Ancora il Cosmari
e ancora la legalità

Da una parte troppa diossina e troppa indignazione, dall’altra una inutile disputa sulle virtù dei maceratesi e dei civitanovesi
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Seguo sulla stampa quotidiana le vecchie ma sempre nuove vicende dell’inceneritore di Sforzacosta, vicende nelle quali  vanno a incastrarsi le vecchie ma sempre nuove polemiche fra Romano Carancini, sindaco di Macerata, e Giuseppe Giampaoli, direttore del Cosmari, a proposito della vecchia ma sempre nuova questione dei rapporti fra la Smea e lo stesso Cosmari. Lungi da me l’intenzione di ripercorrere la vecchia ma sempre nuova storia delle ormai trentennali puzze che recano disagio agli abitanti di Sforzacosta e non solo a quelli. Sarebbe, per me, un impegno troppo gravoso, specialmente adesso che mi concedo lunghe vacanze sotto l’ombrellone a Porto Recanati. Ma una cosa – una soltanto – mi vien voglia di dirla. E riguarda le reazioni di Giampaoli alla ripetuta ed energica volontà di Carancini e Luigi Monti, sindaco di Pollenza, di porre fine all’esistenza dell’inceneritore, con l’esplicito invito, per l’attuale dirigenza del Cosmari, di fare, politicamente parlando, un passo indietro.

Tutto è lecito, oggigiorno, e basti considerare ciò che dicono certi politici e scrivono certi giornali sull’ assoluta indispensabilità  che un condannato per frode fiscale rimanga imperterrito alla guida dell’Italia. Ma, insomma, mi pare che l’urgenza di chiudere questo benedetto o maledetto impianto di combustione dipende da fatti oggettivi e incontestabili, vale a dire dalla reiterata presenza, nelle emissioni, di diossina e furani, sostanze che, ben più delle puzze,  recano danni alla salute. Può darsi, dunque, che Carancini, Monti e alcuni assessori si siano lasciati sfuggire un sostantivo, un aggettivo o un verbo di troppo, ma che il direttore del Cosmari denunci la “gravità inaudita” delle loro affermazioni  in cui si paleserebbe un oltraggio alla sua “affidabilità” e alla sua “professionalità” mi sembra fuori luogo e somiglia a un soprassalto di coda di paglia. Ricordo infatti quanto lui proclamò, mesi fa, nell’annunciare la messa in opera di modernissimi filtri in grado di risolvere ogni problema. Ma diossina e furani ci sono ancora. Come ci son sempre stati, anche per controlli fatti poco o male. E come ci sarebbero se l’impianto, ora spento, dovesse riaccendersi. E allora? Nei suoi panni, quindi, sarei un tantino più cauto nel buttarla in lite proprio sull’affidabilità e sulla professionalità. Tasti, questi, che forse gli converrebbe evitare, magari applicandovi qualche filtro capace di moderare un’indignazione che non convince del tutto. Ero immerso in queste riflessioni  quando mi è venuto vicino quel signore che la settimana scorsa – ricordate? – sosteneva le maggiori virtù dei maceratesi  in fatto di legalità, onestà e generosità rispetto ai costumi degli abitanti del litorale. E stavolta, molto sicuro di sé, ha cominciato lui.

“Vogliamo parlare di evasione fiscale?”

“Parliamone”, ho risposto con un rassegnato sospiro.

“ Lei ricorderà quanto ebbe a dichiarare il colonnello Paolo Papetti, comandante provinciale della Guardia di finanza, circa l’attività svolta nei primi cinque mesi di quest’anno”.

“Più o meno sì, lo ricordo”.

“Allora le rinfresco la memoria. Disse che sono stati individuati ben 91 evasori totali con un danno per lo Stato di 125 milioni sull’Irpef e 28 sull’Iva. Nomi non ne ha fatti e forse non avrebbe potuto farli perché l’Italia non è come gli Stati Uniti, dove gli evasori rischiano non solo la gogna pubblica ma anche la galera, giacché da noi l’evasione fiscale, da noi, è reato solo in alcuni particolarissimi casi di frode tramite manomissione di documenti contabili. Però ha riferito alcuni particolari interessanti. Per esempio che un ‘conosciutissimo’ notaio – sorpresa: chi mai sarà, visto che questa categoria professionale è sempre stata portata ad esempio di fedeltà fiscale? – ha evaso 150 mila euro all’anno per cinque anni di seguito, e un imprenditore attivo pure all’estero nel settore estrattivo e immobiliare è sottoposto a una procedura di accertamento per quasi due milioni, e un’azienda recanatese ha fatto figurare in mobilità 23 dipendenti  che invece lavoravano, e un imprenditore civitanovese possiede sessanta immobili  – edifici e terreni – non dichiarati  per 700 mila euro di evasione, e un civitanovese ‘figlio di papà’, viaggiava in Porsche Cayenne pur avendo denunciato un reddito quasi da povertà. Infine, e in generale, il colonnello Papetti  ha accennato ad ‘avventurieri soprattutto nel calzaturiero’, soggetti  ‘border line’ che sono scorretti da sempre e dopo i controlli escogitano nuovi sistemi, fra cui evadere l’Iva,  facendo così concorrenza sleale nei confronti di chi invece la paga. E nessuno di costoro è di Macerata”.

“Ebbene?”

“La costa, signore. E l’immediato entroterra. A Macerata è diverso, da noi le tasse si pagano”.

“Ma l’onestà c’entra poco”.

“Eccome se c’entra, caro lei. Chi non paga le tasse è un disonesto. E noi di Macerata, che le paghiamo, siamo più onesti dei nostri cugini della marina”.

 “ Vuol sentire come la penso io?”

 “Prego, ma sappia che non mi convincerà”.

 “Le tasse non piacciono a nessuno. E non a caso ci sono partiti di idee populiste – soprattutto uno – che per ottenere valanghe di voti lasciano trapelare una sorta di bonaria indulgenza verso gli evasori. Ciò detto, non si può negare che nella nostra provincia una più marcata propensione ad evadere ci sia nella fascia litoranea, cioè nelle zone meglio piazzate in quanto a industria, artigianato, commercio e conseguenti attività professionali. Questo salta fuori tutti gli anni, quando vengono comunicati i dati ufficiali sulle denunce dei redditi”.

“Vede che mi dà ragione?”

“Ma non si tratta di onestà. Tutto infatti discende dal fatto che a Macerata, città di servizi,  è proporzionalmente più diffusa una categoria di cittadini – impiegati pubblici, insegnanti, personale ospedaliero, eccetera – alla quale le tasse vengono prelevate alla fonte col ben noto sistema del sostituto d’imposta. Essi, insomma, non possono evadere. E se invece potessero, immagino che la percentuale di evasori sarebbe grosso modo la stessa di Civitanova. A Macerata, infatti, i negozianti che non rilasciano scontrini sono altrettanto numerosi di quelli delle zone rivierasche, e pure a Macerata vi sono pensionati che continuano a lavorare in nero, e pure a Macerata vi sono professionisti che non rilasciano fatture. La questione, dunque, non ha molto a che spartire né con l’onestà degli individui né col senso civico della collettività. Essa, ripeto, sta nella circostanza – assai discutibile in fatto di eguaglianza di diritti e doveri – per cui ai ‘dipendenti’ le tasse vengono sottratte in anticipo dallo stipendio, dal salario o dalla pensione, mentre agli  ‘autonomi’ è chiesto di pagarle dopo, in base alle loro personali dichiarazioni dei redditi”.

“Gliel’ho già detto l’altra volta, che discutere con lei è come fare a cappellate coi passeri”.

“Sarà, ma spenga la sigaretta e stia attento a dove butta la cicca. La settimana scorsa l’ha gettata sulla spiaggia. Lei è di Macerata ma anche questo, in fondo, rientra nella legalità”.



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