Basta con le raccomandazioni
che ingannano giustizia e verità

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - La nostra società ha bisogno di regole che mancano o se non mancano i primi a non rispettarle sono proprio coloro che le hanno messe
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di Giancarlo Liuti

Se per aver successo in qualsiasi attività non bastano le nostre virtù individuali possiamo aver bisogno, come dire, di una “spintarella”, ossia di una “raccomandazione” che qualcuno più autorevole di noi rivolge in nostro favore a chi deve valutarci, la qual cosa accade nient’affatto di rado e in ogni campo, nella scuola, nell’imprenditoria, nello sport, perfino nel corteggiamento amoroso. Come in tutte le cose c’è del buono anche in questo, se non altro perché vi entra in gioco un principio etico da non sottovalutare, il principio della solidarietà. Senza esagerare, però. A guardar bene, infatti, sia il “raccomandante” che il  “raccomandato” perseguono loro particolari interessi , il primo che si aspetta – o meglio: pretende – una gratitudine non solo a parole e il secondo che indebitamente vantandosi di avere ottenuto qualcosa d’immeritato può metterla in circolo a sostegno del proprio decoro personale e delle proprie iniziative.

Sta di fatto che in tempi di crisi economica e sociale come quelli di oggi la “raccomandazione”occupa un grande spazio nelle relazioni fra gli individui e fra le famiglie, e finisce spesso nei giornali mascherandosi da risorsa morale ma più spesso per le vicende non proprio edificanti – inganni, ricatti, minacce – alle quali rischia di dar luogo. Abbasso, dunque, la “raccomandazione”? Non arrivo a questo estremo, ma credo che una società fondata così tanto su di essa non abbia un gran futuro per il semplice fatto che nella “raccomandazione” c’è, come dire, poca “verità”. E la “verità”, quella nuda e cruda dei tempi e delle cose, dovrebbe invece essere la chiave di volta per comprendere e affrontare la situazione in cui ci troviamo, una situazione che – dovunque, direi nel mondo intero, dagli Stati Uniti a Macerata – cambia di minuto in minuto passando in un attimo dalla fiducia alla disperazione e dalla speranza alla costernazione.

In che modo sfuggire a questo  trabocchetto? Ripeto: sforzandoci di guardare in faccia la “verità”, quella dell’uno più uno che fa due, quella delle cose come stanno “veramente” e non come ci piacerebbe – grazie al cavolo! – che stessero. Approfitto di tali considerazioni per citare una poesia in dialetto di Giordano De Angelis intitolata “Juchimo a dama”. Che c’entra il gioco della dama? C’entra perché esso ha delle regole a tal punto precise che se uno  non le rispetta ha perduto in partenza ed è inutile che poi se ne lamenti. La dama, dunque, è il gioco della verità oggettiva, il gioco di un rendiconto al quale non si può sfuggire. E insisto sulle regole, che per colpa anche delle “raccomandazioni”, la nostra società o non le ha più o le ha dimenticate. Regole severe di ogni  tipo e in ogni campo, nel privato, nel pubblico, nelle imprese, nei loro bilanci, nel trattamento dei loro dipendenti. E’ questa, insomma, che mi sono permesso di definire la “verità”. E alla “verità”, cari lettori, non si può voltare le spalle se non per poco o pochissimo tempo, altrimenti essa si vendica e il giocatore di dama ha perso la partita. Dice Giordano parlando della dama come simbolo della vita civile e sociale: “Se vo’ vigne la partita / ciai da sta’ co la testa, congendratu. / Vigne lu vrau. No lu racommannatu. / A me me sa che un ghjocu ccuscì béllu / po’’ piacé solo a pòchi ffezzionati. / Ogghj, de mette a fruttu lu cervéllu, / non adè più, quasci nnisciù, llenati”.

“Lu cervellu” di chi? Ovviamente il nostro, di semplici cittadini. Ma anzitutto “lu cervellu” –  l’intelligenza – di coloro che hanno il potere di stabilire regole precise per il “funzionamento civile” della società e per ragioni di basso e demagogico consenso popolare queste regole non le stabiliscono o se le stabiliscono sono loro i primi a non rispettarle. Il discorso, qui, sarebbe troppo lungo. Ma c’è un rapporto indispensabile, quasi d’identità, fra la verità e le regole che la difendono. Mi rendo conto – e ne chiedo venia – di non essere stato abbastanza chiaro, ma davvero si crede che oggigiorno, in Italia, l’economia proceda nel nome della verità, ossia della chiarezza? La verità oggettiva, signori, la verità dell’uno più uno uguale due. Date uno sguardo alle dichiarazioni dei redditi e scoprirete che fra di noi ci sono troppi ricchi che sembrano poveri e troppi poveri che tali non sono. E in quest’imbroglio, come ho tentato di dire, un ruolo non secondario lo gioca pure quell’imbattibile ingannatrice che è la “raccomandazione”.



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