Lettera dal cratere dimenticato:
“Vuote passerelle politiche
e le persone sono rimaste sole”

L'intervento di una lettrice che ha visitato i luoghi della sua infanzia, i più devastati dal sisma: "Qui ci sono rabbia, tenacia e tanta voglia di ricominciare, ma lo Stato no. Non è pervenuto"
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di Valeria Pelli

Non vi lasceremo soli. Dicevano così. Lo avevano promesso. E ci avevamo persino creduto, vuoi per ingenuità, vuoi per disperazione. Invece no. Torni da una giornata trascorsa lì, nei luoghi protagonisti della tua infanzia e quasi non li riconosci più. Pieve Torina, Capriglia, Muccia, Casavecchia. Piccole frazioni vicino Visso. Luoghi che per alcuni non hanno alcun significato, ma che sono lì, proprio sopra l’epicentro del mostro che si è portato via tutto, o quasi. Con le loro storie da raccontare e le loro ferite ancora aperte. La natura fa il suo corso, i fiori sbocciano, i colori si amplificano, il caldo arroventa i campi di grano, ma lo spirito è diverso. C’è silenzio. Che avvolge ogni cosa. E sembra irreale per quanto fa male all’anima. Parli con le persone. Le stesse che conosci da una vita. Quelle che sono rimaste. Loro raccontano cosa hanno vissuto in questi nove mesi. La solitudine. Assoluta. Il senso di abbandono. L’incertezza per quello che sarà il futuro. Le difficoltà di un inverno senza precedenti. Affrontate con la forza della disperazione e poco altro. La rabbia per le promesse non mantenute. Il dolore per quei luoghi feriti, martoriati e muti. Parlano, come fossero fiumi in piena. Vogliono si sappia cosa sta succedendo, cioè niente. Non sta succedendo assolutamente niente. Gli appelli sono inascoltati, così come le richieste di aiuto.

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La faglia sul Vettore

Raccontano, ti indicano la montagna che continua a tremare ma nessuno ne parla più in tv, ti mostrano le case sventrate, con la dignità propria di chi è nato e vissuto in questa terra meravigliosa. Sono tosti. Loro. E piangi, annuisci, ti arrabbi e ti chiedi come sia possibile. Ascolti senza parole aneddoti che sembrerebbero quasi barzellette, se non fossero drammaticamente veri. Storie di pressapochismo, di abbandono, di solitudine, incapacità e assenza di chi dovrebbe garantire aiuto e sostegno ma non ne è più capace. I riflettori sono spenti e niente accade. Come se il tempo si fosse fermato nove mesi fa. Le scosse continuano, ma parlarne non sembra interessare più a nessuno. I marchigiani. Gente in gamba. Se qualcosa ancora c’è si deve solo a loro e alla capacità di rimboccarsi le maniche per salvare il salvabile, per non mandare in fumo i sacrifici di una vita intera. Qui ci sono rabbia, tenacia e tanta voglia di ricominciare, ma lo Stato no. Non è pervenuto. No. Non si sta facendo abbastanza. A quanto pare. Passano le stagioni e tutto qui tace. Luoghi e persone dimenticati. Tante belle parole di circostanza, visite estemporanee, vuote passerelle per il politico di turno. E loro sono rimasti soli. Il tempo corre e nelle piccole frazioni tutto è rimasto così com’era. Come cristallizzato. Alzi gli occhi e il campanile di Capriglia lo dimostra. Sta venendo giù giorno dopo giorno, pietra dopo pietra, da nove mesi. Sono tanti nove mesi senza che nessuno abbia mosso un dito. Troppi. Lui è lì. Simbolo muto e dignitoso del disastro che lo circonda. E aspetta. Di non essere lasciato solo.



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