio provvisorio sul proprio terreno, e a proprie spese, presso la vecchia casa ridotta a rudere. Non l’avessero mai fatto. Contro di loro si è scatenata una guerra indescrivibile. Non solo avevano realizzato senza licenza quello che era semplicemente un ricovero di emergenza ma avevano anche deturpato il paesaggio.

Una stalla provvisoria distrutta dalle intemperie

La stessa guerra, anche più feroce, si è scatenata contro gli allevatori che per salvare il loro bestiame dalle intemperie dell’inverno, cioè la neve e i lupi, avevano realizzato delle capanne con mezzi di fortuna. Quando Dio ha voluto sono arrivate anche le capanne provvisorie messe a disposizione dalla Regione. Non erano adatte né funzionali anche perché in alcune mancavano pure gli allacci per l’acqua. Tuttavia era meglio di niente. Senonchè, come capita spesso in montagna (e i pastori l’avevano detto), è stata sufficiente una tempesta di vento per spazzarne via alcune decine. A conferma che non era quella la soluzione migliore. Il risultato è stato che gli allevatori hanno lamentato la morte di non pochi capi di bestiame.

 

Pavimenti marce in una sae di Muccia

Nel frattempo cominciavano a sorgere le prime casette, che, dicono, costino come un appartamento in città. Ci si è resi subito conto che nessuno aveva badato al paesaggio. Infatti vaste aree del nostro territorio montano sono risultate sconvolte. Mentre erano in corso i lavori è bastato un sopralluogo della Cgil per rendersi conto che alcuni operai addetti ai vari cantieri non erano in regola. Per lo più si trattava di immigrati che non figuravano in alcun elenco e di cui la Cassa edile non sapeva nulla. Non solo ma anche il vitto per essi era scarso e dormivano in alloggi di emergenza. In pratica erano lavoratori in nero. La Procura ha aperto anche un’inchiesta e a questo punto la loro situazione è stata sanata.
Questo fatto ha messo in evidenza che non si trattava di personale qualificato, ma di gente pronta a fare tutto ma forse inesperta nel montare le casette. E’ così successo che alcuni pannelli delle Sae sono risultati impregnati d’acqua e quindi non dovevano essere montati. La conseguenza è stata che, a distanza di pochi mesi dalla consegna delle casette ai terremotati, tali costruzioni hanno cominciato a rivelare tutti i loro difetti. Infatti l’umidità pervadeva tutti gli ambienti, dagli spigoli cominciavano a spuntare i funghi mentre i vermi si moltiplicavano e in alcuni casi anche i topolini andavano ad esplorare se c’era qualche ripostiglio in cui sistemare il loro alloggio. Ma pare se ne diano andati alla svelta per trovare di meglio altrove. Fortunatamente la Protezione civile e le ditte costruttrici delle casette sono intervenute per sostituire i pannelli delle Sae e rendere abitabili le casette. Ma per procedere a questi lavori di sistemazione e riparare i danni maggiori, i terremotati che abitavano in quegli alloggi hanno dovuto trasferirsi portando via tutti i mobili. Purtroppo il disagio non è stato soltanto il nuovo trasferimento (per alcuni l’ennesimo) ma anche l’aggravio di dover sostenere le spese per il trasloco.

Alcune porte macchiate dall’umidità a Pieve Torina

Ma non è finita qui. Infatti l’ultimo inconveniente è stato segnalato prima a Visso e poi a Pieve Torina. In alcune casette anche le porte di casa hanno cominciato a mostrare macchie di umidità e a perdere acqua sul pavimento. Il fenomeno era dovuto alla condensa provocato dalla differenza di temperatura tra l’interno dell’abitazione e l’esterno. Per evitare ciò – sostiene Arcale – bisogna far funzionare il sistema elettrico di areazione e inoltre ci sono due prese d’aria che non vanno mai chiuse. Può essere invece successo che qualcuno le ha chiuse appoggiandoci dei mobili. Comunque sia quelle porte sono da sostituire, altrimenti con l’abbassarsi della temperatura esterna esse potrebbero diventare dei blocchi di ghiaccio.

Come se tutto ciò non bastasse nei primi giorni di dicembre la società che gestisce l’erogazione del gas ha tagliato la fornitura a quattro famiglie di terremotati che risiedono nelle Soluzioni abitative di emergenza in zona Le Cortine a Camerino. Famiglie che sono rimaste senza poter cucinare né avere l’acqua calda per oltre 24 ore. E ciò è avvenuto senza alcun preavviso. Cosa era capitato? Era successo che la Società che eroga il gas, dimenticando che si trattava di utenti terremotati (per cui erano esentati da ogni pagamento), fin da agosto aveva spedito a varie famiglie le bollette per il gas con cifre elevatissime. Alcune persone hanno pagato, anche se solo in parte, quelle bollette. Altre non hanno versato nulla. Mentre altre ancora hanno protestato energicamente. La Società si è resa conto dell’errore e ha comunicato ufficialmente “il proprio dispiacere per l’accaduto”. Ci si era finalmente resi conto che per quelle famiglie, che hanno perso tutto nel terremoto, ricevere un avviso di pagamento (per qualcuno anche di 200 euro) provoca inevitabilmente un dramma. Tanto più che nelle bollette figuravano “costosi oneri accessori come l’imposta di bollo, il deposito cauzionale, spese tecniche di posa ed attuazione e spese per il controllo documentale”.

I terremotati intervengono sulle fogne a San Cassiano

E’ stato questo l’ultimo “inconveniente” che rende sempre più invivibile la vita dei terremotati? Assolutamente no. L’ultimo è capitato nelle casette di San Cassiano a Sarnano. Qui alcune famiglie, fin dalle prime settimane dopo l’insediamento, hanno avvertito degli odori nauseabondi provenire dalle fogne. Lo scarico dei condizionatori infatti era collegato male per cui “giorno e notte la puzza di fogna arrivava in camera da letto e in cucina”. Risolto questo problema ne è sorto un altro costituito dal fatto che gli scarichi fognari di tutte le casette finivano in un fosso di un terreno vicino provocando un odore terribile. Per fortuna è stata montata una pompa che favorisce il deflusso delle acque nere verso la fognatura principale. Si è scoperto poi che in una fila di casette i cattivi odori venivano dai tombini per il fatto che l’acqua defluiva ma la carta igienica no e questa tappava tutto. Due terremotati si sono assunti il compito, saltuariamente, di aprire il tombino, rimuovere l’intasamento e far funzionare gli scarichi. Se la situazione non si sblocca allora si prendono dei secchi d’acqua e li si rovescia dentro. Ma quando arriverà la neve come faranno a fare questo lavoro? Si spera che il problema venga risolto in tempo utile.

Nella zona rossa di Camerino

A Pieve Torina mercoledì scorso è andato in pensione il medico. Lo sostituirà quello che fa servizio a Visso e Ussita, ma la nomina, se non si trova una diversa soluzione, potrà avvenire soltanto a primavera 2019. E il sindaco di Ussita ha colto l’occasione per chiedere giustamente che alla popolazione siano assicurati almeno “i bisogni primari” come un medico che non sia presente solo qualche ora a settimana, un bancomat (che a Ussita e Castelsantangelo non c’è) e una farmacia aperta non solo ad orario limitato. E’ evidente che non si può andare avanti di questo passo. Non è una vita normale quella di tante famiglie terremotate. Sono sempre sotto l’incubo di qualcosa di brutto che possa capitare loro. Già il futuro non lo vedono roseo. «La ricostruzione è partita – ci dicono ufficialmente – ma intanto le nostre cittadine sono ancora piene di macerie. Quando le porteranno via?» E’ questa l’accorata considerazione di molti dei terremotati. Ci si vanta che sono state portate via tutte le macerie degli edifici pubblici. Ma le macerie degli edifici privati perché debbono rimanere ancora ad intasare le strade?
«A Camerino – ci dice un camerte purosangue – stanno andando avanti i lavori per la messa in sicurezza degli edifici pericolanti. Ma si procede troppo lentamente. Ci si dice che solo per la messa in sicurezza di tutto il centro storico ci vorranno 4 o 5 anni. E la zona rossa blocca tutto il centro storico. E questo avviene anche in altri centri terremotati».

Mettiamoci per un attimo nei panni dei terremotati. Se la vita è così “tribolata” e il futuro non è roseo che ci stanno a fare in montagna? Perché debbono resistere a questo flagello di “inconvenienti” e di “privazioni”? La risposta a tali quesiti elementari potrebbe essere una sola: è meglio andarsene. Se è proprio questo che si vuole “colà dove si puote”, noi tutti dobbiamo cercare di evitarlo, con tutti i mezzi!



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