Francesco Scarabicchi
“La strada che sale”

Il nuovo corsivo del poeta anconetano
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Francesco Scarabicchi

di Francesco Scarabicchi

 

La strada che sale, sul fianco sinistro dell’Ospedale di Senigallia, è quella del Camposanto Vecchio. Un po’ che si procede, lasciato il traffico e il chiasso di Via Po, si scopre una collina di terre arate già color mattone e ville, cancelli, querce e vigne d’uva bianca. L’aria è del quasi autunno di maggio, nell’ora di un mercoledì pomeriggio avanzato con la luce che basta ad ammorbidire i contorni dei luoghi. Cerco la Chiesa di Santa Maria delle Grazie e il Convento che volle Giovanni Della Rovere (non ne vedrà la conclusione, morendo il 6 novembre del 1501) commissionando il progetto a Baccio Pontelli pare nell’anno della nascita dell’erede – Francesco Maria – il 25 marzo del 1490 (i lavori della fabrica ebbero inizio nel 1491). Da quell’altura è un altro il mondo che si scopre; la città è lontana come il mare e pare quasi un viaggio compiuto in un altrove del tempo e della storia. Fermo l’auto all’inizio del prato cinto d’alberi che anticipa il complesso del Convento. Cammino fra odori che non so riconoscere proprio sotto le stazioni della Via della Croce in mattoni e nicchie. Mi avvicino alla chiesa che ha conservato, fino al 1917, la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca (ora ad Urbino) e serba, alle spalle dell’altare maggiore, sopra il coro ligneo, la tavola di Pietro di Cristoforo Vannucci detto il Perugino, quella Madonna in trono e Santi dipinta intorno al 1490. Il piccolo binocolo che mi accompagna sempre avvicina un poco le figure di destra verso le quali il viso del bambino – in piedi sulle ginocchia della madre – è voltato: San Pietro, San Paolo e San Giacomo. A sinistra, Giovanni Battista, San Ludovico e Francesco d’Assisi nell’atto di leggere il libro aperto fra le mani a differenza degli altri (Pietro e Giacomo) che tengono chiusi i loro. Il cielo alle spalle della Madonna è un fondale d’azzurro tenue. Chi sa qual è l’ora di quella scena? Accanto alla porta della sagrestia da dove guardo il dipinto una signora inginocchiata, sottovoce, suggerisce di vedere il Chiostro piccolo del Convento passando proprio dalla porticina ed osservando, prima, il lavabo quattrocentesco. Un terribile moscone ronza verso l’alto dei finestroni e torna giù spezzando il silenzio che sarebbe pressoché totale in quella chiesa non bella. Il lavamani è certamente notevole, ma nascosto ed umiliato da un rubinetto e da un piccolo tubicino di gomma come una volgare cannella. Percorro uno stretto corridoio ed esco al Chiostro minore. In una voliera uccelli strani che non conosco mi accolgono con fischi e canti mai uditi, un poco intimorendomi come se fossi giunto, inopportuno, a turbare il loro pomeriggio fra le lunette del ciclo francescano dipinte, sulle tre pareti interne del portico, verso la fine del XVI secolo (forse nel 1598) da Petrus Franciscus Renulfus così come le ventotto del Chiostro maggiore (non visitabile per restauri e per assenza del custode) e che conserva, al centro, un pozzo esagonale quattrocentesco con stemmi dei Della Rovere. Uscendo, saluto, in sacrestia, il frate col basco leggero che si veste per la funzione della sera e torno di nuovo sul piazzale alberato. Lì vicino il camposanto che raccoglie le vecchie lapidi ebraiche del cimitero israelita che vidi, anni fa, in un’altra breve sosta. Scendendo per la Strada Comunale delle Grazie ho la memoria di una iscrizione letta sul cadente muro di cinta di un vecchio Ospedale (forse dell’Annunziata) di fronte al Convento: “Associazione dei Cavalieri della lingua d’Italia del Sovrano Ordine di Malta”. Sorrido pensando alla solennità di quella lapide comparata all’umiltà degli affreschi delle lunette e al dipinto di Pietro di Cristoforo Vannucci nella solitudine alta della parete di fondo della chiesa, in quella sorta di esilio in luogo triste e così diverso da come appare in un disegno del 1596 – custodito presso la Biblioteca comunale di Senigallia – in cui si riconoscono, piccoli come formiche, omini e francescani incappucciati, con attrezzi in spalla, tornando all’imbrunire.

Perugino, “Madonna in trono e Santi”

 



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