Nasceva 109 anni fa Enrico Mattei
L’uomo che vedeva il futuro

ANNIVERSARIO - Ancora vivo l'interrogativo: "Che Marche, che Italia avrebbe lasciato il grande Matelicese, ucciso a 56 anni?"
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Enrico Mattei

di Maurizio Verdenelli

A distanza di centonove anni dalla nascita -oggi l’anniversario di quel ‘felice’ 29 aprile 1906 ad Acqualagna- le Marche e l’Italia tornano ad interrogarsi sul ‘caso Mattei’. All’eterna domanda su chi volle la sua morte violenta (Bascapè, 27 ottobre 1962) si è affiancata di recente quella, in linea con i tempi – in  riferimento all’economia di una regione e di un Paese in rapporto al contributo dell’uomo “che vedeva il futuro”, se a lui fosse stato consentito di restare alla guida dell’Eni. Che Marche, che Italia avrebbe lasciato dunque il grande Matelicese, ucciso a 56 anni?  Un interrogativo, come quello su esecutori e mandanti del delitto, dalla problematica risposta.

Serena Sileoni

Serena Sileoni

Scrive la maceratese Serena Sileoni, Istituto Leoni di Torino: «Ha fatto ricca la sua Italia, ma senza immaginare che le generazioni successive avrebbero pagato i debiti di quella ricchezza di Stato. Forse non c’era alternativa, nell’epoca postbellica, che risollevare l’economia italiana, o meglio crearla daccapo, se non attraverso la complicità della politica e l’aiuto dei soldi pubblici. Oggi la mia generazione si trova a decidere se questa convinzione fosse giusta o meno. Se le alternative non percorse non solo da lui, ma dalla classe politica sua contemporanea avrebbero portato a un debito pubblico inferiore, a una maggiore imprenditorialità privata, a un minor rischio di affarismo politico, a un fardello meno pesante dell’eredità della Prima Repubblica. Mi chiedo se, col senno di poi, Mattei avrebbe fatto le stesse scelte. Tocca ora a noi prendere esempio dalla sua intraprendenza e dal suo ottimismo per individuare e segnare, come fece lui, il percorso di un nuovo sviluppo economico, magari molto diverso dal suo, ma quanto meno erede del suo coraggio e di quell’instancabile forza di volontà e dedizione al lavoro tipicamente marchigiane».

Francesco Merloni

Francesco Merloni

Il presidente dell’Eni era di casa in casa Merloni. Aristide era considerato un suo amico personale, fu chiamato proprio lui, quasi alla stregua di un familiare quando quella notte di ottobre, arrivarono da Bascapè i poverissimi resti ‘dissolti’ nell’esplosione dell’uomo ritenuto più potente nella storia d’Italia dopo Giulio Cesare. Adesso il distretto industriale Fabriano-Matelica, cresciuto nel nome di questi due geniali capitani d’industria, è in una crisi nerissima, impensabile fino a pochi anni fa. Ingegner Francesco Merloni, qual è il suo giudizio su Mattei? «Era una grande personaggio cui devo tanto. Era dotato di uno straordinario spirito imprenditoriale e manageriale» In questa terra che pare tornata al confine di tutto, che succede ora? «Quello spirito imprenditoriale collettivo alla radice del miracolo economico marchigiano pare smarrito. Voglio raccontare un episodio significativo. Quando un anno dopo la morte di Mattei, chiuse i battenti la più importante fabbrica fabrianese, la ‘Fiorentini’ che occupava 350 operai, 40 di questi si misero in proprio avviando altrettante aziende sul territorio con migliaia di posti di lavoro nuovi. Una rinascita incredibile da una crisi profonda. Adesso davanti alle crisi si pensa agli ammortizzatori sociali, alla cig, ai prepensionamenti. La gente si è seduta, abituata al benessere non intraprende più. Negli anni 70 gli italiani erano primi per spirito imprenditivo, ora veniamo dopo i greci…».

L'ing. Egidio Egidi in una foto di molti anni fa (da Il Distretto di Ravenna nel moindo degli Idrocarburi marzo 1999)

L’ing. Egidio Egidi in una foto di molti anni fa (da Il Distretto di Ravenna nel mondo degli Idrocarburi marzo 1999)

L’ultimo presidente matelicese dell’Eni è stato l’ing. Egidio Egidi, scomparso nel febbraio di due anni. Braccio destro di Mattei, lo seguì all’Agip lasciando un ‘posto d’oro e sicuro’ al Genio civile di Macerata, per con viva disperazione del padre. Prima di morire, Egidi mi raccontò:«Enrico era abituato ad andare sempre avanti, a superare in qualche maniera tutti gli ostacoli (per la metanizzazione del Belpaese arrivando a violare migliaia di ordinanze sindacali, fatto che l’avrebbe messo oggi all’indice ndr). Era una persona eccezionale, ma forse non sarebbe riuscito neppure lui a garantire la prosecuzione di un lavoro tanto gigantesco. Qualche promessa forse sarebbe rimasta inevasa». Le promesse che Mattei non avrebbe in ogni caso lasciato in sospeso erano quelle del lavoro e dell’occupazione giovanile, anche femminile in anni quando alle ragazze si indicava la sola via del matrimonio.

La testimonianza di Ivano Tacconi

La testimonianza di Ivano Tacconi

«Era una festa –ricorda Ivano Tacconi– quando a noi ragazzi matelicesi arrivava l’attesa e fatidica busta azzurrina dell’Eni dal quartiere generale di San Donato Milanese. Partivamo alla conquista del mondo, stando lontani da casa per mesi interi senza problemi. Non ci pesava lavorare il sabato o la domenica, né rinunciare a ferie programmate… Eravamo tutt’uno con il lavoro e con il nostro idolo Mattei!». «Volevano che tutti i ragazzi lavorassero, avessero un futuro ed una prospettiva, anche le birbe» ricorda il maresciallo in congedo Francesco Vescia, a Matelica guardia del corpo del presidente dell’Eni (in codice ‘Il Falco’). «Un giorno l’Ingenere mi dice, facendo un po’ lo gnorri: ‘Francesco ma queste assunzioni come vanno?’. Voleva tirarmi le orecchie perché dal consueto elenco mensile di 25 nomi circa di ragazzi da assumere all’Eni, io ne espungevo un buon quinto in quanto compromessi con piccoli reati, furtarelli. Glielo dissi: ‘Ingegnere, scusi ma quelli rubano’. E lui con un sorriso: ‘Diamo a tutti un’altra occasione, Francesco…’». E Vescia, al pensiero, ancora si commuove.

Giuseppe Accorinti

Giuseppe Accorinti

«Ci voleva bene come a figli» è la testimonianza del dottor Giuseppe Accorinti, già Ad di Agip, giovanissimo dirigente nominato dal Presidente, attuale consigliere della Fondazione omonima a Matelica. Accorinti è il promotore dell’iniziativa di conferimento della cittadinanza onoraria al magistrato del ‘caso Mattei’, Vincenzo Calia e al regista Francesco Rosi (coetaneo di Egidi), di recente scomparso. «Mi trovavo a Genova e soffrivo la lontananza dalla ‘mia’ Roma. Così presi la palla al balzo quando Lui mi chiese come stessi in Liguria: ‘Presidente, l’aria non è proprio il massimo per la mia salute’. Tuttavia non ci pensai più. Neppure quando, di lì a poco, venni trasferito a casa. Qualche mese più tardi, incrocio Mattei lungo un corridoio alla sede romana dell’Eni. Mi chiede qualcosa del lavoro, fa per passare oltre, poi sornione quasi dondolandosi su se stesso si volta e domanda: ‘La salute va bene, ora?’. Sorprendendo me stesso che avevo quasi dimenticato l’escamotage. Teneva così tanto ai suoi ragazzi da dimostrarlo con affetto nei momenti giusti»

Il vescovo vecerrica con Francesco Merloni, Oscar Verdenelli e alla presentazione del libro su Mattei

Il vescovo Vecerrica con Francesco Merloni alla presentazione del libro “La leggenda del Santo Petroliere”

Quando quella sera si diffuse la notizia della morte del ‘loro’ Enrico, Matelica non ebbe dubbi: un unico urlo, pieno di rabbia e dolore, si levò da strade e piazze: «L’hanno ammazzato!». Con Lui morì per sempre una parte della città, il suo sogno più bello nato 109, or sono, ad Acqualagna, città da sempre gemellate nel suo ricordo. Una città, Matelica, che adesso chiede il processo di beatificazione per il suo ‘santo petroliere’ che voleva che i poveri non lo fossero più e non emigrassero con la valigia di cartone, ma all’estero andassero con know how ‘e tutto ciò che un Paese moderno ed avanzato comporta’ (come disse in Tv a Ugo Zatterin). «Attendiamo per lui un segno celeste» ha risposto alla specifica domanda di Rosangela Mattei, il vescovo mons. Giancarlo Vecerrica, tolentinate dell’anno. La crisi che stiamo attraversando potrebbe, chissà?!, essere quel ‘segno’. Un ‘fenomeno celeste’ che avrebbe previsto (come la stessa crisi energetica esplosa a 10 anni dalla morte) e forse governato con successo quell’illuminato capitalista di Stato che voleva il progresso della classe operaia, dell’Italia e soprattutto delle ‘sue’ amatissime Marche.



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