Lu vaciu, ovvero il baco da seta

LA DOMENICA con Mario Monachesi
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Mario Monachesi

di Mario Monachesi

Il baco da seta o bombyx mori è una specie di farfalla della famiglia bombycidae, originaria dell’Asia centro-orientale. Esso si nutre esclusivamente di foglie di gelso, che mangia di continuo, giorno e notte e impiega 3/4 giorni per preparare il bozzolo. La scoperta dell’utilità di questo insetto si deve a un’antica imperatrice cinese, del XXVIII secolo a. C., di nome Xi Ling-Shi. Passeggiando notò che questo animaletto le stava avvolgendo intorno al dito un filo di bava che poi asciugandosi si trasformò in seta. Successivamente i saraceni introdussero la bachicoltura in Europa e da qui prima arrivò in Sicilia, poi nel resto dell’Italia. Quindi anche nelle nostre Marche divenne ben presto un modo per guadagnare una discreta somma di denaro. Nel maceratese le donne impegnavano questi ricavi per l’acquisto di stoffe o per il corredo delle figlie. Divenne negli anni un’attività così redditizia che chi non aveva i locali adatti s’impegnava in ogni modo, fino al punto di arrivare a sistemare sopra i letti i graticci su cui, poi, avrebbero vissuto i bachi. È proprio il caso di dire: “alla faccia dell’igiene”.

1280px-Bombyx_mori_sul_bozzolo_01-325x244Come se non bastasse le donne, per un certo tempo, tenevano le uova sotto il cuscino o sotto il materasso e, per affrettare il momento in cui si sarebbero schiuse, le mettevano tra i seni, avvolte in un panno bianco o un fazzoletto. In genere a fare questo erano quelle donne che gestivano l’attività fin dall’inizio, comprando, se non ne disponevano, le “foje de gelsu” o andando a raccoglierle. Le foglie acquistate venivano pagate all’avvenuta vendita dei bozzoli. Un proverbio diceva: “Se va vène li vaci, paghimo la fronna”. I bozzoli venduti nei mercati cittadini venivano trattati nelle filande, presenti in quasi tutti i paesi, e davano occasione di lavoro a molte donne. Per chi abitava in campagna era tutto molto più facile coltivarli, avevano spazi e “fronna”. Era, quindi, senz’altro una prima forma di attività industriale, coinvolgente una intera comunità, oggi del tutto scomparsa. Il suo declino toccò il fondo negli anni ’50 del secolo scorso. Un secondo proverbio chiudeva ogni anno la stagione dei bachi da seta: “Per San Vitu / ogni vaciu se n’è jitu”, infatti il 15 giugno, festa di San Vito martire, terminava ogni attività relativa ai bachi da seta.



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