«Crisi delle piccole imprese,
servono scelte politiche efficaci»

ECONOMIA - Dal crollo del manifatturiero alle delocalizzazioni, i dati provinciali di Confartigianato degli ultimi 10 anni nella lettura del segretario provinciale Giorgio Menichelli: «Scomparse 1.144 imprese (saldo tra iscritte e cancellate), stiamo assistendo ad un profondo cambiamento all’interno dei singoli settori che sta trasformando il nostro tessuto imprenditoriale»
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Giorgio Menichelli, segretario provinciale Confartigianato Imprese Macerata

 

«Se nel 2004 il numero dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, professionisti e partite Iva) a livello nazionale era di circa 6,2 milioni, nel 2017, dopo la crisi economica e finanziaria, si attesta a quota 5,4 milioni. Un esercito di piccole imprese – circa 800mila partite Iva – è stato quindi spazzato via. I dati provinciali degli ultimi 10 anni ci danno almeno due informazioni, ovvero che la crisi impatta violentemente sulla nostra economia provinciale con la scomparsa di 1.144 imprese (saldo tra iscritte e cancellate) e che stiamo assistendo ad un profondo cambiamento all’interno dei singoli settori che sta trasformando il nostro tessuto imprenditoriale». E’ questo il commento di Giorgio Menichelli, segretario provinciale Confartigianato Imprese Macerata, in merito ai dati sulle piccole imprese.

«Si ridimensiona profondamente il manifatturiero (-1.279 imprese) ed il settore edile (-577 imprese) che sembra comunque essere ripartito dal 2017 grazie alle attività post-sisma; crescono in modo impressionante gli “altri settori” (+ 1.758 imprese) ed il settore Alberghi e ristoranti (+495 imprese). Tale risultato non deriva soltanto dalla crisi economica che stiamo attraversando, ma è evidente a tutti che stiamo vivendo una periodo storico condizionato dalla globalizzazione e da alcune nefaste conseguenze che ne derivano, come ad esempio la concentrazione della ricchezza e quindi del potere economico e contrattuale in mano a pochi che va ad aumentare l’ampiezza delle disuguaglianze e disparità di opportunità – dice Menichelli –  Tali disuguaglianze, a danno della piccola impresa, si traducono poi in evidenti ostacoli alla partecipazione e al protagonismo nei mercati, all’accesso al credito e ai fondi pubblici per gli investimenti, spesso messi a disposizione con criteri dimensionali o con la previsione di importi minimi all’accesso. Tutto ciò non può durare. Specialmente perché l’economia del nostro Paese e della nostra provincia, si regge prevalentemente sulle micro e piccole imprese – sottolinea il segretario provinciale –  Il mercato, essendo luogo di incontri e di scambi, se funziona correttamente, può costituire un’occasione di mutuo vantaggio attraverso il quale realizzare qualcosa a beneficio di tutta la comunità. La delocalizzazione di gran parte della nostra manifattura e la conseguente individuazione della Cina, e non solo, come fabbrica del mondo, ha impattato in particolar modo sulle economie fortemente manifatturiere come la nostra.

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Stiamo poi subendo le conseguenze di inefficaci scelte politiche in tema di riforme e sulla mancata individuazione di una politica industriale Nazionale, mai delineata nel lungo periodo – evidenzia Menichelli – Far ripartire il Paese in queste condizioni sarà decisamente complicato. Non dimentichiamo poi gli effetti della digitalizzazione che ha avviato processi di disintermediazione e di concentrazione del potere nel campo delle vendite on-line (che si aggiunge agli effetti della Gdo, outlet, ecc.), che ha impattato sulle attività tradizionali del commercio al dettaglio e all’ingrosso, la burocrazia che pesa sulla piccola impresa come un macigno e dalla quale non riesce a divincolarsi, i livelli di tassazione diretta ed indiretta. Se aggiungiamo inoltre che la gran parte del sistema bancario ha sempre meno interesse a finanziare la piccola impresa, specie per importi di valore limitato, ecco che la stessa si trova messa in un angolo da cui non riesce a uscire. Il piccolo imprenditore sta perdendo quella proiezione verso il futuro che era la sua arma migliore, sentendosi ora fuori contesto, stordito dallo sfavorevole cambiamento in atto che non riesce a comprendere e a gestire – conclude Menichelli – Il lavoro autonomo fino a dieci anni fa rappresentava uno dei più importanti ascensori sociali che elevava intere generazioni a ceto medio, ovvero la classe sociale che rappresenta l’indice di benessere di un Paese, purtroppo ormai in continua disgregazione.  In conclusione, qualsiasi scelta che va a favore della piccola impresa, come ad esempio l’accesso al credito, la semplificazione burocratica, la minore tassazione, la facilità di accesso ai fondi pubblici, ecc., sarà una scelta a favore del benessere, capace di restituire fiducia agli attuali imprenditori e porre le basi per avviare quella trasformazione della nostra società, dalla mentalità del posto fisso a quella dell’intraprendenza, riconsegnando valore sociale ed economico allo status di imprenditore».



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