Racconti e poesie

Andrea Bollini ha 23 anni ed è di Pievebovigliana. Affianca il suo racconto un inedito del poeta mantovano Lorenzo Mari
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Lo spazio dedicato agli inediti dei lettori è, questa settimana, di Andrea Bollini. Ci ha inviato molti suoi racconti, alcuni al limite della visionarietà; altri concepiti, a metà tra funambolismo e surrealismo, come omaggio a lezioni letterarie classiche. Ma a noi è piaciuta particolarmente la sua Punteggiatura di coppia. Si tratta di una delizietta (mi si perdoni il neologismo che, tuttavia, credo renda l’idea). Bollini intesse una piccola fiaba, un sogno per grandi e piccini, di rapida ed efficace lettura. A noi è piaciuta molto la sua coloritura delicata, la sua tenera ironia, la sua capacità di far sorridere senza sconquassi e senza irrisioni. (Filippo Davoli)


Andrea Bollini (Pievebovigliana), Punteggiatura di coppia

Tanto tempo fa sopra la più alta e grande nuvola del cielo si ergeva un piccolo villaggio. Questo villaggio era composto da tante minuscole casettine di legno, le quali erano poste l’una sopra l’altra, l’una di fianco all’altra, o leggermente spostate l’una dall’altra; e, tutte insieme, andavano a realizzare un perfetto quanto intricatissimo labirinto: chi vi entrava rischiava di perdersi ed uscirne dopo mille anni, ma, e questo succedeva il più delle volte, a dir la verità ne usciva in effetti piuttosto velocemente e anche parecchio deluso. Ogni casettina di legno era abitata da molteplici creaturine dalle forme più strane: alcuni erano come righine dritte poggiate sopra un pallino, altri sembrano archi senza corda né frecce, altri facevano continuamente stretching e per questo erano sempre piegate su loro stesse, e così via… Il numero preciso di quanti fossero in tutto era ai più sconosciuto; non si riusciva neanche a distinguere con certezza quali fossero i residenti più anziani e quali i più giovani; ma sembrava che a nessuno importasse metter chiarezza, ripetevano che si stava benissimo anche così. E infatti, a sostegno delle loro tesi, le giornate trascorrevano placide e serene sotto un cielo limpido libero da tempeste.
Esisteva però una creaturina che non sorrideva sempre come le altre. Ad un primo sguardo poco attento poteva sembrare un abitante del villaggio come tanti; e anche la sua forma poteva trarre in inganno: assomigliava infatti a un sassolino perfettamente sferico. Tuttavia, per sua sfortuna, aveva un grandissimo problema che lo rendeva particolare e alquanto strano rispetto a tutti quanti. Esso, il problema, si presentava quando, vista anche la sua indole chiacchierona, cercava di voler dir la sua, di comunicare i suoi pensieri, o semplicemente di parlare di qualsiasi cosa con chiunque volesse, ma, per un motivo del tutto inspiegabile, succedeva che di punto in bianco, quando si avvicinava agli altri, chiunque fosse a lei vicina smetteva di parlare, cambiava discorso, o addirittura cessava di esistere. Una situazione insostenibile che avrebbe con il passare del tempo portato alla rovina, e alla solitudine, la nostra creatura se non fosse accaduto un fatto che possiamo definire senza problemi miracoloso:
un giorno come un altro questa creaturina dalle sembianze di un sassolino, presa come non mai dal dubbio esistenziale che la attanagliava, iniziò a rotolare senza sosta per tutto il villaggio, senza una meta, e senza uno scopo ben preciso in mente, fino a giungere davanti a una fontana di marmo raffigurante uno strano oggetto rettangolare con decorazioni floreali su tutta la superficie dal quale zampillava un liquido scuro, denso e con un odore particolare… un odore familiare. Incuriosita da quello strano oggetto decise di avvicinarsi e di controllare più da vicino di cosa si trattasse. E, forse per distrazione, o forse per via del vento del destino, rimbalzando sul bordo della cornice della fontana vi cadde dentro. Un intenso calore avvolse tutto il suo corpo sferico, seguito da una stranissima sensazione: come se un qualcosa da dentro cercasse di uscire al di fuori. E successe proprio questo e un altro sassolino sferico si staccò dal singolo sassolino e rotolò fuori dalla pozza nera.
La nostra creaturina preferita fuoriuscita dalla fontana si trovò faccia a faccia con questa, sconosciuta, altra creatura che tanto le era uguale… si avvicinò speranzoso che anche lei non scomparisse come successe molte altre volte con gli altri abitanti. E non scomparve, non si allontanò e non cambiò improvvisamente discorso.
Da quel momento se posti uno di fronte all’altro niente più scompariva, niente più cambiava argomento, e nessun’altra creaturina volgeva lo sguardo verso altri luoghi; anzi tutti le cercavano e tutti volevano la loro compagnia. Niente era più un cambiamento, una fine, ma un inizio, un arricchimento di un qualcosa che già esisteva. Da terminatori divennero continuatori di storie.
In quel giorno nacque la punteggiatura di coppia; e fu la prima di una lunga serie… non mi credete?

Bacon, “Uomo che scrive riflesso in uno specchio”

Lorenzo Mari

Di questo breve poema, […] pubblico ora una parte, almeno come protesta contro certe teoriche, le quali in nome della verità e della libertà vorrebbero condannare la poesia ai lavori forzati della descrizione a vita del reale odierno e chiuderle i territori della storia, della leggenda, del mito. Ma al poeta è lecito, se vuole e può, andare in Persia e in India non che in Grecia e nel medio evo: gl’ignoranti e gli svogliati hanno il diritto di non seguitarlo [1879].

G. Carducci

Da lasse della malora (inediti)
*

Stringi l’asse, appena appena – con un
cacciavite o altro: basta che s’imprima
al mondo uno sbaglio, o uno scarto, un
soffio: la rotazione prende abbrivio

e la rivoluzione più non giunge
per moto di conserva – resta segno
soltanto l’eclisse, e già s’espunge
dalla crisi l’apocalisse – almeno

nel buio posso dirti, se la palla
non gira a dovere: si può fuggire,
infine, senza sfuggirci.

 

Il richiamo al Carducci della Canzone di Legnano, nella nota dello stesso autore versiliese qui scelta come epigrafe, ci induce a riflettere sulla scelta formale di questo componimento di Mari. Occorre ricordare che la “lassa” come forma di strofe in Italia ha una storia pluricentenaria che, dal Ritmo laurenziano (fine XII o inizio XIII sec., scritta da un anonimo giullare), giunge alle scelte innovative del Carducci, appunto, e di D’Annunzio. Un aggancio alla tradizione che la scelta testuale suggerisce ma che il titolo ribalta perché l’ora delle forme chiuse della nostra letteratura è bella che passata, essendosi queste disciolte, ormai, in logorree pseudo-realistiche, in iper-commistioni di prosucole concettose e vaghe nelle generazioni appena precedenti il nostro.
A
ndiamo al testo, una sezione del quale – comprendente questo frammento – si è classificata terza all’edizione 2013 del concorso Licenze Poetiche di Macerata: l’ironia, espressa da figure d’inversione per cui gli enunciati sembrano alternarsi repentinamente in tesi e antitesi senza uno scarto accomodante, blocca ogni via di fuga, dal nostro essere qui e ora, sull’orlo di una catastrofe. Infatti, è del marchingegno-pianeta-terra che si parla ma solo sullo sfondo di un uso delle parole che sono il vero marchingegno che costituisce il suo referente all’interno di questa tessitura per verba: «Stringi l’asse» azione che richiede una pressione, di contro «appena appena», iterazione ironica che dice la delicatezza dello stesso atto. I due impulsi sono opposti come «il moto di conserva» al v. 6 sembra suggerirci, leggi fisiche d’opposizione che consentono la conservazione nella sparizione, l«’eclisse» del v. 7 lo manifesta. L’ironia si fa costatazione, però, perché questa presunta dissoluzione restando «segno» elimina dal testo (con un altro segno, l’espunzione richiamata subito dopo) e dalla scelta (κρίσις) ogni rivelazione (ἀποκάλυψις) sui destini ultimi. Ancora una volta è confermato il dovere di essere presenti, perché da questa presunta fine sorge un nuovo inizio e, con un gioco che richiama sul piano concettuale l’hysteron proteron retorico (per cui l’ordine naturale delle azioni è invertito), la chiusura ne è conferma: «si può fuggire,/ infine, senza sfuggirci», in cui l’annominazione, pur rischiando il calembour, ci indica la vera direzione da percorrere, perché il vero cambiamento è nella nostra permanenza. (Gianluca D’Andrea)

 

 

Lorenzo Mari (Mantova, 1984) è dottorando in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato le raccolte di poesia Libere sequele (Gazebo, 2004), Pellegrinaggio senza Endimione (Inventario Senese, 2007), Minuta di silenzio (L’Arcolaio, 2009) e Nel debito di affiliazione (L’Arcolaio, 2013). Traduce dall’inglese (Bless Me Father, Compagnia delle Lettere, 2011, in collaborazione con Raphael d’Abdon) e dallo spagnolo (Canto e demolizione. Otto poeti spagnoli contemporanei, Thauma, 2013, con Alessandro Drenaggi e Luca Salvi). Insieme a Luigi Bosco, Davide Castiglione e Michele Ortore coordina il sito letterario “In Realtà, La Poesia” (www.inrealtalapoesia.com).



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