
I ragazzi dei Salesiani ricordano Don Ennio (clicca sull’immagine per guardare il video)

Don Ennio nell’aula consiliare del Comune attorniato dai ragazzi dell’oratorio
Dolore e cordoglio a Macerata per la morte di Don Ennio Borgogna (leggi l’articolo). I funerali si terranno domani (martedì) alle 10.30 nella chiesa dei Salesiani. Tanti i messaggi di cordoglio arrivati anche nei commenti di Cronache Maceratesi. Di seguito il ricordo da parte del Comune di Macerata:
Profondo cordoglio ha destato in Comune la notizia della scomparsa di don Ennio Borgogna, sacerdote che per oltre un trentennio ha guidato l’oratorio dei Salesiani di Macerata prima di essere trasferito a Porto Recanati e successivamente a Civitanova Marche.
Don Ennio è sempre stato un punto di riferimento per tanti ragazzi, si è messo in loro ascolto con la semplicità e l’umiltà che lo hanno sempre contraddistinto. Intere generazioni di maceratesi sono cresciute sotto la guida spirituale del sacerdote che, nel 2000, aveva rivolto la sua attenzione oltre confine avviando la missione a Makuyu in un angolo sperduto del Kenia.
Il dolore e il cordoglio della città è stato espresso questa mattina dal sindaco Romano Carancini in un telegramma, inviato ai familiari anche a nome dell’Amministrazione comunale, nel quale ha espresso sentimenti di “ammirazione e riconoscenza per l’altissimo contributo educativo, per la passione religiosa e civile e il forte impegno profusi per l’affermazione dei valori di fratellanza e amicizia”.
Macerata è sempre stata legata alla figura del sacerdote salesiano, alla sua schiettezza e simpatia e non ha mai perso l’occasione per dimostrare il proprio affetto stringendosi intorno a lui anche in occasione di due cerimonie pubbliche volute dall’Amministrazione comunale.

La pergamena donata a Don Ennio dal Comune per l’impegno nelle missioni africane
Nel mese di novembre 2005 la Giunta comunale guidata dall’allora sindaco Giorgio Meschini donò a don Ennio una pergamena in segno di riconoscenza per l’impegno nella missione africana. La cerimonia, che si svolse alla presenza degli amministratori comunali, dei familiari e di tanti ragazzi dell’oratorio, fu organizzata su proposta di don Felice Molino, il direttore dell’opera don Bosco Parish di Makuyu, che volle in questo modo far conoscere alla città di Macerata le grandi opere umanitarie svolte dal salesiano maceratese in terra africana. “La povertà non si sceglie, il benessere sì” disse don Ennio nel suo emozionato intervento “In Africa puoi capire cosa vuol dire entrare in una mensa con la fame e uscire con l’appetito perché hai mangiato solo pane e un mestolo di farro e al ritorno in Italia, sei trasformato, e puoi apprezzare di più la tua realtà”. Quattro anni dopo, nel2009, inoccasione del suo trasferimento a Porto Recanati, don Ennio fu ricevuto per la seconda volta in Comune per ricevere l’affettuoso saluto della città, dei suoi amici e degli amministratori comunali. “Sono venuto da Galdo Tadino in bicletta e oggi me ne vado con la barchetta” esordì simpaticamente nel saluto con il quale si congedò da Macerata facendosi ancora una volta apprezzare per le sue capacità di dialogo e di confronto. Portò con sè il dono dell’Amministrazione comunale, un piatto dipinto a mano con l’immagine di Macerata, “ottimo per servire il pesce” disse divertito al sindaco Giorgio Meschini alludendo al suo trasferimento verso la cittadina costiera.
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CIAO ENNIO, UN UOMO BUONO
Da Stefano Casulli riceviamo una riflessione sulla morte di Don Ennio:
Quando si scrive di una persona che non c’è più il rischio è sempre quello di cadere nella retorica o nella magnificazione oltre metafora; se poi le emozioni e le riflessioni spurie sono ampliate dalla freschezza del fatto tragico, si può precipitare nell’esaltazione dei fatti, nella logorrea delle storie o nella narcisistica proposizione di quanto “si aveva in comune”. Proverò a non fare niente di tutto questo, consapevole che scrivere aiuta a far sedimentare.
Indubbiamente, le cose da dire e riportare sarebbero tante: ma i racconti, i fatti e la cronaca degli ultimi giorni meritano di essere messi da parte. Sono recuperabili nei cassetti stracolmi delle centinaia di persone che da ieri sfilano nella Parrocchia di San Marone per l’ultimo saluto.
Un vuoto si è prodotto.
Ho rivisto ieri una moltitudine di persone che non rivedevo da tantissimo tempo: compagni di giochi e litigi, antichi amori e amici di vecchia data. Ho telefonato a qualcuno che non sentivo da tempo, richiamato ricordi antichi, salutato persone di cui avevo dimenticato la stessa esistenza. Prima ancora della sofferenza, a un livello più profondo, ho scoperto che un filo ci teneva legati: non un comune punto di vista, ma un’esperienza di vita. Un’esperienza di uomo. Allo stesso tempo, sentivo che questo raccordo con quelle tante persone si stava tendendo, tirando, lacerando: come se la coscienza del dolore moltiplicasse lo scollarsi di quel rapporto profondo e al tempo stesso incomprensibile.
Ennio era la colla. Per quanto allontanato da Macerata, esiliato dall’oratorio e privato della possibilità di trasferirsi in Africa, Ennio non ha smesso in questi anni di essere un punto di riferimento, di contatto, di colleganza tra persone che avevano pur preso strade diverse. Era comunque un orizzonte, uno spazio di legame in cui una variegata infinità di donne e uomini ha continuato a situarsi senza saperlo.
Ennio non era un rivoluzionario. Era un uomo giusto, buono. E forse proprio per questo davvero rivoluzionario.
Lo è stato essendo guida e fratello, educando al silenzio nella società della confusione; dando sempre la priorità al più piccolo d’età, di cultura, di moneta; insegnando la disobbedienza all’autorità senza mai rinnegare il proprio voto di obbedienza (e se questo non lo rende un rivoltoso fino in fondo, lo impone come uomo coerente nei propri principi di fede); è stato un bevitore, un bestemmiatore e un folle intransigente verso la ricchezza: ubriaco di indignazione verso la marginalità, con quel coltello piantato nel fianco ha gridato “la pena e il suo nome”. Ha incarnato il principio educativo fondamentale: la potenza della pratica, la forza dell’esempio, il valore della fatica. E le sue mani, oggi come ieri, ne sono l’imprescindibile testimonianza.
I premi e le gratificazioni istituzionali ricevute non possono raccontare lo spessore umano di un cipolletto piccolo piccolo: che insegnava il sorriso come forma di aiuto, l’impegno come dovere civico, la semplicità come modo di combattere il consumismo, la povertà come stile misurato di vita.
Provando a ripercorrere le immagini dei momenti insieme, continuo a rivederlo solo e soltanto in Kenya, dove ha compiuto una delle sue opere più grandi: insegnare a decine di persone come me il valore dell’impegno per chi ha bisogno, materialmente. Un missionario eretico, nato e vissuto sempre per aiutare con le mani senza la pretesa di evangelizzare e colonizzare nessuno. Che ha creduto e ballato per il sorriso e la gioia di un bambino.
E così capisco che se n’è andato un uomo giusto, ricco, che con la forza delle proprie azioni ha dato un senso all’agire di tanti. E metto a fuoco che la vita è questa capacità di tenere insieme le persone, di rappresentare il focus di ricordi, immagini, emozioni, esperienze che può accomunarci. Ed ogni vita è il nodo di tante comunità diverse, il polo di tanti rapporti intessuti con la gente attraverso momenti condivisi. Siamo oltre le dottrine la religione le fedi: siamo nel campo della vita umana nuda e cruda, composta di azioni, amori bisogni e desideri incrociati e mescolati con quelli degli altri, attraversati da altre vite che donano loro un senso e una precaria coerenza. E così anche un ateo anticlericale può trovare il suo posto nella preghiera di una veglia serale e nel ricordo di un uomo buono che ha vissuto alla grande.
E che domani, alle 10.30, sia un delirio in sua memoria.

Il saluto di Don Ennio prima di lasciare Macerata (foto del Comune)
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grazie don Ennio ad averci aiutato a fare dei nostri figli uomini onesti e rispettosi degli altri
Caro Stefano Casulli, che commozione e che gonfiore di stomaco vedere le foto del caro Don Ennio, e che tristezza leggere le tue parole.
Don Ennio era un Cristiano vero e profondo, con tutte le sua strane sfaccettature. Ma così lui era. E questo non è secondario nel parlare di lui.
La colla della sua vita, e il collante ultimo tra lui e tutti i ragazzi che ha avuto tra le mani era la sua Fede , e lui ne rispondeva totalmente tramite la sua vocazione e la missione.
Non c’è più bella forma di evangelizzazione che il fare, il vivere sorridenti da Cristiani.
Questo è quello che io ho visto in quest’uomo con lo sguardo da clown e il cuore curioso di un bambino anche ad 83 anni.
Non c’è stato un Maceratese che, nella sua vita, non l’abbia conosciuto e al quale Don Ennio non abbia regalato un sorriso. Semplicemente così, come all’oratorio, mentre si correva dietro al pallone e, ogni tanto, spuntava ‘sto prete simpatico a darti una sensazione di essere sempre il benvenuto.
ciao maestro,
non dimenticherò mai il torneo del ghiacciolo del sabato, il tuo saper educare, e rispettare il prossimo!
quanti momenti belli insieme all’oratorio, non ti dimenticheremo mai! il tuo è un esempio di vita x i giovani di oggi…
DARE TANTO SENZA CHIEDERE MAI NULLA!
ti porteró sempre nel cuore!
Don Ennio ti porterò sempre nel mio cuore, con poche parole, un giorno come tanti, raccontasti cosa significa la carità e l’amore per l’altro, ero piccola, ma quel “pensiero forte” raccontato come una favola, fece breccia indelebile, non lo hai saputo, ma per me sei stato una guida e una meta di concretezza, coerenza e forza; ora so che le tue parole, ma più di tutto il tuo agire ed il tuo sorriso, sono stati un seme fecondo, e se un giorno dovessi mai vincere la battaglia della vita contro la pochezza di spirito, la tua mano, tra poche, bacerò!
buon viaggio caro Don Ennio … un piccolo grande uomo e un insegnamento per tutti!!
Caro don Ennio, sei il Salesiano che mi è rimasto nel cuore di più, insieme a Don Paciaroni e Don Ferretti, Nel 1957 eri un giovanissimo prete.Eri e sei sempre rimasto una persona allegra che ridevi di te stesso e della tua non altissima statura. Quando giocavamo al calcio all’Oratorio salesiano contro i “bravissimi della Robur” (Prenna.Berti) l’unica arma che avevamo eri tu che nascondevi la palla sotto la tonaca e nessuno la poteva alzare. !!!!
Un caro abbraccio.
Massimo Serra