Sisma, la ricostruzione
con il modello marchigiano
Ma senza più container

TERREMOTO - Quello che è stato fatto dopo i movimenti tellurici del 1997 può essere un esempio da utilizzare anche oggi, pur con alcune differenze. Questo il tema dell'incontro di questa sera a Civitanova a cui saranno presenti il sindaco di Arquata, il governatore Ceriscioli e il direttore della protezione civile Spuri
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Maurizio Verdenelli

 

di Maurizio Verdenelli

Due terremoti, un unico modello. Quello marchigiano, peraltro dimenticato da Matteo Renzi in una sua enews due settimane fa, quando ha citato solo l’Umbria in riferimento alle (scarse) italiche ricostruzioni virtuose. Un modello che fa il paio con quello economico, appena tramontato: un percorso senza ‘truffe’, trasparente, senza tintinnio di manette e senza la necessità sempre evocata d’arrestare gli ‘eterni ladri’ (palazzinari, faccendieri, politici imbroglioni). In una parola, il ‘miracolo’ marchigiano del 1997 e dintorni che può essere il faro, certo pure con correttivi, anche per il post sisma del 24 agosto scorso.

Questo il tema sul quale le Marche sono chiamate a dibattere stasera alle 21,30 al teatro Cecchetti di Civitanova Marche (leggi l’articolo) che presenta uno dei parterre più rappresentativi sul fronte dell’emergenza marchigiana da poco aperta. Le ferite sono profonde, al di là di quelle ‘strillate’ pure dai giornali: i marchigiani, a cominciare dai maceratesi, sono riservati anche se il sindaco di Castelsantangelo sul Nera, il generoso Mauro Falcucci, non ha proprio potuto reprimere in petto la protesta: “Diteci di che morte dobbiamo morire: il premier doveva venire anche da noi”.  “Dall’emergenza alla ricostruzione, dalle Marche un esempio di coesione ed efficienza” è il tema. Con il  governatore Luca Cerisicoli; la vice Anna Casini; l’assessore alla Protezione Civile Angelo Sciapichetti; il capo della Potezione Civile, Cesare Spuri ci saranno il sindaco di Arquata del Tronto, Aleandro Petrucci; il sindaco di Civitanova, Tommaso Claudio Corvatta; il vice Giulio Silenzi; l’ex ‘sindaco del terremoto’, il serravallese Venanzo Ronchetti e chi scrive. Al centro il ‘Modello’ Marche’ e il Quartetto che lo rese possibile: il governatore ed insieme Commissario alla ricostruzione, Vito D’Ambrosio (un alto magistrato prestato alla politica in ore tempestose), gli assessori: il compianto Bruno Di Odoardo e lo stesso Silenzi; infine ancora Cesare Spuri, dirigente allora dei Com di Muccia e Fabriano.

Serravalle

Serravalle

Per la ricostruzione marchigiana (seppure incompleta: per Ronchetti mancherebbe il 10%, ma la crisi incombe) si può parlare in ogni caso di autentico ‘miracolo’ soprattutto perché, caso unico nel Belpaese, indenne da indagini. “Con tutti quei contributi che venivano erogati, tutti i procedimenti amministrativi sono andati a buon fine, i ricorsi si sono contati sulla punta delle dita, il processo di ricostruzione è stato condiviso dalla pressoché totalità degli attori (politici e non)” dice l’ingegner Spuri. I soldi pubblici allora erano tanti: basti pensare che ad esempio solo nel ’99, nell’arco di soli sette mesi, da maggio a dicembre, furono impegnate risorse comunitarie per oltre 500 milioni di euro. E nel periodo più intenso della ricostruzione gli uffici distaccati regionali vantavano una capacità d’impegno economico di circa 1,5 milioni di euro al giorno riferiti ad opere pubbliche e private. Inoltre questi uffici sul territorio, nei primi 5 anni del post sisma, arrivarono a contare più di 80 dipendenti complessivamente. Fu proprio una scelta di Bruno Di Odoardo a fissare a Muccia e non a Serravalle, epicentro del sisma, l’ufficio del Commissario proprio per incontrare più agevolmente le popolazioni colpite dalla tragedia. Guardare, capire e cercare le soluzioni migliori per ricostruire in fretta, assieme ai terremotati.

Cesare Spuri

Cesare Spuri

Dice Spuri, alle prese ora con una seconda ricostruzione in 19 anni: “Talvolta, oggi, penso a quelle volte in cui, finito di lavorare, pulivamo gli uffici con scopa e spazzolone o quando per traslocare 50 uffici abbiamo mandato via l’impresa di facchinaggio perché da soli facevamo prima, meglio e senza spendere. Provo ancora nostalgia e credo che quel modello organizzativo dovrebbe (si sarebbe da riflettere ‘solo’ sul come) applicarsi anche nella vita amministrativa di tutti i giorni”. E’ certo che quel modello del Palazzo on the road, tra la gente ha fatto strada. Il modello marchigiano della ricostruzione potrà funzionare ancora appieno stavolta senza più Mam e container, freddi ed umidi in tre stagioni su quattro, roventi in estate. Come l’esperienza ha insegnato (negli occhi ancora l’immagine di san Paolo Giovanni II a Cesi, nei primi giorni del ’98, nel Mam dei coniugi Albani) accogliendo subito gli sfollati nelle casette di legno. E sul piano amministrativo, la ricostruzione del 97 ha indicato una ‘terapia’ fondamentale. Decentrare le funzioni lontano dal capoluogo regionale ha portato 19 anni fa il Palazzo tra le popolazioni colpite dal terremoto. E’ stato come accendere un ‘traduttore simultaneo’ delle necessità di chi quella calamità l’aveva subita in tutta la devastazione. Evitando che una ricostruzione venisse realizzata freddamente, solo ‘per legge’.



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