“Grande filosofo e vero galantuomo”
Marcello La Matina ricorda János Petőfi

L'INTERVISTA - A pochi giorni dalla scomparsa del pioniere della linguistica testuale, il professore di filosofia del linguaggio dell'Università di Macerata racconta il suo grande maestro
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Il professor Petőfi

 

 

 

di Carmen Russo

Sono passati poco più di dieci giorni dalla scomparsa dell’acclamato professor Sándor János Petőfi (leggi l’articolo) che ha insegnato per ben 22 anni all’Università di Macerata. La morte dell’illustre semiologo e linguista ha destato non poca tristezza, suscitando in coloro i quali l’avevano conosciuto, moltissimi ricordi sia per la sua personalità accademica sia per la sua persona dal carattere affabile e gentile.
Marcello La Matina, professore di Filosofia del Linguaggio all’Università di Macerata è stato uno dei suoi allievi e ammiratori.

Professor La Matina, lei è stato molto a contatto con il grande professor Petőfi. La fama che lo precedeva era vasta, in cosa differiva con la sua persona reale?

“La fama del professore Petőfi era ampiamente meritata, anzi direi che dicevano poco quelli che lo vantavano.
Come persona era assolutamente inimmaginabile: nessuno -che avesse conosciuto il tipico accademico, potrebbe arrivare da questa definizione all’inquadrare il carattere del professor Petőfi. L’accademico tipico che abbiamo in mente è una persona boriosa, istrionica, vanagloriosa, petulante e spesso attaccata al potere. In ogni caso, orientata a praticare una sorta di eugenetica, cioè i propri figli devono sedere in cattedra e degli altri poco importa.
Petőfi era nulla di tutto questo, perché non metteva mai se stesso al centro dell’attenzione, non aveva paura di “sporcarsi le mani” lavorando con persone umili, non guardava da dove tu venissi, se fosse accademicamente “figlio di”. Non si interessava neppure – e questo ci angosciava un po’- di quale fosse il futuro di quelli che studiavano con lui.
Si preoccupava tanto che ci fosse un dialogo vivo e per renderlo vivo era disposto a scendere a discussioni lunghissime. Non era per niente un barone, pur nondimeno è stato uno dei più grandi professori che io abbia mai conosciuto.
Dal punto di vista umano aveva delle doti che lo rendevano simpatico a prima vista: era molto amato anche dalle studentesse e dalle signore perché aveva quel tanto di galanteria che è tipico dell’ungherese. Introdusse lui, nell’ambiente, il baciamano per esempio. Lui lo faceva correntemente e io ad esempio ho preso questa abitudine! Però erano altri tempi, tempi in cui i rapporti umani ancora si coltivavano.”

 

 

Marcello La Matina

Marcello La Matina

Come ha conosciuto il professor Petőfi e come è riuscito ad entrare in contatto con lui?

“Prima di incontrare lui io ho conosciuto i suoi scritti, erano gli anni tra il ’70 e l’80. Ho avuto la possibilità di conoscerlo personalmente ma il suo nome avevo iniziato a sentirlo già negli anni ’70. In particolare c’era stato un suo articolo pubblicato sulla rivista “Uomo e Cultura” –nota rivista di antropologia- in cui si presentava la sua teoria dell’Interpretazione del testo, cui fece pubblicità poi, nel 1979, anche Umberto Eco nel suo libro sulla narrativa “Lector in fabula”.
Dunque negli anni ‘70 l’ho conosciuto da studioso attraverso i suoi libri, ma negli anni 80 ho avuto poi, per una rocambolesca circostanza, l’occasione di conoscerlo e fu l’invito ad un convegno per insegnanti ad Assisi. Partii per questo convegno e venni a sapere dai miei compagni studiosi di allora Paioni, Ricci e altri, che nell’albergo dove alloggiavamo c’era Petőfi. Io non l’avevo mai visto e mi misi d’accordo, perciò, con il portiere dell’albergo dicendogli che gli avrei allungato un soldino se mi avesse indicato chi era il prof. Petőfi. E così lo vidi scendere e lì ebbi la dimostrazione di come fosse diverso da come l’avevo immaginato e di come fosse evidente il tratto della sua umanità già a partire dal fatto che immediatamente mi diede il suo piccolo biglietto da visita e mi venne a trovare al tavolo dove si faceva colazione per sapere cosa io facessi. Abbiamo avuto in quei giorni i primi colloqui. Le sessioni dei convegni diventarono per me improvvisamente poco importanti. Al contrario, importanti divennero gli spazi tra una sessione e l’altra, quando potevo vederlo e parlare con lui.
Nell’ ’87, poi iniziammo a vederci a Roma, io partivo da Palermo dopo aver raccolto i risultati dei suoi scritti. Di questi, in italiano ce n’era probabilmente solo uno, tutti gli altri erano in tedesco, in francese o in spagnolo e naturalmente in ungherese. Anche tramite i contatti telefonici, già abbozzavamo un progetto di lavoro. Successivamente, nell’ ’89, riuscii ad ottenere dal Ministero una borsa di studio di cinque mesi proprio qui a Macerata, dove lui insegnava e diventai suo allievo.”

 

Il prof. Petőfi ha insegnato all’Università di Macerata per molti anni dal 1989 al 2008, quale eredità ha lasciato nel mondo accademico maceratese?

“Petőfi è venuto qui già colmo di fama. Quando arrivò aveva al suo attivo già circa 400 pubblicazioni scientifiche in moltissime lingue, era persino stato tradotto in giapponese. Lui conosceva e parlava correntemente sei lingue, aveva una statura riconosciuta come uno dei fondatori della linguistica testuale. Qui in Italia all’inizio stentò a trovare un pubblico di ascoltatori perché lo studio universitario della filosofia è fortemente condizionato dal passato, dall’impostazione per nulla matematica e per nulla logica di questi studi.
Quando iniziai i miei studi, ad esempio,- cosa che adesso fortunatamente sta un po’ cambiando, grazie alla possibilità che gli studenti hanno di viaggiare- l’approccio alla filosofia era amorfo. E questa fu la difficoltà iniziale di Petőfi: egli non condiva le lezioni di argomenti retorici, non era un professore che procede per sillogismi retorici che valgono solo quando li ascolti. Lui ragionava invece da matematico perché inoltre aveva lavorato molto con i computer.
Ragionando e impostando le sue lezioni in questo modo, esse erano perfettamente leggibili nella loro architettura concettuale, ma concedevano poco al pubblico, anzi quasi nulla.
Pian piano si cominciò a notare che, nonostante questa difficoltà, i giovani e soprattutto coloro che dal punto di vista concettuale erano più “vergini” -che non avevano, cioè, impegni con teorie precedenti- erano molto sensibili a questo modo di ragionare.
Presto ci si accorse che Petőfi non divideva il mondo in cose che possono essere oggetto della filosofia e cose che non possono esserlo. A lui non interessava che una cosa l’avesse studiata prima di lui, ad esempio, Schopenhauer o altri. E da qui deriva un’altra cosa importante che notarono gli studenti ossia che lui non si trincerava mai dietro l’autorità di un filosofo precedente.
Ma la caratteristica che lo rese “antipatico” ai più è il fatto che lui dicesse- e lo ripeteva spesso- che un filosofo è tale se ha una teoria riconoscibile come sua. Non considerava granché le opere storiografiche o le traduzioni che oggi inducono a facili carriere, non gli importava nemmeno quanto si scrivesse.
Infatti, egli lavorò per tutta la sua vita alla creazione di una teoria e la lasciò solo nel momento in cui giudicò che quella teoria fosse compiuta.”

 

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Nel saluto che Petőfi  fece all’Università di Macerata nel 2009 dopo 22 anni di docenza, dichiarò: “Senza giovani la ricerca non produce nulla” (leggi l’articolo).
Come si può spiegare, oggi, questa attualissima affermazione del lungimirante e avanguardista professore?

“Questa sua affermazione ha una spiegazione che guarda al futuro e una che guarda al passato. Quella che si rivolge al futuro, -ne abbiamo discusso insieme tante volte- si riferisce al fatto che i giovani sono senza dubbio una risorsa perché sono il punto di arrivo di una tradizione e dunque sono l’applicazione del principio medievale “siamo nani, ma sulle spalle di giganti”. Ora, però, perché i giovani siano una risorsa, bisogna staccarli dall’influenza della cordata accademica a cui appartengono e lasciandoli liberi di studiare senza essere costretti a ripetere ciò che i loro maestri hanno detto. Petőfi, infatti, lasciava l’assoluta libertà di scegliere i libri che uno voleva leggere, i campi che voleva studiare, si limitava a fare delle domande ed eventualmente anche a mostrare delle contraddizioni delle tesi che gli venivano esposte dopo lo studio autonomo. Non è il giovane in sé una risorsa, ma lo è in quanto tale se lasciato libero di formarsi un’identità.
L’altra spiegazione, guarda al passato. Petőfi era stato in Germania e aveva avuto come allievi studiosi di primissimi ordine quali, per citarne alcuni tra quelli della mia generazione, Wolfgang Heydrich, Johannes Fritsche, e tra gli italiani Luciano Vitacolonna e Francesco Orilia e Andrea Garbuglia.
Lui non era riuscito in alcun modo a far sì che l’accademia tedesca potesse riconoscere il lavoro di questi giovani e allora aveva preso la drastica decisione di lasciare l’università, quando gli arrivò la proposta dall’Università di Macerata di venire ad insegnare qui per “chiara fama”, una delle motivazioni più onorevoli. Certo, Petőfi se la meritava tutta visto il suo precedente lavoro.
Decise così di venire in Italia. Come chi avendo avuto una cocente delusione d’amore, non vuole più innamorarsi così lui sosteneva che non avrebbe mai più voluto un allievo. Di me, lui stesso disse di essersi convinto sentendo la notevole voglia di imparare che avevo e vedendo l’impegno che mettevo nei miei esercizi, tanto che pur non conoscendo le lingue in cui lui esplicava le sue teorie, riuscivo a interpretare il meccanismo, e dunque non mi chiuse la porta.”

Per concludere il ricordo  del grande pioniere della linguistica italiana, quali erano le passioni del professor Petőfi fuori dall’Accademia?

Petőfi amava tutta quanta la vita.
Non era un libertino, beninteso, aveva dei principi morali ben saldi, infatti è sempre stato un uomo fedele. Però amava la vita.
A lui piaceva il ballo, aveva anche insegnato in una scuola per ballerini.
Gli piaceva il contatto con la natura: sua sorella aveva sposato un guardiacaccia e viveva nella foresta.
Poi era uno che amava sicuramente moltissimo la musica, che era per lui indispensabile. Non l’ascoltava quando studiava, ma di sera quando ascoltava la radio ungherese. Una cosa che lo caratterizzava è che non guardava mai la televisione, era un tipo da radio. Uno dei ricordi che ho, in proposito, è di quando festeggiammo insieme un capodanno e la notte del 31 abbiamo aspettato lo scoccare della mezzanotte collegati con radio Budapest, la radio nazionale ungherese, che a quell’ora è solita trasmettere i rintocchi della campana seguiti la lettura dell’inno nazionale scritto da Petőfi Sándor (il celebre omonimo del professore, poeta e patriota ungherese dell’ottocento ndr) e poi abbiamo brindato.
In Petőfi io vedevo l’aspetto severo di chi sa che la vita è una cosa seria e non è un gioco, perché lui era stato povero, ammalato e pure perseguitato politicamente. Orfano di padre, cresciuto solo con la madre si era sposato a 20 anni e aveva avuto cinque figli. Aveva avuto diverse malattie, ma tutto questo lo aveva fortificato.
Il suo grande amore era lo studio, lui mi confessava che quando lo ricoveravano in ospedale –era spesso soggetto ad ulcere- passava il suo tempo scrivendo articoli. E quando una volta fui ricoverato io stesso qui a Macerata, lui mi portò la carta e mi disse di scrivere un articolo, per passare il tempo.
Non è immaginabile cosa fosse per lui, dal punto di vista dell’amore, lo studio.
Una volta, in seguito alla domanda di noi allievi se non arrivasse anche per lui, ad una cert’ora dopo tanto studio, la stanchezza e il desiderio di staccare e dedicarsi ad altro ci raccontò un aneddoto che trovammo molto divertente. Egli lavorava con il famoso semiologo Roman Jakobson, e una sera, dopo aver cenato fuori e mentre stavano rientrando, verso mezzanotte, sulla rampa di scale il semiologo chiese a Petőfi “Che facciamo, studiamo un altro po’?”. Con questo voleva dirci che aveva avuto una scuola durissima.
Aveva una visione religiosa della vita, pur non essendo praticante. La sua personale considerazione era che ciò che ci orienta nel mondo assomiglia a qualcosa come la bellezza. Diceva: “Non possiamo sapere in assoluto se una teoria è vera, però il fatto che sia bella, talvolta è un indizio della sua veridicità”.
Tra le altre cose che amava, c’era sicuramente la tavola. Gli piaceva il buon cibo e il buon bicchierozzo di vino, e infatti, si trovò molto bene con la cucina marchigiana.
La cosa, tuttavia, che gli veniva più naturale era la gentilezza. Non doveva studiare per questo: non aveva avuto mai bisogno di dire a se steso: “devo essere gentile con questa persona”, gli veniva spontaneo. Non l’ho mai visto, infatti, veramente arrabbiato ma sono convinto che se si fosse arrabbiato non avrebbe urlato: il suo modo di arrabbiarsi era di stare in silenzio. Una cosa che faceva morire!
Così era Petőfi: una bella persona.
Ed è un vero peccato che negli equilibri accademici, i filosofi del linguaggio italiani lo abbiano ignorato: ma questo è il destino dei grandi!”



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