Per colpa del vento Massimo D’Azeglio
non si fece maceratese

PAGINE DI STORIA - Lo statista del Risorgimento, del quale ricorrono i 150 anni dalla morte, ebbe sempre simpatia per Macerata, dove visse sua figlia Alessandrina e dove ebbe come grande amico Diomede Pantaleoni
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Massimo D'Azeglio

Massimo D’Azeglio in un ritratto conservato al museo di Casa Manzoni a Milano

 

di Alessandro Feliziani

“Per questi vostri paesi non c’è né strade né comunicazioni che pare il limbo!”. Asserzioni come questa non è raro sentirle pronunciare ancora oggi, a dimostrazione di un atavico problema della nostra provincia. La frase sopra riportata risale, infatti, a più di un secolo e mezzo fa quando a porre l’accento sull’isolamento di Macerata e sulla mancanza di comode vie di comunicazioni della “regione” con il resto della penisola fu Massimo D’Azeglio, uno dei più illustri ‘predecessori’, nello Stato italiano che si andava formando, dell’attuale presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, che proprio pochi giorni fa ha dato la sua “benedizione laica” all’avvenuto completamento (con decenni di ritardo) della prima ed unica superstrada di questo territorio. D’Azeglio scrisse quella frase nel 1856 in una lettera indirizzata alla figlia Alessandrina che in quell’anno si era definitivamente trasferita a Macerata, avendo sposato il marchese Matteo Ricci.
D’Azeglio, che visitò Macerata solo due volte, prima e dopo il matrimonio della figlia – come ricordava anni fa lo storico Libero Paci in un breve saggio sulla famiglia Ricci – ebbe sempre nei confronti della città e dei maceratesi grande considerazione, non solo per i legami familiari, ma anche per la solida amicizia con Diomede Pantaleoni, medico e politico (fu deputato e poi senatore), con il quale lo statista tenne un nutrito scambio epistolare testimoniato da un voluminoso carteggio affidato all’inizio del secolo scorso dal figlio di Diomede, l’economista Maffeo, alla Biblioteca comunale Mozzi Borgetti, che conserva pure altre testimonianze di D’Azeglio.
Anche per questo, nell’anno in cui la sua Torino e il Piemonte lo celebrano nella ricorrenza dei 150 anni dalla morte, D’Azeglio merita di essere ricordato a Macerata, città che – proprio in virtù dell’ingresso di Alessandrina D’Azeglio nella famiglia Ricci – poté avere in quegli anni un qualche legame con un altro illustre italiano dell’epoca, lo scrittore Alessandro Manzoni.
Massimo D’Azeglio, pittore, scrittore, patriota, e soprattutto uomo di Stato del periodo risorgimentale, aveva sposato nel 1831 Giulia Manzoni, primogenita dell’autore de I Promessi Sposi. Dalla loro unione, durata poco tempo, poiché Giulia morì giovanissima all’età di appena 22 anni, nacque l’unica figlia, Alessandrina.
La ragazza, appena diciottenne, fu chiesta in sposa dal giovane maceratese Matteo Ricci, figlio del conte Domenico e nipote dello storico dell’arte Amico Ricci. I due si erano probabilmente conosciuti a Torino, dove Matteo si era trasferito dopo un periodo di studi a Bologna.

Alessandrina D'Azeglio

Alessandrina D’Azeglio Ricci in un ritratto conservato al museo di Casa Manzoni a Milano

Le nozze tra il giovane marchese Ricci e Alessandrina D’Azeglio furono celebrate a Cornigliano, il 16 settembre 1852, quando il padre della sposa – che in quella località della costa ligure aveva una dimora estiva – era ancora capo del governo, carica da cui si sarebbe dimesso poche settimane più tardi, lasciando l’incarico a Cavour.
Uno dei testimoni di nozze fu il nonno della sposa, Alessandro Manzoni e, sia il “primo ministro” del re, sia l’autore de I Promessi sposi, si rallegrarono pubblicamente e in più occasioni per l’avvenuta unione in matrimonio della loro, rispettivamente, figlia e nipote con il marchese Ricci, avendo entrambi avuto modo di conoscere in precedenza fama e onori della nobile famiglia maceratese.
A “rassicurare” lo statista, preoccupato per la sistemazione della propria unica figlia, era stato Diomede Pantaleoni, suo vecchio amico e “corrispondente” da Macerata. Era stato proprio grazie a lui, del resto, che Massimo D’Azeglio aveva potuto visitare per la prima volta la città. Ciò avvenne cinque anni prima delle nozze della figlia, nell’agosto del 1847, quando fu ospite a casa Pantaleoni. L’amicizia tra D’Azeglio e la famiglia Pantaleoni si dimostrò tanto solida che quando nacque il terzogenito di Diomede, Raoul, egli accettò ben volentieri di fare da padrino al battesimo.
Nell’epistolario di Massimo D’Azeglio ci sono molte testimonianze in cui l’ormai ex presidente del Consiglio dei ministri del regno di Sardegna elogia Macerata e i maceratesi.
L’anno successivo al matrimonio di Alessandrina, quando gli sposi – in un primo tempo stabilitisi a Firenze – decisero di trascorrere l’estate alla villa del “Boschetto Ricci”, D’Azeglio scrive a proposito di Macerata: “…non conosco paese più bello di tutta quella regione da Camerino ad Ancona”.
Nel 1856, quando la figlia e il genero decidono di trasferirsi definitivamente a Macerata, D’Azeglio mostra di non gradire per il solo fatto che la città è ancora parte dello Stato Pontificio e scrive: “…quando si ha una buona casa e da viver bene in una città di buona gente si può esser felici….”. È nell’ottobre di quello stesso anno che lo statista evidenziava le difficoltà di comunicazioni con Macerata. In una lettera, alla frase qui riportata all’inizio, aggiungeva: “È più facile mandare un pacco a Calcutta che nello Stato del Papa”.
Alessandrina D’Azeglio s’inserì molto bene nella società maceratese e in una lettera il padre le scrive: “…ti puoi figurare il piacere che ho provato sentendomi dire da tutti che a Macerata sei ben veduta e che sei generalmente cortese” e in una lettera ancora successiva aggiunge: “Colla tua descrizione di balli e feste hai fatto far carnevale anche a me; a Macerata si sanno divertire più che in tutto il Piemonte riunito” .
D’Azeglio, che non ricopriva più incarichi di governo, ma continuava a essere attivo nella vita politica, avrebbe voluto far visita alla figlia a Macerata, ma il viaggio, più volte annunciato, fu sempre rinviato per ragioni politiche, fino a quando – nel settembre del 1861, con le Marche ormai annesse al Regno d’Italia – si presentò una doppia occasione: la nascita della prima nipotina, Clotilde Ricci ed il passaggio in città dei principi Umberto e Amedeo di Savoia. Proprio l’arrivo di questi ultimi a Macerata fece passare sotto silenzio la visita di D’Azeglio.
In altre due lettere egli ebbe modo di dimostrare la sua simpatia per Macerata e i suoi abitanti. In una, indirizzata al genero Matteo – il quale per un breve periodo fu anche rettore della locale università, prima di diventare deputato (eletto nel collegio di Tolentino) e poi senatore del regno d’Italia – scrisse: “…. ho sempre avuto l’idea che a Macerata Alessandrina avrebbe potuto trovarsi bene…”. In un’altra, spedita all’amico Diomede Pantaleoni appena rientrato a Torino dalla sua seconda e ultima visita a Macerata, così si espresse: “Ho fatto relazione con varie persone che trovai cortesi e buone. La indole del paese è veramente eccellente e, se non fosse che Macerata è proprio la reggia di Eolo (dio dei venti nelle mitologia greca, n.d.r.) nell’inverno, non avrei difficoltà a farne la mia dimora”. Quasi una dichiarazione d’amore nei confronti della città e dei maceratesi.

 

 

 



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