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Sferisterio, chiusura leggendaria:
Atom Heart Mother dei Pink Floyd
è sold out e standing ovation (Foto)

MACERATA - La cover band romana ha riproposto con estrema fedeltà i successi della band inglese tra cui l'epico brano di prog sinfonico che ha segnato in maniera indelebile la storia della musica. Oltre due ore di concerto per un pubblico in visibilio. L'evento è arrivato al termine della stagione dei record
sabato 8 settembre 2018 - Ore 10:54 - caricamento letture
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Il palco dello Sferisterio per Pink Floyd Legend

 

Fabio Castaldi al basso e voce

di Marco Ribechi

(foto di Fabio Falcioni)

Una mucca ritorna allo Sferisterio e chiude la stagione dei record. E’ quella della copertina di Atom Heart Mother, il disco epocale dei Pink Floyd che a distanza di quasi 50 anni continua a sorprendere per la genialità compositiva e l’audacia musicale. In un’epoca dominata dai talent show e dalla musica usa e getta appare sorprendente anche solo immaginare come quattro ragazzi poco più che venticinquenni, invece che cavalcare l’onda di un successo facile e a portata di mano come fecero altre band, possano aver deciso di imbarcarsi nell’avventura di esplorare i limiti della psichedelia e dello space rock creando un’opera di progressive sinfonico con cui hanno per sempre cambiato la storia della musica. Ieri, nell’arena maceratese completamente esaurita, con un pubblico proveniente per l’occasione anche da fuori regione, la band romana dei Pink Floyd Legend ha saputo ricostruire la magia dei 23 e rotti minuti del brano strumentale offrendo ai presenti l’emozione di assistere a qualcosa di molto raro per uno show dal vivo.

Lo Sferisterio

Si può aggiungere qualcosa a un concerto dei Pink Floyd? La risposta è ovviamente negativa. Però è possibile regalare le emozioni di qualcosa di mai visto e sensazionale, realizzabile solo con grande tecnica, abilità e professionalità. I Pink Floyd Legend sono tutto questo con uno spettacolo estremamente curato sia nell’aspetto musicale che scenografico. Quando infatti si va a toccare la produzione dei mostri sacri il pericolo di fallire il confronto è sempre dietro l’angolo. La cover band invece è riuscita a riproporre uno spaccato del gruppo inglese fedele in tutto e per tutto all’originale, luci e filmati inclusi con tanto di maiale rosa volante (rimasto però bloccato) tratto dal disco Animals e il gigantesco professore marionetta di The wall. Lo spettacolo però si apre con un tributo doveroso all’uomo che ha segnato per sempre il modo di suonare delle successive generazioni, spostando di colpo gli orizzonti musicali verso limiti lisergici distanti e quasi inimmaginabili. E’ il diamante pazzo Syd Barrett a cui è dedicata Shine on you crazy diamond primo pezzo della serata accompagnato da effetti luminosi che ricordano lo scintillio di una pietra preziosa trafitta da un raggio di luce. Segue Learning to fly e una session dell’album The Dark Side of the moon, ancora oggi uno dei dischi che ha venduto più copie nella discografia mondiale. Spazio quindi a Time, The great Gig in the sky (che da prova dell’abilità delle tre splendide coriste) e Money.

Un momento del concerto

Da The wall invece la struggente Mother che introduce il pezzo che anche i mattoni biondi dello Sferisterio sanno cantare: Wish you were here. Finalmente, dopo aver esplorato la produzione più universalmente conosciuta dei Pink Floyd, si fa un salto nel passato con il trionfo della psichedelia di One of these days da Meddle e Pigs di Animals. La prima parte del concerto si chiude con le immagini dei politici dell’attualità italiana, Salvini, Di Maio, Meloni, Grillo, Berlusconi, Renzi che prendono fuoco sulle note di Brain Damage e Eclipse. La ripresa è letteralmente esplosiva con effetti pirotecnici che accendono il palco sul brano In the Flash, seguito da Another brick in the wall cantato da un numerosissimo coro di bambini vestiti di bianco. The final cut è l’ultimo brano prima di entrare nel clou del concerto, la parte che quasi nessuna band può suonare dal vivo. C’è tempo per l’entusiasmante Summer ’68 tratta dallo stesso album della famosa mucca che traccia le linee di ciò che sta per arrivare.

Il sassofono in Shine on you crazy diamond

E’ evidentemente il momento che tutti i fan accaniti aspettavano (mentre quelli da radio decidono di salutare l’arena perchè già soddisfatti di aver ascoltato ciò che già conoscevano): si scalda l’orchestra, partono le corali e per 23 minuti abbondanti Atom Earth Mother attracca nell’atmosfera di Macerata. Come tre anni fa (leggi l’articolo) il pubblico ammutolisce e ascolta qualcosa che, nonostante cinque decenni di storia, per molti suona ancora indigesto. Esecuzione perfetta nei minimi dettagli che porta a una standing ovation quasi obbligatoria. Il concerto si potrebbe anche chiudere qui ma sarebbe un peccato sprecare l’occasione di sfruttare la presenza dell’orchestra, del maestro e del coro. Si ritorna quindi a The wall per il gran finale con Nobody home, Vera e Bring the boys back home che, nella stessa successione del disco originale, aprono al pezzo di chitarra più famoso e forse più bello dell’intera produzione pinkfloydiana, Comfortably Numb.

L’arena sold out

Un viaggio epico di circa due ore nella produzione di una band divenuta quasi mitologica data la capacità di creare nuovi generi senza mai restare intrappolata in nessuno di loro. A voler cercare il pelo nell’uovo però la scaletta della serata è forse apparsa un po’ sbilanciata verso i brani dall’applauso facile con la preponderanza di pezzi scelti tra The dark side of the moon e The wall. Brani eccellenti, non c’è alcun dubbio, che però hanno impedito l’esecuzione di classici come Echoes, Set the control for the heart of the sun, Astronomy Domine, Interstellar Overdrive.  Se trovano spazio The final cut e A momentary lapse of reason allora perchè non includere anche High Hopes di The division bell? Ovvio, la produzione da cui attingere è immensa e sempre resterà fuori qualcosa di fondamentale, però se si sceglie di portare in scena Atom Heart Mother allora forse si potrebbe anche lisciare meno il pelo al pubblico e proporre un viaggio sonoro totale senza dimenticare che nel 1969, mentre i Beatles erano in studio per registrare Abbey Road e Here comes the sun, nella porta accanto i Pink Floyd incidevano Ummagamma che nonostante l’estrema sperimentazione li portò per la prima volta nella top 100 degli Stati Uniti. La leggenda dei Pink Floyd è soprattutto questa.

 

 



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