Un sorriso oltre le sbarre
del carcere di Herat

DIARIO DALL'AFGHANISTAN - La figlia di una detenuta ritratta in una foto di Guido Picchio diventa il simbolo del futuro del Paese asiatico, martoriato dai conflitti
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La bambina del carcere fotografata da Guido Picchio

La bambina del carcere fotografata da Guido Picchio

Guido Picchio nella foto di Neige De Benedetti

Guido Picchio nella foto di Neige De Benedetti

da Herat

Adriano Sofri

Guido Picchio è una persona molto brava e simpatica, e questa è la cosa più importante. E’ un fotografo molto bravo, e anche questo è molto importante, perché è il suo lavoro. Ci sono circostanze in cui il lavoro diventa qualcosa di più del solo lavoro. Io sono legato da antica data a Guido, perché trascorremmo assieme una buona parte degli anni dell’assedio di Sarajevo. Lì arrivavamo in tanti da storie le più diverse, e diventavamo amici di quell’amicizia speciale che scaturisce dalle condizioni in cui si rischia la vita, e le persone attorno la rischiano molto più di noi. Ora questa amicizia speciale si è rinnovata e rincarata a Herat, in Afghanistan.
Lui ne è un veterano, io alla prima venuta. Abbiamo condiviso tutto, giorni e notti. Io scrivevo delle stesse cose che lui fotografava. Succede di scrivere frasi più riuscite, di fare fotografie più significative, è normale. Ma ogni tanto, molto più raramente, succede un momento di gala, pressoché imprevisto, come un colpo di grazia. Allora lo stesso autore sa di avere solo una piccola parte di merito, e di dovere il resto a una specie di benedizione. E’ successo a Guido con la fotografia che sto commentando. Quando l’ho vista in mezzo alle tante che scorrevano, gli ho chiesto subito di fermarsi, e ho provato una forte emozione. E’ il corridoio del carcere di Herat, la sezione femminile. Le mamme incarcerate possono tenere con sé i figli fino ai sei anni -da noi in Italia fino ai tre. Bambini innocenti e incarcerati, che stringerebbero il cuore dovunque. Ma qui questa bambina è rimasta improvvisamente sola in mezzo al corridoio, e non è spaventata né intimidita dal fotografo e dai visitatori, anzi ride. Ai suoi lati le porte metalliche delle celle sono spalancate, però sono di quelle porte aperte che portano verso nessuna uscita, e aspettano solo l’ora regolamentare per chiudersi addosso alle persone, e alla bambina.

Il generale Michele Pellegrino consegna la medaglia a Guido Picchio

Il generale Michele Pellegrino consegna la medaglia a Guido Picchio

Fra pochi passi, il fotografo abbraccerà la bambina, e la bambina si avvinghierà al collo del fotografo. Fra pochi minuti, il fotografo sarà andato via, e la bambina sarà rimasta lì. Quel momento di grazia, lei che ride perché ha avvistato una presenza nuova e strana, le porte spalancate che, anche se non lasciano uscire, lasciano però entrare la luce, si è fermato. Guido la porterà fuori, ce la farà vedere, la farà vedere ai suoi ospiti maceratesi, e alla sua famiglia. La bambina crescerà, forse sua madre uscirà prima che lei abbia sei anni, forse no, e allora si apriranno per lei le porte di un orfanotrofio, e poi chissà, l’intero destino di un Afghanistan forse liberato dal suo incubo di violenza e persecuzione, forse ricaduto nella vendetta di maschi fanatici, incombe sulle spalle di quella bambina che ora ride nel corridoio luminoso e colorato, con la folta capigliatura libera dal burka, prigione nella prigione, che ricopre il capo e il corpo delle donne afghane. Ci sono incontri così, senza un futuro comune. Ma la fotografia varrà per Guido come un’adozione improvvisa, cui ripensare ogni tanto. Una piccola figlia afghana che gli è venuta incontro tutta sola e sorridente il sabato mattina, 2 novembre 2013, nella sezione femminile del carcere di Herat.



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